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venerdì 3 luglio 2026

Interessante analisi del Prof. Enzo Mancini sull'ASTROLABIO DI CARLO MAGNO

 

L’astrolabio di Destombes

 Il più antico astrolabio europeo conosciuto è noto come “carolingio”, oppure dal suo proprietario scopritore, di Marcel Destombes. Questo signore era un appassionato di cartografia e strumenti nautici antichi; passione che aveva sviluppato sul campo, in una vita passata sulle navi. Durante la seconda guerra mondiale, trovandosi dalle parti del sol levante, per lavoro, non su una nave da guerra, fu preso prigioniero dai Giapponesi. 

Questo astrolabio di bronzo porta su un suo componente l’enigmatica scritta: ROMA ET FRANCIA

Enigmatica perché dovrebbe indicare, come in altri strumenti simili, la zona in cui poteva essere utilizzato. 

Perché l’astrolabio veniva costruito per una fascia di latitudine limitata, di circa tre o quattro gradi, se ricordo bene quello che mi diceva il professor Franco Zavatti, figlio del noto esploratore polare Silvio Zavatti. Il professor Zavatti era entusiasta della teoria di Giovanni Carnevale, che poneva nel medioevo Roma in Francia, nella Francia Picena. Aveva risolto il rompicapo che aveva fatto ammattire per anni il mondo accademico francese. Poi Zavatti se ne tornò a Bologna e scomparve da questi orizzonti: non ne ho sentito più parlare, sparì dai social non so perché. Spero che sia ancora vivo e in buona salute.

Marcel Destombes acquistò l’astrolabio nel 1961 da un antiquario o un robivecchi. Per quanto mi risulta Destombes non ha voluto mai dire dove, ma a mio parere questo dove non è un particolare secondario. Io ricordo perfettamente che nel 2005 in internet qualcuno scriveva che era stato trovato  nel negozio di un antiquario dell’Italia centrale, che poteva essere Bologna o Firenze. Se cercate adesso in rete quella provenienza è scomparsa, sostituita da una imprecisata località del centro della Francia. Secondo me per avvalorare la tesi che l’oggetto provenga da “al Andalus”, la Spagna araba del decimo secolo. Marcel Destombes pubblicò di questo astrolabio nel 1962, dando inizio ad una controversia mai cessata nel mondo accademico transalpino.        

L’ambiente universitario Francese fu destabilizzato da questo oggetto,in cui per la prima volta venivano utilizzate cifre arabe e parole latine. Un rompicapo irrisolvibile per le teste d’uovo di Parigi, una constatazione semplicissima per chi accetta la teoria del professor Carnevale. Il mondo accademico francese si divise fra chi riteneva l’oggetto più vero delle pergamene medievali e chi lo vedeva come un sofisticato falso creato per farsi pubblicità.

 Lo storico francese più importante di quel periodo, Henri Michel, ha scritto: “ Je considere cet istrument comme le document le plus interessante qui nous soit parvenu du Haut Moyen Age”. Non occorre tradurre per capire che lo riteneva vero. Ma a  seguito delle allusioni di falsificazione Marcel Destombes si incazzò. Secondo David A. King fece la cosa giusta: lasciò l’astrolabio ad un museo che ne apprezzava l’importanza. Non ad un museo nazionale francese, ma a l’Istitut du Monde Arabe de Paris, sovvenzionato solo in parte dallo stato francese, perlopiù da privati e da paesi aderenti alla Lega Araba.                           

David A. King ha pubblicato nel 1996: The earliest known european astrolabe in the light of others early astrolabes; Leo S. Olschki editore MCMXCVI Firenze.                      

Per quanto sono riuscito a leggere ritengo che questo signore sia il migliore orientalista e specialista nella storia dell’astronomia nella civiltà islamica. Questo americano, ancora vivente, ha studiato ad Oxford, Cambridge, Yale, è stato professore alla New York University, è stato direttore dell’Istituto di Storia delle Scienze alla Johann Wolfgang Goethe  University – Frankfurt  an Main.                                                                         

Scrive nella sua pubblicazione: 

-Se  l’astrolabio di Destombes fosse un falso, il falsario che lo ha prodotto doveva saperne di più di tutti gli esperti di astrolabi latini e arabi di tutti i tempi messi assieme.                         

-C’è una tendenza di certi colleghi a considerare falso quello che non capiscono.                 

-Ci sono aspetti di questo astrolabio che fanno pensare ad una provenienza da Bagdad.

