venerdì 26 giugno 2020

Alcune sagge considerazione ricevute dal Prof. Enzo Mancini.


San Carlo Magno

Ho letto con interesse l’articolo di Giorgio Rapanelli, con cui concordo in parecchi punti, ma non in tutti.  Che volete, “tot capita, tot sententiae”.  Ad esempio mi preoccupa che la disputa, innescata dal prof. Giovanni Carnevale col binomio “ san Claudio – Aquisgrana”,  acquisti una deriva politica. Perché san Claudio al Chienti appartiene a tutto l’arco parlamentare,  ai credenti come ai non credenti. Mi rendo conto comunque che, specialmente ai nostri giorni,  è impossibile per uno storico non scantonare ogni tanto in politica. Io personalmente non sono schierato perché so che la politica non è pane per i miei denti, non ne sono all’altezza, non ci capisco. A me non sembra diverso dal fare tifo per una squadra di calcio o per un’altra.

Sono anch’io convinto che chi appoggia la teoria di don Carnevale non debba vedere nella controparte tedesca o francese un acerrimo nemico da abbattere. Per ricostruire una storia medioevale plausibile abbiamo assoluto bisogno dell’aiuto della Germania e della Francia.  E’ un dato di fatto che gli Italiani i documenti non li sanno conservare, e neanche i monumenti, al contrario di quanto sanno fare oltre le Alpi. Se poi penso ai tanti misteri italiani,  ai fatti e fattacci accaduti nel corso della mia vita… penso sia più semplice  ricostruire la verità sulla storia del medioevo  che di quella contemporanea. Però, ritornando ad Aquisgrana,  sono stupito del fatto che Tedeschi e Francesi  continuino imperterriti  ad ignorare la teoria del prof. Carnevale.  Salvo qualche rara eccezione, come Angela Raestrup, che conferma la regola. Non sta a cuore anche a loro sapere come effettivamente  si è svolta la loro storia, che è inestricabile dalla nostra?

In Vaticano si sono lamentati del mancato riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa, ma ben gli sta. Per favorire il costituirsi dello stato Pontificio hanno contribuito parecchio agli incendi degli archivi nostrani, per interessi politici. E per interessi politici  Carlo Magno fu dichiarato santo, con la benedizione di Pasquale III , un antipapa. Il grande Carlo era un credente, ma santo proprio no. Come si può fare santo un uomo, volendo usare i termini di  Umberto Eco ne ” Il nome della rosa” ,  la cui verga veniva soddisfatta praticamente ad ogni erezione, o dalla moglie legittima o da chi per lei.  Se lo poteva permettere e se lo permetteva. Non posso non ricordare a questo punto la canzone scritta da Paolo Villaggio e cantata da Fabrizio de André, Carlo Martello:  “ Alla donna apparve un gran nasone, un volto da caprone, ma era sua maestà! “  Penso poi che il ripudio della prima moglie, che non si chiamava né Ermengarda né Desiderata,  ma probabilmente Berterada,  sia dovuto al rifiuto della figlia di Desiderio del menage sessuale dell’augusto marito; la principessa longobarda era probabilmente troppo orgogliosa per sopportare in silenzio la gran quantità di corna che l’illustre consorte gli procurava senza troppi scrupoli.

Stranamente Alcuino di York , che si è meritato ampiamente l’aureola di santo,  è rimasto a tutt’oggi solamente beato. Carlo, nipote di Carlo Martello,  non era santo ma sapeva scegliere le persone giuste e metterle al posto giusto.  Non sapeva scrivere, è vero, ma non lo si può considerare come un analfabeta e un ignorante.  Non aveva bisogno di scrivere, lui dettava a chi sapeva scrivere; ma capiva e parlava almeno quattro lingue. Ma l’onore di essere considerato il padre dell’Europa io lo attribuirei di più ad Alcuino di York  che al sire Carlo di Aquisgrana.  Perché fu Alcuino ad organizzare la didattica nei territori carolingi, avendo usufruito degli insegnamenti del Venerabile Beda, anche se non direttamente.  Fu Alcuino  a porre il seme da cui nacque l’Università,  prima nella Francia Picena,  poi nel resto dell’Italia, poi nel resto dell’Europa.

Forse ho concentrato un po’ troppo i miei convincimenti in poche frasi, ma ricordo che da studente  ai miei professori non dispiaceva la mia capacità di sintesi.

Mancini  Enzo                        Macerata 25 giugno 2020  

martedì 9 giugno 2020

Giorgio Rapanelli presenta ai soci un Carlo Magno difensore della cristianità e artefice della rinascenza culturale

Giorgio Rapanelli pone le seguenti interessanti riflessioni a i soci del Centro Studi che ritengo possano interessare anche ai nostri simpatizzanti:

