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sabato 21 novembre 2020

Una analisi del Prof. Enzo Mancini sulla decisione di Carlomanno di trasferisi da Soratte a Montecassino.

                                                                       Eginardo


Nacque verso il 770 d. C. , ma la data è incerta;  probabilmente a Seligenstadt, presso Francoforte, non troppo lontano dal monastero di Fulda.  In questo monastero ricevette l’istruzione di base e , sicuramente per essersi segnalato per la non comune memoria e per il suo cervello fino, fu inviato alla corte di Aquisgrana. Vi arrivò poco più che ventenne, nello  stesso periodo in cui vi giunse Alcuino di York, cioè verso il 792. Alcuino ossia Albino ossia Flacco fu definito da Eginardo:” l’uomo più dotto del suo tempo”. Eginardo fu certamente l’allievo più brillante di Alcuino, ma non certo un personaggio importante alla corte di Carlo Magno.  Il maestro lo chiamava amabilmente “Nardulus”, piccolo nardo,  scherzando un poco col suo nome e con la sua piccola taglia. Eginardo diventò importante a corte solo con Ludovico il Pio, e anche di più col suo primogenito Lotario. Non era un monaco, nonostante che nello sceneggiato RAI di pochi anni fa lo abbiano fatto vestire di saio già ai tempi di un giovane Carlo Magno, sbagliando sull’abito e sull’età.  Eginardo si fece monaco solo quando rimase vedovo della moglie Imma, in età avanzata.  Morì  quasi settantenne nell’840,  lo stesso anno di Ludovico il Pio. Da vedovo e monaco fece ritorno dalle parti dove era nato, facendovi costruire un monastero e una basilica.

Curiosamente Eginardo oggi è più famoso di Alcuino, solo per aver scritto la “Vita Karoli”. Vero è che senza Eginardo  oggi Carlo Magno sarebbe stato considerato alla stregua di re Artù. Però Alcuino era di un’altra categoria, una mente enciclopedica, il sottovalutato inventore dell’UNIVERSITA’, il vero padre dell’Europa. Ma su Alcuino mi propongo di approfondire in seguito.  Ora vorrei tornare ad Eginardo e a quello che scrive nelle prime pagine della “Vita Karoli”.

Racconta che il fratello maggiore di Pipino il Breve, Carlomanno, stanco delle battaglie e degli impegni di governo del regno dei Franchi, si potrebbe anche ipotizzare per non essere molto in sintonia con l’ambizioso fratello, si ritirò sul monte Soratte, a vita monacale, a poco più di venti Km a Nord del grande raccordo anulare  di Roma. Lasciò così spazio a Pipino che di li a poco, con un vero colpo di stato, doveva esautorare Childerico III e farsi incoronare, con la benedizione di papa Stefano II, quale legittimo sovrano del regno Franco. Ma la pace del monastero era frequentemente interrotta da un andirivieni di nobili Franchi, dai quali Carlomanno era considerato molto più importante e popolare di Pipino. Di sicuro in battaglia  Carlomanno  aveva  molto  più carisma  e  seguito  del suo mingherlino  fratello,   passato alla storia come “il Breve”.  Quelli di San Claudio oggi lo avrebbero chiamato “Peppe lu Tappu”.   Allora Carlomanno, seccato delle visite di questi importuni,  se ne andò a Monte Cassino, dove concluse senza più scocciatori la sua esistenza terrena.