Quello che dice David A. King mi autorizza a pensare che Marcel Destombes si potrebbe sbagliare a datare il suo astrolabio al decimo secolo, ai tempi di Ottone III, e a dire che è stato prodotto in “al Andalus”, la Spagna araba. Secondo me poteva far parte dei regali che Harun Al Rashid aveva mandato a Carlomagno tramite l’ebreo Isacco, assieme all’elefante Abul Abbas e all’orologio ad acqua.

Che durante i secoli oscuri del Medioevo la Francia stava nelle Marche e che Roma era in Francia lo attesta chiaramente anche l’episodio n.13 dei Fioretti di san Francesco.             

Frate Francesco e frate Masseo da Assisi vanno in Francia e gli viene fame, La fame viene dopo un giorno, non dopo un mese di cammino. In Francia arrivano a Roma, dove entrano nella chiesa di san Pietro, Infine lasciano l’andare in Francia per ritornare da dove erano partiti, nella valle di Spoleto. Se dall’inizio volevano andare in Francia, quella di oggi, come facevano a ritrovarsi a Roma, quella di oggi? Erano così fuori di testa da credere che per andare in Francia bisognava camminare verso Sud? Eppure gli esperti di san Francesco ci dicono che la nostra è una interpretazione forzata. Ma sarà forzata la loro! 

 Mancini Enzo  3 luglio 2026

 

 

lunedì 16 gennaio 2023

San Francesco canta in francese! chiedetevi perchè.

Se leggete il Fioretto n° 13 di San Francesco capirete come, ancora negli anni in cui è vissuto San Francesco, il Piceno, per tradizione, veniva chiamato "Francia"

 

lunedì 22 febbraio 2016

"La nascita della lingua italiana e la questione francescana" del Dott. Enzo Mancini

La nascita della lingua italiana e la questione francescana

L’impulso a buttare giù queste due righe mi è venuto dall’essere casualmente incappato in un blog in cui un siciliano riportava gongolando l’ipotesi di uno studioso che  diceva che l’italiano come lingua è nato in Sicilia, dalla scuola siciliana fiorita alla corte di Federico II. Non sono d’accordo. Quando è troppo è troppo!
Perché la scoperta di Aquisgrana in val di Chienti getta nuova luce anche sulla nascita del nostro idioma nazionale.
Quando la storia ufficiale accetterà la tesi di Giovanni Carnevale ed ammetterà che il binomio “ ROMA ET FRANCIA” nell’alto Medioevo era situato nell’attuale Piceno, sarà più chiaro per tutti anche come ha avuto inizio la nostra lingua italiana.
La dicitura “Roma et Francia” compare nel famoso, ( si fa per dire), astrolabio carolingio, conservato nel museo de” l’Istitut du monde Arabe” a Parigi, a un tiro di schioppo da Notre-Dame, sulla “rive gauche “ della Senna.
Questo astrolabio, scoperto da Marcel Destombes, rappresenta un rompicapo irrisolto per i medievisti, che chiudono la questione, come succede spesso in questi casi, dichiarando l’oggetto un falso. Ma, se ha senso falsificare un documento, che senso ha falsificare un oggetto, io mi domando.
Questo astrolabio attesta che quando fu costruito, verso la fine del X secolo, perché i caratteri utilizzati sono di quel periodo, la Francia era un po’ più a Sud e Roma un po’ più a Nord rispetto alla collocazione attuale.
Ma ora il discorso che mi interessa sviluppare è la questione della nascita della lingua italiana, sulla quale circolano anche da parte degli esperti ipotesi discutibili. Ne esiste una sbilanciata verso Nord, che attribuisce gli albori della lingua all’incontro fra il Latino parlato e le “chansons” dei trovatori provenzali; un’altra, sbilanciata a Sud, vuol dare il merito alla scuola siciliana, quel gruppo di poeti che animavano la vita di corte di Federico II.
Io non sono uno studioso della lingua né un esperto di glosse e di fonemi, ma mi son fatto un’idea su come è nata la lingua italiana e cercherò di esporla, appoggiandomi al noto proverbio: “in medio stat veritas”. E’ vero, ho sbagliato, “ in medio stat virtus” “et veritas stat in vino”, ma è un errore che ormai fanno in molti: non facciamone una questione di lana caprina, semmai ne riparliamo in un’altra occasione.
Nel “ De vulgari eloquentia” Dante, o chi per lui, ( non è matematico che l’autore della Divina Commedia abbia scritto anche questo trattato), attesta che ai suoi tempi nella nostra penisola si potevano distinguere 14 dialetti. Quale fra questi può assurgere alla nobiltà di lingua? Vengono scartati  tutti ma, prima di concludere, il discorso si interrompe. Sembra che nelle intenzioni dell’autore il trattato scritto in latino doveva essere di quattro libri, ma si ferma al secondo, senza una precisa presa di posizione. Siccome per ultimo si parla del dialetto toscano, si direbbe che sarebbe questo quello più titolato ad essere elevato al rango di lingua per il sommo poeta.
Posso immaginare che se Dante avesse completato il “De vulgari eloquentia” alla fine avrebbe scritto: “L’Italiano l’ho inventato io!”