CARLO MAGNO, IL SACRO ROMANO IMPERO, I MONASTERI, IL PAPATO
Cari Associati e care Associate del Centro Studi San Claudio al Chienti,
pongo una domanda: se Federico Barbarossa non avesse smantellato le parti asportabili della Cappella Palatina di San Claudio, portandole seco in Germania ed infine ad Aachen, dove costruì in gotico una  Cappella Palatina ove porre la scheletro di Carlo Magno, facendola diventare luogo di culto del “suo” Sacro Romano Impero, il nome e la Storia di Carlo Magno sarebbero giunti fino a noi?
Noi sappiamo di Carlo dai pochi documenti rimasti. Ad esempio, lasciandoci vuoti di interpretazione, non sappiamo i tempi e le strade percorse negli spostamenti nel suo impero. Sappiamo invece che egli, per intuizione mentale, o per ispirazione divina, favorì la fondazione di innumerevoli monasteri benedettini, concedendo loro terre, diritti, rendite e la possibilità di espandersi. I monasteri diventarono  luoghi non solo di preghiera e di meditazione, ma pure di lavoro, di studio in diverse scienze, derivanti dai documenti in latino e greco salvati dalle distruzioni barbariche; documenti  che venivano archiviati e riprodotti dai monaci amanuensi.  In seguito, grazie ai monasteri, si crearono scuole, università, ospedali, ricoveri per viandanti, ospizi, orfanatrofi, lebbrosari. Tutte le moderne teorie sociali e le ideologie poggiano su quanto i monasteri – e la stessa Chiesa – hanno costruito come società e mantenuto per secoli, non ultimo  il senso religioso della vita. Che, perdendolo in una visione materialistica, oggi siamo allo sbando mentale,  politico e socioeconomico.
Carlo difese il Papato e la Gerarchia centrale e periferica da nemici interni ed esterni.  Questa struttura religiosa e spirituale era il “dato stabile” su cui si fondava il Sacro Romano Impero di Carlo Magno. Purtroppo, dopo la sua morte, iniziò la dissoluzione del  Sacro Romano Impero. Occorsero secoli per la sua fine politica. Mentre, invece, rimaneva efficiente la struttura religiosa e spirituale che si era stabilizzata  all’interno del Sacro Romano Impero, impersonata dalla Chiesa. E quando l’Impero ereditato da Carlo Magno si dissolse del tutto, rimase intatta la struttura della Chiesa con la sua estensione e con i diversi livelli di inserimento nella nuova struttura sociale rappresentata dai liberi Comuni, che si erano nel frattempo formati..
Carlo Magno era un credente. Seppure analfabeta, ma colto nella conoscenza dei testi sacri e della liturgia, aveva le idee chiare su come strutturare il suo impero utilizzando la Chiesa, spirituale, saggia ed erudita. Seppure non riconosciuto come tale dalla Chiesa, in tempi successivi, l’imperatore fu fatto “santo” da un Antipapa.  Santità a parte, senza Carlo Magno non avremmo avuto questa civiltà e la prima, seppure temporanea, idea di Europa, rappresentata all’epoca dall’estensione e dai confini dell’impero carolingio.
Come ho già scritto in passato, alla nostra attività storica e archeologica, grazie al professore Giovanni Carnevale, manca quella parte che non rende morta la Storia, insieme alle pietre carolingie della Cappella Palatina e delle altre basiliche, chiese e monasteri. Manca, ad esempio, uno scritto che ci parli dei monasteri carolingi, della loro opera e della loro evoluzione come collante tra le diverse popolazioni dell’Impero.. Perché questa è la parte spirituale, se così vogliamo chiamarla, su cui fondiamo la nostra civiltà attuale, che esiste, che vibra sommessamente, poiché la parte eterica con le sue vibrazioni elettromagnetiche esiste e deve essere rimessa in moto…  Per secoli, pure se Aachen non era la vera Cappella Palatina, le popolazioni tedesche, a fini politici e con motivazioni di fede, hanno mantenuto “sveglie” le vibrazioni eteriche del Sacro Romano Impero, che hanno coinvolto – non a caso – il nostro professore Giovanni Carnevale.  Spingendolo ad indagare, a scoprire, a coinvolgere nelle propaganda e nella ricerca altre persone, che non a caso sarebbero  qui oggi.
Questa mia opinione coinvolge una nostra associata tedesca: Angela Schulze Raestrup, di professione medico. Non è stato un caso che Angela abbia conosciuto le tesi del professore Carnevale, che lo abbia poi incontrato, che abbia credute come vere quelle tesi e che le stia propagandando in Germania. Consiglierei, con ciò, il Centro Studi di non rimanere con Aachen e con il popolo tedesco in una posizione di rivalsa, o con un sentimento di rivalità. Dobbiamo avere invece un sentimento di amichevole confronto, riconoscendo ciò che hanno fatto per il nostro imperatore Carlo Magno. Di cui siamo beneficiari ed eredi ideali.
L’Abbazia di San Claudio non può più rimanere una parrocchia di campagna. Come è invece nelle intenzioni di collaboratori parrocchiani che intendono strumentalizzare la parrocchia, pur facendo alcuni parte – nel ruolo di iscritti, collaboratori e sostenitori - di una forza politica come il Partito Democratico, che ormai apertamente è anticattolica, con tutte le sue proposte parlamentari che contrastano con i “principi non negoziabili” della Chiesa Cattolica (leggi: utero in affitto, divorzio, aborto, Gender nelle scuole per pervertire la mente degli individui fin dalla più tenera età con attività sessuali e omosessuali, sostegno aperto a LGBT-movimento di lesbiche, gay, bisessuali e transgender, proposta di legge contro l’omofobia, che, diventata legge, condannerebbe un sacerdote, qualora dal pulpito citasse “lettera ai romani” di San Paolo in merito a sessualità, adulterio e omosessualità… ed altre iniziative politiche contrarie ai Vangeli e alla Bibbia).  In effetti, questi cattolici eretici – in buona fede, secondo loro e in forma mentale acritica - sono infiltrati ai vari livelli del Corpo Mistico del Cristo per creare scandalo e distruggerci, “inducendoci in tentazione”, qualora fossimo dubbiosi: è una tecnica che – da militante comunista, materialista storico e nemico della Chiesa – conoscevo molto bene…  Diversi - e a diversi livelli di competenza - sono i motivi perché quel Partito  ce l’abbia con il Centro Studi San Claudio al Chienti. Infatti, è noto - e con testimonianze - che il PD provinciale fece annullare  anni fa il piano di finanziamento da parte di alcune Istituzioni per un documentario su Aquisgrana in val di Chienti, da realizzarsi mediante una nota casa internazionale di produzione televisiva… Quindi, il problema che si oppone al Centro Studi è pure “politico”. Ci sarebbero, però, pure attenzioni “politiche” da parte di altri partiti di Centrodestra sull’argomento da noi trattato. Purtroppo, la cosa non è ancora ben compresa all’interno del Centro Studi.
Oltre e al di là della Cappella Palatina, l’Abbazia è un luogo “luminoso”.   Esistono ruderi di antiche chiese, le quali, seppure sconsacrate, ancora emettono vibrazione eteriche, dovute pure alla costruzione sul luogo di convergenza di forze presenti nel sottosuolo, che venivano individuate da chierici dotati di poteri… Nella costruzione di nuove chiese, oggi, andiamo un po’ a caso. Ma l’Eucaristia che viene celebrata lascia tracce nel luogo ove Essa avviene, nella parte eterica del  sottosuolo, nell’etere dell’atmosfera e per chilometri intorno…
Io sono convinto che occorra rimettere in moto le forze che sono nella nostra Cappella Palatina, celebrando l’Eucaristia nella Chiesa superiore in occasione di eventi della vita di Carlo. Se del caso… La Chiesa superiore è parte consacrata, al pari della Chiesa inferiore. Per cui occorre quel rispetto che il Centro Studi dà e che non esisteva prima di esso. Non possiamo aspettare che gli storici eruditi e anchilosati diano ragione al professore Carnevale. L’Abbazia di San Claudio-Cappella Palatina è qualcosa che merita di più. Non solo ai fini turistici… Io credo che quanto esposto e proposto sopra sia una via da seguire in futuro.
Cordiali saluti, Giorgio Rapanelli.
4 giugno 2020

