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martedì 20 giugno 2023

Una considerazione ricavata dal Capitulare de Villis

 

Il Capitulare dei Villis ci porta a fare una precisa osservazione: nella descrizione della organizzazione dell'ager di Carlo Magno non vengono mai nominate le abbazie, che sicuramente esistevano nel territorio di proprietà dell'Imperatore.

Dall'analisi del documento si evince e si conferma che le abbazie erano strutture amministrativamente indipendenti dal Palatium.

Non doveva quindi esserci nessun riferimento nel Capitulare dei Villis. Al contrario, per sottolineare il legame degli ecclesiastici della Cappella con il Palatium, veniva ordinato di devolvere in maniera obbligatoria le decime alle chiese dell'Imperatore.

Queste chiese dipendevano dall'Arcicappellano nominato ed alle dipendenze dirette dell'Imperatore.

Praticamente la Cappella Palatina e le chiese dell’Imperatore costituivano una "Chiesa Autocefala".

mercoledì 7 giugno 2023

I documenti del periodo carolingio ci sono, ma loro (I PROFESSORONI onniscienti) li snobbano. Per questo motivo ritorno sull'argomento, riproducendo ciò che ha scritto il l Prof. G: Carnevale.

  

Dal libro del Prof.

G I O V A N N I  CARNEVALE

La scoperta di

AQUISGRANA

in VAL DI CHIENTI

Pag.: 35 - 38:

IL TERMINE PALATIUM INDICA L’AREA DEL POTERE DI AQUISGRANA. IL PALATIUM ERA NEL PICENO.

 

Eginardo e Claudio di Torino usano, come si è visto, il solo termine di Palatium

per indicare il Palazzo di Aquisgrana.

Il Palatium lo troviamo, localizzato nel Fermano, in un documento del 787

redatto per ordine di Hildeprand, duca di Spoleto. (14) Il documento fa anche riferimento

a Guarino, genero di Hildeprand e conte dello stesso Palatium, cosicché

questo Palatium nel Fermano ha tutti i requisiti per essere Aquisgrana, ubi regis

comitatus erat. (15) Un conte di Palazzo poteva infatti esserci solo ad Aquisgrana.

La presenza del Palatium nel Fermano comporta un massiccio insediamento di

Franchi nel Piceno. Che ceppi di popolazione franca abitassero nel Piceno è

indubbio, perché ancora dopo il Mille, nei contratti locali o nelle disposizioni

testamentarie si specificava a quale legislazione i traenti intendessero attenersi, se

alla franca, o alla longobarda, o alla romana. Non si è però mai indagato né sull’origine

né sulla consistenza di tali insediamenti.

Ciò premesso, do in traduzione il documento che la cancelleria del Palatium

redasse nel 787 per volontà di Hildeprand, duca di Spoleto.

In nome del Signore Dio Gesù Cristo nostro Salvatore.

Regnando i signori nostri Carlo e Pipino suo figlio, re dei Franchi e dei

Longobardi e patrizio dei Romani, nell’anno del loro regno in Italia per grazia di

Dio XIV e VI.

In nome di Dio Onnipotente io Hildeprand, glorioso e sommo duca del Ducato

di Spoleto.

Sono noti i fatti per cui Rabenno, figlio del conte Rabenno della città di

Fermo, prese in moglie Haleruna che Hermifrid per diabolica ispirazione rapì con

violenza e sposò. In seguito a ciò Rabenno denunciò il fatto qui “in Palatio” e

successivamente si celebrò il processo a carico dello stesso Hermifrid. Secondo la

legge longobarda ambedue furono consegnati nelle mani di Rabenno. Poi Rabenno

di sua volontà fece loro dono della vita e alla sua presenza fece indossare ad

Haleruna l’abito di monaca e la fece consacrare da un sacerdote. E pur essendo

stato fatto tutto ciò, dopo se la riprese di nuovo in moglie. Di conseguenza tutti i

possedimenti della stessa Haleruna divennero di proprietà pubblica, secondo la

legge. Perdonò ugualmente ogni colpa allo stesso Hermifrid e lo restituì spontaneamente

a suo padre Spentone in seguito a “launigildo”. Dopo però, poiché stavano

di nuovo per cadere in peccato, lo stesso Rabenno lo uccise di sua mano. Perciò, in

base alle disposizioni di legge riportate dall’editto, il predetto Rabenno fu cacciato

da tutti i suoi possedimenti e la metà di essi divenne di dominio pubblico.