Credo che Dante, nella sua boria, fosse cosciente che la sua opera potesse essere considerata come l’alba della lingua italiana, e sono molti gli italiani che sono di questo avviso. Non è possibile negare che la lingua volgare con lui diventa “illustre”. Però, pur riconoscendo l’enorme importanza del sommo poeta nell’inaugurare la letteratura italiana, ho in testa un pensiero diverso: che la lingua italiana era già nata prima di Dante, dal dialetto che si parlava nel ducato di Spoleto,  dislocato fra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo. (Per qualcuno il termine ducato di Spoleto sarebbe da sostituire con “regno dei Franchi”, ma per ora non la posso tirare per le lunghe.)
Questo dialetto nel trattato di cui parliamo viene scartato per terzo, senza nemmeno una spiegazione, un motivo più o meno plausibile, come si fa per tutti gli altri, come se fosse il meno indicato fra i quattordici presi in considerazione.
Ma il ducato di Spoleto intorno al XII secolo era una entità politica importante, di cui rimane traccia evidente nei dialetti attuali.
Quando da ragazzo giravo per il centro Italia per praticare lo sport della bicicletta rimanevo meravigliato che a Spoleto, a Foligno, a Spello i contadini parlavano come me, che venivo dalla campagna della valle del Chienti. Mi sorprendeva constatare che c’era più differenza linguistica fra me e un pescatore di Civitanova, distante circa dieci chilometri da casa mia, che fra me  e un abitante  di Trevi, a cento chilometri e dalla parte opposta dei Sibillini.
Nel ducato di Spoleto si poteva muovere senza problemi Pietro di Bernardone dei Moriconi per i suoi commerci, senza dover pagare gabelle e senza incontrare briganti, che invece pullulavano al di fuori dei confini del ducato.
Sor Pietro, come fu cresciuto abbastanza, si portava appresso il figlio per insegnarli il mestiere e le strade. E veniva qui, in provincia di Macerata e di Fermo, nella Francia da cui veniva suo padre, che ad Assisi chiamavano “il francese”, cioè Francesco.
Quando Bernardone morì per sor Pietro fu naturale, come mi  ha fatto notare Gianfranco Baleani, chiamare il suo primogenito con lo stesso soprannome, anche se lo avevano battezzato come Giovanni.
La lingua madre di san Francesco era quindi lo stesso dialetto che parlava mio padre, contadino della Mensa arcivescovile di Fermo, conosciuto come “lu fermà”.
E san Francesco scrisse il Cantico delle Creature, che è il primo componimento poetico completo della letteratura italiana, per il quale contribuì quasi sicuramente frà Pacifico, di San Severino, che prima di entrare nell’ordine dei frati minori era stato “re dei versi”.
Dalle Marche, o meglio dalla Francia, veniva la maggior parte dei frati minori. Diceva Carlo Bo: “ San Francesco è nato ad Assisi, ma il francescanesimo nasce nelle Marche”.