venerdì 29 maggio 2020

Il Prof. Enzo Mancini ci propone una ulteriore tessera del mosaico di Aquisgrana in Val di Chienti.

Santo Spes

Il santo di oggi, 23 maggio 2020, per la Chiesa Cattolica è santo Spes, che in latino significa speranza.

Non avendolo mai sentito nominare in precedenza, sono andato un po’ in cerca di informazioni sul suo conto. Il sito web santiebeati.it  scrive che non si sa molto di lui, che probabilmente nacque a Spoleto, di cui fu vescovo per ben 32 anni. Di sicuro visse o almeno fu vescovo dopo l’anno 419. Dice per concludere: “Un’appendice alla storia di santo Spes di Spoleto è quella che riguarda le sue reliquie, portate in parte, non si sa quando e per quale ragione, in Francia, ad Aix-la-Chapelle.” 

Questo non ha una logica per chi segue la storia ufficiale, ma per chi sostiene la teoria di Giovanni Carnevale è chiaramente un ulteriore indizio a favore.

Fra Preci e Saccovescio, in una posizione dominante la Valnerina, c’è una chiesa dedicata a santo Spes, che ha rischiato di sbriciolarsi sotto i colpi del terremoto del 2016, ma ora è stata recuperata. L’abbazia di sant’Eutizio non è molto distante, Eutizio che fu un discepolo di Spes. In quell’area ad ovest dei  monti Sibillini nel V secolo c’erano parecchi monaci, sia anacoreti che cenobiti. Su Wikipedia non c’è molto di più: si conosce esattamente il giorno della morte di santo Spes da un epitaffio, il 23 novembre, ma non si sa di quale anno.  Anche wikipedia conclude dicendo: “ Parte delle sue reliquie furono portate, non si sa quando e per quale ragione, in Francia, ad Aix-la-Chapelle”.

E’ curioso che nessuno scriva che Aix-la-Chapelle oggi è più conosciuta come Aachen o Aquisgrana, perché non si trova in Francia ma in Germania.  Mi fa sorridere che per la storia ufficiale questo santo Spes ad Aquisgrana ce l’hanno portato da morto; ma c’è una sfilza di santi che la storia ufficiale in Francia ce li ha messi da vivi, ma che in realtà sono vissuti vicino a casa nostra, nella valle del Chienti o in quelle limitrofe. Purtroppo non ci sono prove, solo labili indizi; ma quando i labili indizi sono tanti possono costituire una prova. Al primo posto della lista ci metterei san Martino, oggi noto come quello di Tours.  Secondo me a Tours  ce l’hanno portato molti anni  dopo dei tempi di Carlo Magno.  In una lettera Alcuino di York scrive che vicino al suo monastero di san Martino c’è un monastero di santo Amando.  I sapientoni transalpini si sono scervellati per trovare questa località in Francia. La stanno ancora cercando.  Qui da noi invece vicino a Monte san Martino c’è Amandola.  Santo Amando per i Franchi veniva subito dopo san Martino.  Che il paese di Amandola derivi il suo nome dal mandorlo è pura fantasia. Come quella di quel parroco di Petritoli che volle scrivere che il suo paese prendeva il nome da una grossa pietra.