Perciò noi, suddetto glorioso e sommo duca, a nome dei suddetti re nostri

signori e nostro, doniamo e concediamo al Monastero di Santa Maria Madre di

Dio sito nella Sabina, nel luogo denominato Acuziano, dove lo stesso Rabenno si

è volontariamente fatto monaco, ossia a te, reverendissimo Altpert, abate santissimo,

nostro oratore, e a tutti i monaci dello stesso santo Monastero, tutta la suddetta

proprietà di costoro, quale è stata secondo diritto e ragione devoluta alla

proprietà pubblica, cioè le case, le terre, le vigne, i prati, le selve, i saliceti, gli

alberi fruttiferi e infruttiferi, i campi coltivati e incolti, i servi e le serve, i beni

mobili e immobili, tutto in blocco quale è divenuto di proprietà pubblica per diritto

e per ragione secondo la legge, e quale essi stessi prima avevano posseduto a

buon diritto, tutto insomma concediamo in possesso del detto Monastero. Perciò a

partire da oggi resti saldo e stabile possesso del detto Monastero e dei suoi abati

e non venga mai rivendicato da nessuno, conte, gastaldo o nostro “actore”. Io

Halifred diacono e notaio ho scritto ciò per ordine della suddetta autorità.

Rilasciato “in Palatio” per ordine di Spoleto nell’anno XIV della nostra elezione

a duca in nome di Dio, nel mese di agosto, indizione X.

Sotto il conte Guarino, nostro genero.

Il documento offre lo spunto per varie riflessioni:

** Carlo Magno nell’agosto del 787 era impegnato in Baviera contro il ribelle

duca Tassilone, ma dal documento risulta che in sua assenza Hildeprand aveva o si

arrogava il diritto di inviare da Spoleto ordini alla cancelleria del Palatium nel

Fermano, cui presiedeva un Conte di Palazzo. Hildeprand insomma agiva in nome

di Carlo Magno stesso. Il riconoscimento della carica di Guarino (sub Guarino

comite genero nostro) è quasi solo un atto di cortesia del suocero nei confronti del

genero. Eppure i procedimenti giudiziari rientravano nelle competenze del conte

di Palazzo. Eginardo al c. 24 riferisce che Carlo Magno se, mentre si vestiva, il

Conte di Palazzo gli riferiva che c’era una lite che non poteva essere risolta senza

una sua decisione, faceva subito introdurre i litiganti e pronunciava la sentenza.

Evidentemente, di fronte alla personalità e all’invadenza del suocero, il genero

lasciava fare.

** I Rabenno senior e junior erano conti di Fermo, ma Hildeprand li liquida con

uno sbrigativo filius cuiusdam Rabennonis comitis civitatis firmanae. Evidentemente

i conti Rabenno erano nobili longobardi senza più potere. A Rabenno

junior Hermifrid aveva potuto rapire la moglie; Hildeprand, in nome di Carlo

Magno, gli aveva sottratto metà dei beni e tutti quelli della moglie, fino a spingerlo

a trovar rifugio, come monaco, nell’abbazia di Farfa. Per il longobardo Rabenno

era stato senz’altro un’umiliazione e un errore aver chiesto ai Franchi del Palatium

che contro Hermifrid si istruisse un processo secundum legem longobardorum.

** Nel Palatium era attiva una cancelleria tanto qualificata che Hildeprand

attraverso essa poté fare, in nome di Carlo Magno, ciò che da Spoleto non avrebbe

potuto fare. Era cioè la cancelleria del Regno.

** Il documento la dice lunga sull’arroganza dei metodi con cui i Franchi si

andavano impadronendo del territorio fermano a danno dei Longobardi. Forse per

reazione a tutto ciò il longobardo Paolo Diacono maestro nella scuola palatina di

Aquisgrana fino al 787, dopo tale anno non volle più restare ad Aquisgrana, ma se

ne andò a Montecassino.