Questi frati che nei capitoli “delle stuoie”ascoltavano “il Poverello” poi andavano a predicare in tutta la penisola, e la maggior parte parlava la lingua del ducato di Spoleto. Per predicare e confessare la gente bisogna capirla e farsi capire.
Questo dialetto per tale motivo è stato quindi “cardinale”.
Il fenomeno del francescanesimo come incipit della lingua italiana non può essere ignorato, come non si può dimenticare che contribuì notevolmente alla vittoria del papato su Federico II.
Quest’ultimo infatti non sottovalutò per niente il fenomeno dei frati minori e tramite frate Elia da Cortona cercò in tutti i modi di portarli dalla sua parte. E frate Elia, che era nato ad Assisi, detto da Cortona perché ci morì,  anche lui era di lingua madre del dialetto di Spoleto. Ma il papa aveva un’arma che a quei tempi era molto efficace: l’arma della scomunica. E a quei tempi la misericordia non andava ancora di moda.
Ma questo dialetto è stato anche “aulico”. Perché era la lingua madre di Federico II , nato a Jesi, battezzato ad Assisi, allevato a Foligno  nei primi tre anni di vita.
Questo grande uomo, “stupor mundi”, da adulto parlava diverse lingue, ma non dimentichiamoci che la sua lingua madre era quella del ducato di Spoleto.
Perciò i poeti, che furono denominati come “scuola siciliana” dallo stesso Dante,  alla corte di Federico II dovevano adeguarsi alla lingua dell’imperatore, non il contrario. Ultimo argomento, (- last but not least - direbbero oltre Manica), riguarda la curia papale. Se la sua sede era dalle parti di Urbisaglia, anche i cardinali e il papa, che fra di loro e nelle funzioni usavano il Latino, per farsi capire dal popolo o dalla perpetua dovevano usare il dialetto del ducato di Spoleto. Poi dovettero scappare dalla val di Chienti: erano quasi tutti Ghibellini. Dovette andare a Perugia, Orvieto, Viterbo, forse anche nella Roma del Lazio, dove erano di più i Guelfi.
Per concludere, il dialetto del ducato di Spoleto grazie a san Francesco, a Federico II e alla Curia papale può essere considerato “ cardinale, aulico e curiale”.
Dante arrivò poco meno di un secolo dopo ed ebbe modo, nel suo esilio, di frequentare anche la Francia Picena, dove poteva spostarsi senza problemi, anche se le biografie ufficiali parlano di un fantomatico viaggio del sommo poeta a Parigi.
Oggi il nostro dialetto, che si parla ad Est e ad Ovest dei Sibillini, viene preso in giro nella Capitale, nei film, nei teatri, considerato un “parlar burino”.
Ma i burini sono loro, perché l’Italiano non è nato a Roma e nemmeno a Firenze, ma qui, fra Marche e Umbria. Non solo perché questo territorio è il baricentro geografico della penisola italiana, ma anche perché San Francesco quando andava in Francia veniva da noi.
Nelle biografie ufficiali del Santo viene appena  ammessa la sua presenza  ad Ancona, per imbarcarsi per la Terra Santa, ma per la tradizione dei francescani  da noi era di casa.
La scorsa estate ho ascoltato a Gubbio una conferenza di uno dei massimi conoscitori viventi della vita e della spiritualità di san Francesco, il medievista Jacques Dalarun, un francese che avrebbe voluto essere nato qui, nella terra dei Fioretti.
Avendo scoperto un manoscritto nuovo, un intermedio fra la vita prima e la vita seconda di Tommaso da Celano, riteneva di essere vicino alla soluzione della questione francescana, che qualcuno ha definito “un ginepraio inestricabile”.


Con tutto il rispetto, signor Dalarun, il ginepraio resterà tale, fino a quando i medievisti continueranno a scrivere che Pietro di Bernardone si era arricchito commerciando con le regioni che si trovano nella Francia odierna.
Prima di tutto perché il tempo è denaro, dicono i commercianti; di tempo ne avrebbe dovuto spendere parecchio in viaggio. Poi doveva farsi accompagnare da un piccolo esercito ben armato per non farsi depredare dai numerosi briganti. Poi doveva godere di chissà quanti lasciapassare per superare indenne le numerose fermate per pagare le  pesanti gabelle. Quando li faceva i soldi?
San Francesco poteva sì viaggiare tranquillo: si portava dietro  solo gli stracci di cui era vestito! Eppure anche così subì l’attacco dei predoni.
Come poteva evitarli sor Pietro di Bernardone dei Moriconi, carico di merce e di monete sonanti?
Spero di non offendere nessuno, ma trovo che i medievisti spesso
“filtrano il moscerino e ingoiano il cammello”.
Altra cosa che mi sembra strana è come non trapeli il minimo incontro del “Poverello“ con i Catari, che della crociata contro gli Albigesi non ci sia traccia nelle varie biografie del santo. Sono sicuro che se san Francesco ne fosse stato al corrente
non si sarebbe risparmiato di ricordare al papa la misericordia di Dio.