Petritoli deve il nome a “Titulum Petri” o meglio a “Petri titulum” !

Mancini Enzo

Macerata, 23 maggio 2020

domenica 17 maggio 2020

Un Onphalos nella valle del Chienti! Ci sarà un motivo!


Dalla Enciclopedia Treccani:
Granno (lat. Grannus) Divinità celtica delle acque identificata dai Romani con Apollo. Dal suo nome deriva quello di Aquisgrana (lat. Aquae Granni).






giovedì 7 maggio 2020

Abbazia di San Claudio al Chienti: " Le palme della discordia ".

Ringraziamo Giorgio Rapanelli per la interessante ed esaustiva ricostruzione storica del "Paradisus" della chiesa di San Claudio


giovedì 2 aprile 2020

Rievocazione storica del Prof. Enzo Mancini.

Estate 538: Tarzan a Urbisaglia ( Dalla "Guerra gotica" di Procopio di Cesarea)

Piove e nevica, nonostante sia già primavera. Il clima uggioso e l’assedio del coronavirus mi hanno riportato a tempi antichi, altrettanto lugubri dei presenti, che hanno interessato la nostra regione: i tempi della guerra gotica descritta da Procopio di Cesarea.
Questo autore dice che la carestia che colpì il Piceno fece non meno di 50.000 vittime. Un numero che oggi potremmo sottovalutare, ma che a occhio e croce corrisponderebbe al 50% degli abitanti di quel tempo.
Descrive con tinte fosche la fine di chi moriva di fame e i cadaveri non seppelliti, così magri che nemmeno gli avvoltoi riuscivano a scorticarli. Qualcuno è fotografato morente, con la pelle grigiastra, nel vano tentativo di nutrirsi di qualche erba, senza riuscire a strapparla da terra.
Tempi duri che, facciamo le corna, speriamo non abbiano a ripetersi.
Ma ritornando alla triste estate del 538 vorrei ricordare un episodio particolare descritto da Procopio: l’incontro con Egisto, il primo vero e documentato  “ Tarzan” della storia.
L’esercito bizantino si spostava verso Ravenna, proveniente da Roma, dopo che il re dei Goti Vitige aveva tolto l’assedio. Ci era stato costretto dalla mossa di Belisario, che aveva spedito il suo generale Giovanni, figlio del console Vitaliano, a minacciare Ravenna, allora capitale dei Goti. Giovanni comandava un contingente costituito perlopiù da mercenari reclutati nella penisola balcanica, slavi, traci, unni, forse anche qualche longobardo. Giovanni era un bizantino, anzi un romano. (Il termine “bizantino” si usò solo dal XVI secolo, a cominciare dallo storico tedesco Hieronimus Wolf ). Ma le sue truppe erano in maggioranza costituite da barbari. Dove passavano non si dilungavano a corteggiare le donne presentandosi con un mazzo di rose rosse.
L’esercito regolare dei Greci ( o Romani, come abbiamo precisato), con al comando Belisario e Narsete, fece pressappoco lo stesso tragitto dell’avanguardia di Giovanni.
Da Roma seguirono la Salaria; prima di Ascoli imboccarono la Salaria gallica, per Comunanza, Amandola. Sarnano, Pian di Pieca; forse dopo Urbisaglia ritornarono per la via pedemontana, cioè per Matelica e Cerreto d’Esi, ma questo ora non ci interessa.
La popolazione del Piceno, in fuga al passaggio delle truppe di Giovanni, al sentire che l’esercito in arrivo era di soldati romani civilizzati, ritornava nelle proprie abitazioni, almeno quelli sopravvissuti.
Al passaggio per “Orbesalia”, cosi suona nel testo greco, Procopio testimonia che dell’antico splendore di questa città, dopo il passaggio di Alarico del 410, non era rimasto che una porta e un lastricato. Inoltre sempre in Urbisaglia racconta di aver visto di persona un neonato allattato direttamente da una capra.
Alcune donne del luogo raccontarono a Procopio che ritornando alle loro case avevano trovato un bambino nato da poco ancora vivo. Se ne erano meravigliate dal momento che erano passati diversi giorni dal passaggio dei barbari di Giovanni. La madre era probabilmente morta per mano di questi gentiluomini.
Avevano provato ad allattarlo, ma il bambino non ciucciava. Durante questo tentativo una capra si avvicinò sbelando con tutto il fiato che aveva, come per difenderlo.
Visto che la capra insisteva, provarono a rimetterlo dove lo avevano trovato. La capra subito gli si mise sopra, proteggendolo e allattandolo. Lo aveva salvato sia col suo latte che proteggendolo dai cani randagi. Le donne, per convincere meglio Procopio, fecero piangere di proposito il bambino, e subito la capra corse e sotto i suoi occhi si mise sopra al piccolo offrendogli le poppe. Gli diedero il nome di Egisto, che significa appunto “allevato dalle capre”.
Questo bambino non è un personaggio inventato, è un personaggio storico. Se fossi sindaco di Urbisaglia gli dedicherei almeno una via. O forse lo hanno già fatto senza dargli pubblicità?
 Chissà quanti altri comuni in Europa sarebbero fieri di annoverare fra i loro antenati il primo Tarzan della Storia.
Forse ad Urbisaglia nessuno ha ancora letto la guerra gotica di Procopio di Cesarea. Ma ora, sotto scoppola del Covid 19, il tempo per leggere non manca.