** La cancelleria del Palatium, dopo aver redatto il diploma per ordine di

Hildeprand, in chiusura, quasi a scanso di responsabilità, ci tiene a precisare che il

documento era stato redatto ex iussione suprascriptae potestatis, cui evidentemente

non si poteva dire di no. Come se non bastasse si aggiunge che è stato redatto

In Palatio ma per ordine di Spoleto, iussione Spoleti.

** Il tribunale del Palatium è il tribunale di suprema istanza del Regno. Non

dipende da Fermo perché ne giudica i conti e non dipende da Spoleto perché la

stessa Spoleto deve far ricorso al Palatium per rendere esecutivo in nome dei re

Carlo e Pipino un provvedimento preso dal duca.

** Indubbiamente Hildeprand aveva calcato pesantemente la mano nei confronti

dei Rabenno di Fermo e questo poteva aver suscitato resistenze locali e perplessità

sull’effettiva validità giuridica del documento rilasciato su pressioni del duca

di Spoleto, ma In Palatio e a nome dei re Carlo e Pipino. Trovo infatti anomalo

che Carlo, sette mesi dopo, abbia dovuto emettere un secondo documento, sulla

falsariga del primo, a integrazione dell’opera di Hildeprand. Il beneficiario abate

Altpert nel proprio interesse, ma anche la cancelleria del Regno, a scanso di

responsabilità, si rivolsero a Carlo, perché al provvedimento di Hildeprand venisse

riconosciuta indiscussa validità giuridica. E Carlo, da buon diplomatico, per arginare

la debordante invadenza di Hildeprand e precludergli un ulteriore uso personalistico

della cancelleria del Palatium non ne riconobbe esplicitamente la validità

giuridica ma emise un nuovo diploma identico al primo nella sostanza, per cui

l’abbazia di Farfa entrò in possesso dei beni di Rabenno per diretto conferimento

di Carlo Magno. Così facendo Carlo Magno riconobbe che il processo contro

Rabenno e Haleruna si era svolto legalmente, nel rispetto del diritto longobardo,

ma non riconobbe la validità del documento “estorto” da Hildeprand alla cancelleria

del Regno.

Do in traduzione il nuovo documento emesso direttamente da Carlo Magno,

pratica dichiarazione di nullità giuridica del primo, anche se ne ripete pressoché

alla lettera i contenuti. (16)

Carlo per grazia di Dio Re dei Franchi e dei Longobardi e Patrizio dei Romani.

Tutto ciò che per amore di Nostro Signore Gesù Cristo cediamo e doniamo ai

luoghi dei venerabili santi, riteniamo che in nome di Dio abbia pertinenza con la

prosperità e la stabilità del nostro regno.

Sia perciò noto a tutti i nostri fedeli presenti e futuri che il venerando Abate

Altpert e i monaci del Monastero di Santa Maria Madre di Dio e sempre Vergine,

che è situato nel luogo chiamato Acuziano, nella Sabina, hanno richiesto alla clemenza

del nostro regno alcuni beni che il duca Hildeprand, nostro fedele, ha

requisito o acquisito in seguito a processo, da un uomo di nome Rabenno e da sua

moglie Haleruna in base all’editto dei Longobardi, a causa di alcuni atti illeciti

da essi perpetrati, e cioè la metà di tutto il patrimonio del suddetto Rabenno e per

intero la proprietà di Haleruna: che tutto quel che possedevano nella città di

Fermo o nel suo territorio lo donassimo in elemosina o lo confermassimo al detto

Monastero di Santa Maria. Come a ciascuno dei nostri fedeli che presentano giuste

richieste, non abbiamo voluto dire di no alle loro richieste. Ordiniamo perciò e

comandiamo, che tutto ciò che il ricordato duca Hildeprand acquisì a giusto titolo,

secondo la legge, dal predetto Rabenno e da sua moglie Haleruna, sia in terre,

case, edifici, campi, selve, prati, pascoli, acque e corsi d’acqua, sia in vigne, alberi

fruttiferi e infruttiferi, luoghi colti e incolti, beni mobili e immobili, servi e