Concludendo il discorso principale, il proto – italiano, nato principalmente dal dialetto del ducato di Spoleto, nel centro Italia, è diventato cardinale grazie a san Francesco e ai suoi frati minori, la corte di Federico  II  lo ha reso  aulico, la curia papale lo ha fatto curiale, infine grazie a Dante è diventato anche illustre.
Se qualcuno pensa che ho scritto queste righe per l’effetto dei fumi dell’alcool etilico non si trattenga dall’esternarlo, ma si ricordi che “ in vino veritas”.
Fra questi ci sarà sicuramente don Carnevale, che non mi ha nascosto per niente la sua riprovazione, anzi, quando gli ho letto la bozza di questo articolo ho temuto che mi arrivasse uno sganassone, nonostante fosse seduto nella sua sedia a rotelle.
La giusta critica di don Giovanni è principalmente che un discorso del genere uno storico serio non lo può fare senza citare le fonti. Ma io faccio lo storico solo per hobby, lo facciano gli storici professionisti. Io non mi posso addentrare nella selva oscura della bibliografia col rischio di non poterne più uscire, meglio sorvolarla con un piccolo drone; e inoltre chi è senza peccato scagli la prima pietra, a cominciare da quelli di Capracotta. Ma soprattutto in Germania, dove da più di cento anni sono a conoscenza del fatto che Aachen non può essere l’Aquisgrana carolingia, non possono continuare a dire: “ Le ossa che abbiamo qui nel sarcofago di Proserpina sono veramente di Carlo Magno ( perché… perché lo diciamo noi! )”
Nessuno dei giornali italiani che hanno riportato la cosiddetta notizia, circa un anno fa, ha rilevato il “ non senso”.

                                                    Macerata 19 febbraio 2016       Mancini Enzo

martedì 26 maggio 2015

Da "Cronache maceratesi": La ricerca di Carnevale e Antognozzi: “La Sindone a Corridonia per 5 secoli”




«La Sindone è stata conservata per 5 secoli a Corridonia». A dirlo sono don Giovanni Carnevale studioso salesiano famoso per la sua tesi secondo la quale Aquisgrana è a San Claudio di Corridonia e Domenico Antognozzi, con lui membro del comitato San Claudio e suo sostenitore. A spiegare quali sono gli elementi che portano alla sorprendente affermazione sono gli stessi autori della ricerca.

«Il discorso sulla realtà storica della Sindone – spiegano – diventò particolarmente intricante quando nell’esposizione fatta a Torino il 28 maggio del 1898, l’immagine dell’insigne reliquia si rivelò il negativo della foto scattata da un fotografo dilettante, l’avvocato Secondo Pia. Da allora la Sindone è stata oggetto delle più svariate indagini storico-scientifiche che ne riguardavano l’autenticità. La Sindone nei primi secoli del cristianesimo aveva viaggiato in diverse località dell’oriente cristiano. Nell’ VIII secolo se ne persero le tracce a Costantinopoli e di essa non si seppe più nulla fino a quando, nel XIIII secolo, ricomparve a Chambéry in Francia. E’ solo menzionata nel Liber Pontificalis della Chiesa Romana relativo a papa Stefano II (752-757), che nel 753 portò in solenne processione l’acheropsita, termine di origine greca il cui significato è “non fatto da mano umana”: «in uno di quei giorni, il santissimo pontefice con gli altri sacerdoti, a piedi scalzi, la testa cosparsa di cenere, lui e tutto il suo popolo, uscì con molta umiltà, litaniando e portando sulle sue stesse spalle l’immagine del nostro Dio e salvatore Gesù Cristo, che è chiamata acheropsita e pervenne alla chiesa della santa Madre di Dio, che è chiamata ad Praesepem. Di un’altra solenne processione con l’acheropsita si parla sempre nello stesso Liber Pontificalis relativo al papa Leone IIII (847-855)».