Vade retro virus!

Mancini Enzo          Macerata  27 marzo 2020

mercoledì 4 marzo 2020

Where is Aquisgrana?


Where is Aquisgrana?

It is clearly stated in the “Capitulare de Villis”

   It is found in the “Ministerium de Sancto Claudio”

“Capitulare” is a Carolingian term that indicates the prescription of a law. The law or “capitulare” that we would like to focus on is defined as “De Villis vel Curtis Imperii”. It was enacted approximately in the year 770; it identifies the properties belonging to Charlemagne’s family and it mandates that these properties be protected and maintained exclusively for the sustenance of the royal family.
The “Capitulare de Villis” describes in detail the organization of the Ager belonging to Charlemagne and it underlines its structure that takes the shape of a pyramid, with “Ministeria”, “Curtis” e “Villae”.
It specifies in a very detailed and exhaustive manner what must be produced and raised in each “Ministerium”: it lists which crops must be cultivated and which animals must be bred, specifying even the number of animals that must be kept in the stables.
The “Capitulare” is detailed to the point of ordering the courtyards of the “Villae” to be made pleasant and elegant, with the presence of peacocks, pheasants and other charming animals.
            The management of the “Ministerium” is entrusted to a “judex” who must exercise both administrative and judicial powers and who is appointed directly by Charlemagne. “Judices” had to handle additional tasks: they had to take turns serving in the Palace and could be asked to perform various duties and even participate in military expeditions. They were obviously the highest personalities of the kingdom, tied to the king by an oath of loyalty.
            The “Capitulare de Villis” has always aroused a lot of interest in historians, but also a lot of confusion due to the list of crops that had to be cultivated in the “Ministeria”. Identifying Aquisgrana with Aachen and therefore placing it in northern Europe had the historians confused; based on the ability of growing the crops described in the law, keeping in mind that almost all of these products could be grown only in the mild Mediterranean climate, they could not figure out where the listed products were cultivated.
            The “Capitulare” states that only Charlemagne or, in his absence, his wife could impart orders in the entire “Ager”.
            We are interested not just in identifying the location where the crops described in the law had to be cultivated, but mainly in the in-depth analysis of the structure of the “Ager” as described in the “Capitulare”.
            As we analyze the document, we draw some key considerations:
1 – The “Ager” belonging to Charlemagne, given the type of products that must be cultivated in it, is located near the Mediterranean Sea.
​2 – Aquisgrana and its Palatium, the center of power given the activities that were taking place in it, had to be inside the “Ager”. Therefore, Aquisgrana had to be near the Mediterranean Sea as well.
3 – From the analysis of the documents from the High Middle Ages available to us, we realize that up until the 11th  and 12th   century the presence of “Ministeria”, “Curtis” e “Villae”, meaning the partition of the territory of Aquisgrana as described in the “Capitulare”, is found only in the areas of Macerata and Ascoli.
            We reiterate that, as they analyzed the “Capitulare de Villis”, the historians focused their attention on the type of agricultural products mentioned in the law. Since the historians had placed Aquisgrana in Aachen, in northern Germany, they had great difficulty in locating the places described in the “Capitulare”. Since the location of this “Ager” belonging to Charlemagne is strictly tied to the location of Aquisgrana, and given the fact that certain crops could not be grown in Aachen, the historians have considered Aquisgrana to be a capital that was spread out, attended by a traveling court.
            We believe that the “Capitulare de Villis” was never fully studied by the historians. We have taken the time to do that, paying particular attention on the fundamental function of the “Ager” organization, with its various “Ministeria”, which was intended for the sustenance of the king and his extended royal family and for the production and conservation of food supplies that were fundamental for the military campaigns that took place every summer.
            The quantity of animals and the abundance of the various crops bespeak a prevalent wellness and especially of a large availability of food to be used in the frequent military actions.             The efficiency of the military organization can also be seen in the prescription for the construction of the carts used to transport food supplies. The carts had to be light and waterproof, so that they could cross waterways without damaging the food.
            The “Capitulare” clearly defines the “Ager”: it describes a territory that is relatively contained, as one derives from the fact that whenever there was a dispute among citizens or between a citizen and the authorities and a citizen had to be reprimanded for reprehensible behavior, he had to walk to the court without eating. This shows that the area of the “Ager” was well defined and circumscribed.
            Every “Ministerium” was managed by a “Judex”, who is a trusted individual to whom Charlemagne gives the responsibility to run the “Ministerium”, both for administrative and legal purposes. This is a confirmation that with Charlemagne there is no trace of feudalism, rather there is a direct and trusted relationship between the king and the “Judex”, the individual managing the king’s property.
            The specification of the type and quantity of crops that needed to be cultivated, which and how many animals had to be raised, which fisheries needed to be managed and which mills had to be built, how much cooked wine was needed, it all shows a flourishing economy with a well-run system that keeps the “Curtis” and “Villae” very lively.
            The “Comes stabuli” as described in the “Capitulare” is a character of particular interest. This authoritative figure was in charge of the “Stabulum”, the area where you would find the buildings used for the breeding of various animals.
            There is a high concentration of place names in the province of Macerata that have a faunal origin, such as: Pieve Bovigliana, Pieve Taurina, Capriglia, Monte Cavallo. All these and other name places are an indication of how these areas were used for the raising of certain types of animals as prescribed in the “Capitulare”.
            We believe that for some of these buildings in the northern province of Macerata, especially those that present Syrian architectural features, we may backdate the origin. Undoubtedly, one of these is the castle in Beldiletto. Its most ancient part is a large quadrilateral structure, not far from the river stream, that seems built with the purpose of raising animals.
            Historical documents are fundamental for the reconstruction of history. Often enough, however, we see history scholars start their research relying on certain established assumptions. Instead of examining and analyzing historical sources scrupulously, historians tend to bend the facts and the meaning of the documents they are studying to fit what they believe or what they were told is a matter of fact, a notion accepted by everyone in the world of academia, a world that does not like to upset historical traditions.
            History scholars shy away from disputes that would require a deep analysis and additional studies instead of confronting with scientific proof whoever presents new theses.