serve, tutto e in tutto lo tengano e lo posseggano per sempre, per conto del suddetto

monastero di Santa Maria, il prefato e venerabile abate Aldepert e i suoi

successori che saranno rettori del suddetto monastero, in virtù di quest’ordine,

come dono di sostegno da parte della serenità nostra. Se ne servano per l’illuminazione

della chiesa e il mantenimento dei monaci che ivi servono a Dio, per

sempre, come elemosina nostra e della consorte e dei nostri figli. Perché questo

documento abbia più valore e sia meglio conservato nei tempi futuri, lo abbiamo

sottoscritto di propria mano e lo abbiamo fatto sigillare col nostro anello. Firma

del gloriosissimo Carlo. Hercambald in sostituzione di Radone.

Rilasciato il 28 marzo negli anni XX e XIV del nostro regno. Redatto a

Ghilinheim nella nostra “villa”. In nome di Dio, felicemente.

Per concludere, il Palatium di Aquisgrana sul territorio di Fermo non può essere

fantomatico, anche perché possibili resti del Palatium sono già emersi dal sottosuolo

nelle immediate vicinanze di San Claudio al Chienti. 

venerdì 11 dicembre 2020

La Valle di Aquisgrana.

 Ecco la valle di Aquisgrana con il suo "Palatium", la Cappella Palatina e sullo sfondo i Sibillini (scambiati per le Ardenne dai revisionisti tedeschi)

domenica 15 marzo 2015

BREVE APPENDICE STORICA SULLA VAL DI CHIENTI NELL'ALTO MEDIOEVO - Parte quarta


                                                 BREVE APPENDICE STORICA
                                   SULLA VAL DI CHIENTI NELL’ALTO MEDIOEVO
                                           (con articoli apparsi sulla stampa locale)



Ad utilità dei lettori riproduciamo quattro articoli apparsi sul periodico “Montolmo e Dintorni”, edito a Corridonia, redatti dal Prof. Giovanni Carnevale con la collaborazione dell’Arch. Riccardo Garbuglia.

       SOTTO L’URTO DEGLI ARABI, I PAPI SI RIFUGIANO IN VAL DI CHIENTI
  (L’articolo è stato ripreso dal periodico “Montolmo e Dintorni” di Corridonia: N°8 marzo 2012)

Dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, nel 476, le popolazioni germaniche varcarono la tradizionale frontiera del Reno occupando le antiche province romane della Gallia e della Spagna. L’Italia vide l’arrivo di popolazioni barbariche come i Goti di Ravenna, ma i barbari non si radicarono in Italia se non coi Longobardi, che fecero di Pavia la capitale del loro regno.  Il regno longobardo era suddiviso in ducati, che arrivarono a controllare tutto il nord Italia e altre parti della penisola; nell’Italia centrale spiccava il Ducato di Spoleto, in quella meridionale Benevento.  L’impero romano d’oriente, con capitale Bisanzio, mantenne il controllo della fascia adriatica, delle coste meridionali e della Sicilia.  La situazione si complicò per Bisanzio quando dovette fronteggiare l’invasione degli Arabi, che conquistarono non solo le province del medio oriente e dell’Africa, ma anche, all’inizio del secolo VIII, l’intera Spagna.  La conquista della Spagna provocò per l’Europa il confronto diretto con l’Islam e creò i presupposti perché il Piceno, e in particolare la Val di Chienti, acquistassero una importantissima posizione politico-militare nell’incipiente alto medioevo.  Le recenti ricerche hanno evidenziato lo stabilirsi dei Franchi nel Piceno e le loro annuali guerre con Carlo Martello in Gallia contro gli Arabi che ne tentavano la conquista.  L’alleanza dei Franchi piceni col papato portò all’abolizione della dinastia dei Merovingi in Gallia e alla nascita in Italia della nuova dinastia carolingia con Pipino, consacrato re dei Franchi nel 753 da Papa Stefano II in Saint Denis, oggi San Ginesio, e con Carlo Magno, unto imperatore a Roma la notte di Natale dell’800.  Carlo Magno moriva nel gennaio dell’814 e sarà il caso che, per il 1200° anniversario della sua morte, la cultura locale ricordi in qualche modo l’evento.
Con suo figlio Ludovico il Pio le difficoltà con gli Arabi si fecero sentire anche in Italia.  Claudio, vescovo di Torino, oggi Pieve Torina, ci dice che il sovrano lo aveva incaricato, all’arrivo di ogni primavera, di fronteggiare improvvisi sbarchi notturni di Arabi lungo le coste adriatiche.  Sulle coste laziali la situazione era ancor più pericolosa; il mar Tirreno era infatti totalmente sotto il controllo degli Arabi, che stavano anche completando la conquista della Sicilia.  La sua occupazione fu ultimata nell’840.  In quello stesso anno moriva l’imperatore Ludovico il Pio e gli Arabi sbarcavano anche sulla penisola, occupando Taranto e Bari.
Già prima di questi eventi, Gregorio IV, Papa dall’827, aveva abbandonato Roma e trovato rifugio in Val di Chienti, ove la Santa Sede possedeva beni territoriali dall’epoca dei primi sovrani carolingi, le cosiddette Domus Cultae.  È più la logica concatenazione degli eventi che i superstiti documenti a chiarire il trasferimento della sede del papato da Roma in Val di Chienti, nei pressi dell’Aquisgrana carolingia.  La storiografia arranca nel buio: i Papi lasciavano una Urbs o Roma e ritrovavano un’altra Urbs e un’altra Roma (oggi Urbisaglia) nel Piceno, allora Francia.  Comunque Papa Gregorio IV, prima di morire nell’844, si era preoccupato di costruire una fortezza a difesa del locale portus (oggi Civitanova) che gli storiografi hanno identificato con Ostia, il ché non ha senso perché gli Arabi erano in grado di sbarcare senza trovare ostacoli di sorta lungo tutta la costa laziale, indifesa.  Nell’846 gli Arabi saccheggiarono Ancona, poi attaccarono la fortezza di Portus, decisi a  conquistare Aquisgrana, ma furono respinti sul territorio della riva destra del Chienti e ricacciati.  Non andò però esente dal saccheggio lungo la riva destra del Chienti la ricca chiesa carolingia di San Pietro, nell’odierna Corridonia.  Per fronteggiare futuri pericoli, sulla riva destra del Chienti fu costruita una serie di fortificazioni da Papa Leone IV (847 - 855), che da lui presero nome di Civitas Leonina.  Fortificata con possenti mura la zona di San Pietro, questa chiesa, tuttora esistente ma totalmente ricostruita nel 1700, divenne la cattedrale dei Papi in esilio nel Piceno.  Era fronteggiata da uno splendido portico chiamato anche Paradisus, dove trovarono sepoltura Papi e Imperatori nell’alto medioevo.  Viene citata anche nel XIII fioretto di San Francesco che, venuto a Roma, in Francia, entrò in quella chiesa.  Naturalmente il San Pietro Piceno sui documenti, affiancato ai termini di Francia Picena, Urbs o Roma Picena, ha contribuito a far credere che i Papi nell’alto medioevo rimasero sempre a Roma senza bisogno di trovare rifugio in Val di Chienti.
Altri elementi ci spingono a pensare che il Papato effettivamente risiedette per due o tre secoli in Val di Chienti.  L’antica splendida cappella palatina costruita da Carlo Magno, al cui ingresso il sovrano fu sepolto e vi restò finché il Barbarossa nel 1166 non ne portò i resti ad Aachen, estintasi la dinastia dei Carolingi, fu assunta dai Papi come propria sede pontificia e non si chiamò più cappella ma basilica lateranense.  Nell’817, subito dopo la morte di Carlo Magno, si era tenuta un’assemblea di ecclesiastici presieduta da Benedetto di Aniane per estendere la regola di San Benedetto a tutti i monasteri di occidente.  È documentato che questo sinodo fu tenuto ad Aquisgrana nell’ala del Palatium di Carlo Magno denominata Laterano.  La storiografia ha immaginato che i Papi e il Laterano non si fossero mai spostati da Roma, quando invece questa era ridotta a un cumulo di rovine.  Il Laterano tornò a Roma quando vi tornarono i Papi, verso il secolo XIII, in una data non ben precisabile.