Al professor Carnevale ed al suo collaboratore Antognozzi, il periodo medioevale storicamente oscuro della Sindone appariva come coincidente al periodo anch’esso storicamente oscuro vissuto dalla valle del Chienti nell’alto medioevo.
«Ora – proseguono – forse ci sono notizie sufficientemente precise per dire che la Sindone abbandonò l’Italia dopo la celebrazione del Giubileo del 1300 per raggiungere la Francia contemporaneamente ai papi quando, nel 1307, la sede del papato fu portata ad Avignone. Le testimonianze riguardano personaggi di alto rilievo culturale: Dante Alighieri (1265-1321), Francesco Domenico Antognozzi Petrarca (1304-1374) e Frate Ugolino da Montegiorgio, contemporaneo dei due autori citati. Dante Alighieri nel XVIII canto dell’Inferno, riferisce che i romani di Roma nel 1300, quando si tenne il primo Giubileo della storia, per l’enorme afflusso di pellegrini, dovettero inventare il doppio senso di circolazione sul ponte che andava a Santo Pietro:
…. i Roman per l’esercito molto,
l’anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,
che dall’ un lato tutti hanno la fronte
verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro;
dall’altra sponda vanno verso il Monte.

Francesco Petrarca nel XVI sonetto del Canzoniere conferma che i pellegrini raggiungevano Roma per veder effigiate le sembianze di Cristo che speravano di rivedere presto in cielo:
Movesi il vecchierel canuto et biancho
del dolce loco ov’à sua età fornita
et da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;
indi trahendo poi l’antiquo fianco
per l’extreme giornate di sua vita,
quanto piú pò, col buon voler s’aita,
rotto dagli anni, et dal cammino stanco;
et viene a Roma, seguendo ‘l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassú nel ciel vedere spera:
cosí, lasso, talor vo cerchand’io,
donna, quanto è possibile, in altrui
la disïata vostra forma vera.

Ugolino da Montegiorgio, autore dei Fioretti di San Francesco, racconta che il Santo dalla valle Spuletina, insieme a frate Masseo raggiunse Roma in Francia. 
Rileviamo subito che i tre autori sono concordi nel dire che Roma era la meta dei pellegrini. Dante precisa ulteriormente che chi tornava indietro da Santo Pietro riattraversava il ponte in doppio senso di circolazione e andava verso il Monte. E qui sorge subito una prima difficoltà interpretativa: se Roma per i tre autori era l’antica Roma dei Cesari, i pellegrini, riattraversato il ponte, non potevano andare verso un vero Monte. Verso il “Mons aureus” potevano invece andare se Roma era la Roma picena, dove i papi si erano trasferiti dal tempo delle invasioni arabe del sec. IX e non à ancora chiarita la data del loro rientro. Sulla riva sinistra del Tevere a Roma non c’è un Monte. Sia Monte Mario che il Gianicolo sono sulla riva destra del Tevere, come pure San Pietro. Per Petrarca Roma è Roma senza precisare se è l’antica Roma dei Cesari o l’Urbs della valle del Chienti. Precisa solo che i pellegrini vanno a vedere l’immagine di Colui che sperano di rivedere in cielo. L’allusione alla Sindone pare indubbia e testimonia che l’acheropsita nell’anno giubilare del 1300 era esposta a Roma. Ugolino da Montegiorgio, scrisse i suoi Fioretti nello stesso periodo in cui Dante scrisse la Divina Commedia e Petrarca il suo Canzoniere. Ne citiamo alcuni passi: «…egli prendendo frate Masseo per compagno, prese il cammino verso la provincia di Francia…. e fatta orazione e presa la refezione corporale di questi pezzi del pane e di quella acqua, si levarono per camminare in Francia… e in questo parlare (di povertà) giunsono a Roma ed entrarono nella chiesa di Santo Pietro… (infine) diterminarono di tornare nella valle di Spulito, lasciando l’andare in Francia». La Sindone La sua testimonianza è la più interessante, la più chiara e completa delle tre. In poche parole Ugolino chiarisce il problema anche per la competenza che ha del territorio di cui è nativo. Per lui San Francesco e frate Masseo, risalendo l’appennino dalla valle Spuletina raggiungono Roma in Francia e di lì vanno a Santo Pietro. Non si può essere più concisi e chiari di cosi.

Conclusione: la Francia sta nel Piceno e Roma sta in Francia. Il castello a cui si riferisce Dante è il medioevale castello di Montolmo che sorgeva ove ora sorge il municipio di Corridonia. I pellegrini venivano a Roma nel Piceno, attraversavano il ponte di Urbisaglia e andavano a San Pietro di Corridonia, dove nel 1300 fu esposta alla venerazione dei fedeli la Sacra Sindone. Ancora oggi in qualche borgata di campagna gli anziani chiamano Urbisaglia Roma. Se qualche lettore avrà motivi chiarificatori o di contrapposizione alla tesi, saremmo lieti di ascoltarli e di produrre ulteriori elementi a riprova del fin qui detto».