Riprendo un intervento del Prof. Enzo Mancini per inserire dei riferimenti che spiegano la nascita della Scuola sicilana.

- Nel trattato Osservazioni sopra le famiglie nobili d’Italia, le loro arme, ed Imprese di Francesco Antonio Marcucci (1717-1798), si riporta questa testimonianza:
«Nella venuta nel 1187 in Ascoli di luglio di Henrico VI re dei Romani Filio di Federico I Barbarossa, imperatore, gli furono fatti archi trionfali oranti con varie Imprese & Insegne & Inscrizioni, dalli Ascolani, come si cava da un antichissimo manoscritto e gli fu recitata una orazione panegirica in lingua nostra italiana allora nascente e rozza e si suppone recitata dal nostro arcidiacono Berardo, poi vescovo di Messina; e un carme italiano o sia cantico encomiastico, recitato dal nostro Vuillielmo poi Pacifico poeta, il quale nella sua età avanzata fu frate e discepolo di San Francesco… Quando la recita del carme fu fatta il 22 luglio1187, Guglielmo aveva 29 anni: il carme era di 100 versi precisi e furono sufficienti perché Guglielmo fosse dichiarato nobile paladino e poeta di corte. Ventuno anni dopo, nel 1208, a Palermo Federico II ancora ragazzo lo proclamò solennemente suo maestro e re dei versi italiani per essere stato il primo di tal professione in Italia. Gli altri poeti furono tutti allievi della scuola guglielmina. Passano altri quattordici anni e Guglielmo fa la strepitosa risoluzione che tutti conosciamo».
- Guglielmo Divini da Lisciano, dopo il 1187,fu accolto da Enrico VI e Costanza di Sicilia  alla corte palermitana.
- Anche le cronache ascolane (Andreantonelli, 1673, IV, p. 288) riportano come Guglielmo, insieme con altri scelti cittadini, venisse condotto dalla città marchigiana (in Sicilia ndr) alla corte imperiale per i suoi meriti letterari, mostrati nella composizione di un carme encomiastico nei confronti dei sovrani.
- In un documento del 1194, Costanza si riferisce a Divini come al «fidelis noster attendentes cum fidem et devotionem» (Franchi, 1995, pp. 174 s. n. XIII).
- Infine Federico II nel 1208 a Palermo proclamò Divini “Rex versuum”.
   E’ necessario evidenziare come Guglielmo Divini, già autore di testi lirici nell’idioma linguistico dell’Italia mediana prima che questo venisse definito dalla letteratura in volgare, fosse presente da protagonista all’interno della cerchia letteraria federiciana, insieme ad altri valenti “marchigiani”, indica che nella Scuola siciliana ebbe un ruolo non secondario, non solo perché venne incoronato come il primo dei poeti già prima della piena fioritura della Scuola ma soprattutto perché è del tutto evidente che il gruppo motore della Scuola formatosi nel Piceno, dove si era già affermato come precursore della nuova lingua, fu ospitato a Palermo ed è ricordato come "Scuola siciliana"
Guglielmo Divini, già autore di testi lirici nell’idioma linguistico dell’Italia mediana prima che questo venisse definito dalla letteratura in volgare, poi attivo da protagonista all’interno della cerchia letteraria federiciana, insieme ad altri valenti “marchigiani”, ci dimostra che nella Scuola siciliana ebbe un ruolo non secondario. Venne infatti incoronato come il primo dei poeti già prima della nascita della Scuola. E’ inoltre del tutto evidente che il gruppo motore della Scuola si era già formato nel Piceno, dove si era affermato come precursore della nuova lingua, successivamente accolto a corte a Palermo acquisì il titolo di “Scuola siciliana”.
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dal sito nel 27/02/2016:

Il Prof. Enzo Mancini aggiorna la sua precedente relazione su "La nascita della lingua italiana e la questione francescana", con questo articolo che contiene risvolti clamorosi.

Fra Pacifico
(Alias Guglielmo Divini, alias re dei versi, alias padre di Federico II, alias co-autore del Cantico delle creature):

Nell’articolo precedente, in cui parlavo della nascita della lingua italiana e della questione francescana, mi è scappata una piccola gaffe, o grande, se preferite, riguardo a Fra Pacifico, scrivendo che era di San Severino.
Non posso non tornare su questo personaggio, che ha un ruolo chiave sia  per la nascita della lingua italiana sia per la questione francescana.
 Guglielmo Divini è nato a Lisciano, sotto colle san Marco e sopra Ascoli Piceno, sembra nel 1158. Non è stato fatto santo, resta Beato Pacifico da Lisciano.
Il san Pacifico di san Severino è posteriore, vissuto dal 1653 al 1721, anche lui frate minore, anche lui, curiosamente, di cognome Divini.
Ma a noi interesse il Beato Pacifico, quello che a  San Severino nel 1212, (o 1213), si convertì a
 san Francesco, letteralmente da un giorno all’altro, come riporta Tommaso da Celano ( Vita seconda, cap. LXXII ) .
Quando aveva 29 anni Guglielmo recitò un carme encomiastico di sua composizione di fronte a Enrico VI , in visita ad Ascoli, fresco sposo di Costanza d’Altavilla. Il poeta impressionò tanto bene la coppia regale che se lo portarono in Sicilia, dove soggiornò fino al 1211. Ma, da cavalier servente, seguiva la regina. La Gran Costanza, erede del regno di Sicilia, il 26 dicembre del 1194, nella piazza di Jesi, dette alla luce  Federico II.
Ma ascoltate che gossip: osserva Benedetto Leopardi di Monte San Pietrangeli, quasi un secolo fa, che nove mesi prima Enrico VI non era con la moglie, più vecchia di lui di 11 anni, ma in Germania. Costanza stava a Spoleto, con le sue dame e il suo cavalier servente, Guglielmo Divini.
L’ipotesi dell’amor galeotto è clamorosa, ma non inverosimile. Il matrimonio era stato combinato, capolavoro politico ma non affettivo. Questo imperatore era un uomo crudele: costrinse Costanza ad assistere alla esecuzione con tortura di Guglielmo Monaco, signore di Castro Giovanni (Enna), a cui fece inchiodare sul capo una corona di ferro rovente. Enrico VI morì poi in circostanze misteriose, nel 1197, a soli 32 anni, secondo malelingue avvelenato dalla moglie, ma forse dicevano la verità.
Anche lei morì di lì a poco, il 27 novembre 1198, lasciando il piccolo Federico sotto la tutela del papa Innocenzo III.
Nel 1208, quando Guglielmo Divini aveva 50  anni, Federico II adolescente lo incorona “re dei versi”, ignaro certamente ( o no, chi può saperlo?) che fosse suo padre.
Alla corte di Federico II nacque poi la scuola poetica che Dante chiamò “siciliana”.
Ma questi siciliani da chi impararono l’arte se non dal nostro Guglielmo Divini?
Che poi diventò fra Pacifico in fretta e furia, a 54 anni: certamente si sarà convertito, ma quanto sarebbe valsa la sua pelle se gli fosse sfuggito il suo grande segreto?
Quindi fra Pacifico seguì san Francesco, era presente quando al santo fu donato il monte della Verna, soprattutto era con lui dal 1223 al 1226.
Il che giustifica l’ipotesi che il “ Cantico di frate Sole” sia stato composto a quattro mani. Il “Poverello” era cieco, malato, ignaro di metrica. Nel Cantico lui ci mise l’ispirazione, fra Pacifico ci mise le parole giuste, in volgare italiano.
E’ curioso che Francesco Salvatore Attal, autore di una biografia del santo di Assisi fra le più dettagliate, scriva: “Una vecchia leggenda … vuole che san Francesco abbia fatto venire fra Pacifico, l’antico re dei versi, per dar forma perfetta alla metrica del canto, arricchendolo di cadenze musicali. E’ una leggenda assurda. Fra Pacifico morì nel 1220, mentre si recava in Francia”.
Ma assurdo è quello che scrive Attal, perché fra Pacifico morì nel 1234, all’età di 76 anni!
Ma non me la voglio prendere troppo con Attal, che scrive con il dente avvelenato contro Paul Sabatier, il principale responsabile della nascita della questione francescana.



Perché anche Attal, circa novanta anni fa, era convinto che l’Italiano come lingua nasce dai frati minori di san Francesco.
Riporto testualmente quello che leggo nella sua biografia di san Francesco d’Assisi, edita dal Messaggero di S. Antonio, Padova:
…Ma quando i fraticelli allargarono la loro cerchia, spingendosi ovunque in Italia, si impose la necessità di fissare epoche determinate in cui tutti i compagni potessero ritrovarsi insieme…Così nacquero quelle riunioni periodiche che, con espressione tolta al linguaggio cavalleresco, furono dette “Capitoli”… Per la Pentecoste (maggio)… e per san Michele (29 settembre)…
…L’Italia del 1200 aveva una sua civiltà originale, fastosa, brillante. Le corti degli imperatori, dei re di Sicilia, dei marchesi d’Este e di Monferrato, le città lombarde, le grandi repubbliche marinare, Firenze, Roma, celebravano le loro solennità con feste, giostre, tornei di poesia, da cui uscì quel linguaggio che Dante chiamerà” illustre, aulico e curiale”( De Vulg. Eloq. I, XVII,1) e che sarà il linguaggio della Divina Commedia.
A partire dal 1216 si vide ogni anno nel piano di Assisi un’altra solennità caratteristica, una corte plenaria come non se ne erano mai vedute, differente da tutte le giostre di amore celebrate fin allora e superiore ad esse di tutta la distanza che corre fra l’amore umano e il divino”.

Dal momento che ho citato questo autore, mi si permetta di citare anche un altro passo significativo di questo libro:
Nel capitolo del 1217 dice san Francesco ( Speculum Perfectionis LXV ):
“Fratelli miei carissimi, a me si conviene essere modello ed esempio di tutti i frati…Adunque… io eleggo la provincia di Francia ove ha cattolica gente, in specie perché meglio degli altri cattolici fa grande riverenza al corpo di Cristo, il che mi è cosa graditissima…”

Come poteva il Santo parlare della Provenza, dove era in corso la crociata contro gli Albigesi, i Catari che non erano proprio cattolici, ma dichiaratamente contrari all’Eucaristia?
Parlava della Francia del Piceno, parlava di noi.

mercoledì 19 febbraio 2020

Elucubrazioni del Prof. Enzo Mancini.


Ma tu lo sai quanti giri fa la boccia?

A metà degli anni 60 del secolo scorso la chiesa di san Claudio aveva l’aspetto attuale, ma l’ambiente esterno era più campagnolo di oggi. Qualche buontempone sostituiva i cartelli stradali del comune con improbabili indicazioni come:” joppe le jeppe”; per la traduzione chiedere a qualche anziano contadino del luogo.
Lo spazio antistante l’antica chiesa era ancora in terra battuta; c’erano anche le gange per giocare a bocce. Ma a noi ragazzi di allora piaceva di più il gioco a campo libero. Io non ero ancora diventato un “quattr’occhi” per il troppo leggere e anch’io mi difendevo nel bocciare di volo.  Le prendevo di resto a 20 metri di distanza con una percentuale di circa il 70% dei tentativi:  avevo quasi una carriera davanti. Ed avevo un compagno con velleità filosofiche che mi poneva spesso questa domanda: “Ma tu lo sai quanti giri fa la boccia?” Mi voleva inculcare il concetto della complessità dei fatti che nella vita ti possono capitare.
La frase mi ritorna a galla della memoria ogni volta che incappo in storie complicate come quelle della “Lettera a Diogneto”.
Verso il 1436 un giovane prete di Arezzo fu mandato a Costantinopoli per imparare il greco; un giorno tornato dal mercato del pesce si accorse che il suo pranzo era avvolto in carta scritta a mano.  Invece di buttarla se la portò in Italia. Passò il manoscritto ad un frate domenicano che se lo portò a Basilea. Lo studiarono altri umanisti, mentre l’originale fu conservato in una abbazia dell’Alsazia, a Marmoutier. Poi finì nella biblioteca municipale di Strasburgo.
Nel 1870 il manoscritto andò distrutto nell’incendio della biblioteca appiccato dal fuoco di artiglieria dei prussiani.  Dagli studi risulta noto solo il destinatario di questa lettera: Diogneto, che doveva essere una persona in vista di religione pagana, probabilmente  di Costantinopoli. Dell’autore si può solo arguire che visse nel II secolo d. C. e che era un ottimo scrittore, oltre che un cristiano convinto.  Se il suo nome fosse noto lo conoscerebbero tutti i cristiani, invece è sopravvissuto solo un suo scritto. Di cui sappiamo le vicissitudini dal XV secolo ma nulla degli altri tredici secoli.
Mi sorge spontanea una domanda: quanti giri fa la Storia che si basa sugli scritti? Quante storie vere scritte da uomini sapienti sono finite come carta igienica?  Quante storie inventate hanno assunto i connotati della realtà? Chi ha deciso quello che doveva restare e quello che doveva servire ad incartare la spesa? Chi lo sa? Lo sanno forse gli storici di oggi?
Macerata 2 febbraio 2020          
 Mancini Enzo



mercoledì 1 gennaio 2020

PORTA GEMINA: Edificio dell'ottocento o porta di Urbis Salvia?

GRAZIE A QUESTA DISPENDIOSA RISTRUTTURAZIONE NON SAPREMO MAI PIU' PERCHE' LA PORTA DI INGRESSO ALLA CITTA' DI URBIS SALVIA SI TROVAVA AD UN LIVELLO DI CIRCA 10 METRI AL DI SOTTO DEL RETROSTANTE  PIANO DI CALPESTIO DELLA CITTA'.
GRAZIE DI AVER PERMESSO QUESTA "DAMNATIO MEMORIAE"