Ora ragioniamo. Se Pipino e i Franchi fossero stati  dalle parti di Liegi e di Aachen i nobili che andavano da Carlomanno sul monte Soratte avrebbero dovuto viaggiare per un sacco di tempo. Oggi il percorso in autostrada sarebbe di 1.400 Km circa; ma senza autostrada, senza ponti e gallerie il percorso sarebbe più che doppio . Ammesso che riuscissero a fare 50 Km al giorno, che sarebbe una buonissima media per quei tempi, la sola andata avrebbe richiesto quasi due mesi. Si potevano permettere questi signori di stare via da casa quasi quattro mesi solo per rendere omaggio al loro vecchio condottiero?  Forse sarà stato allora che  è nato il proverbio “chi va a Roma perde la poltrona”?  Ma se questi avevano viaggiato per quasi due mesi per arrivare al monte Soratte, si sarebbero scoraggiati di fare due giorni di strada in più per andare a Monte Cassino?  Credo proprio di no.  Se invece i notabili Franchi partivano dal territorio che oggi è la provincia di Macerata, per andare a Monte Cassino  anziché al monte Soratte, avrebbero dovuto impiegare il doppio del tempo di viaggio.  Allora sì che si spiega perché Carlomanno poté vivere in santa pace i suoi ultimi anni di vita terrena.

Mancini Enzo     Macerata 20  novembre 2020   (in tempi arancioni)

giovedì 13 giugno 2019

Dal Prof. Enzo Mancini: ALCUINO E CARLO MAGNO

    Alcuine et Charlemagne

Francis  Monnier  ( 1824 – 1875) pubblicò nel 1863 un trattato con questo titolo, a Parigi, con Henri  Plon  come editore. Riporto alcune frasi prese dall’introduzione di questo libro fra quelle che mi sembrano più significative. Non consiglio la lettura completa, che più che storia è agiografia. Per di più qua e là traspare un malcelato razzismo nei confronti degli italiani, ma questa non è una novità per i transalpini.
-          -       Come conoscere a fondo questa grande epoca di Carlomagno, che fu per la nostra Francia la             prima epoca di formazione? Che incertezza ad ogni passo! Quanti dubbi a carico degli stessi            documenti che dovrebbero dissipare tutti i dubbi! Come sapere infine la verità?  Le cronache              sono poco numerose, si copiano le une con le altre; quando si esamineranno seguendo le regole         della critica storica, ne resteranno appena quattro o cinque che siano che siano realmente                   carolinge e di una certa estensione.
-      -        Bisogna esaminare molto da vicino le carte che portano il nome di questo principe: sono a volte         fabbricate ad arte o interpolate … Si intuisce talvolta che si sta per affondare presto nelle tenebre       feudali, dove su cento pergamene ce ne saranno cinquanta che saranno false o manomesse.                Quanti monasteri hanno fatto, anche essi, la loro donazione di Costantino! ( cioè hanno falsificato      gli atti di proprietà).
-     -        Grazie a Carlomagno, grazie ad Alcuino, nomi che è impossibile separare, la nostra nazione, per        la prima volta, sebbene in maniera ancora indecisa, connobbe sé stessa. In una sola parola ci            troviamo  in presenza di questa varietà di fenomeni che segnala un’epoca di fondazione…
   
      Credo che siano sufficienti queste citazioni per capire che la storia del medioevo ha bisogno di essere riscritta.  Perché già nel XIX secolo  si erano resi conto, sia in Germania che in Francia, che i conti non tornavano.  Ci dicono che metà dei documenti sono falsi , però poi li hanno usati tutti!
     Carlomagno non aveva fatto in tempo  ad essere calato nella tomba che già Francesi e Tedeschi se lo contendevano quale rispettivo padre della patria. Ma ne hanno fatto un mito proprio perché non era né francese né tedesco.  Vagli a spiegare che il loro padre della patria era italiano,  perché qui era nato: “era de San Chiodu !”
     Dal signor, anzi monsieur,  Francis Monnier si evince un’altra importante importante  considerazione: il vero padre dell’Europa fu  Alcuino di York, fondatore della “Schola Palatina “ di Aquisgrana. E’ lì  che iniziò ad insegnare  le arti del Trivio ( dialettica, retorica, grammatica),  e del Quadrivio ( aritmetica, geometria,  astronomia, musica) . Gli allievi di Alcuino  poi gettarono le basi per fondare le più antiche scuole di studi generali, le Università. In Italia. Dove stavano realmente Alcuino e Carlomagno negli ultimi anni della loro vita e dove furono sepolti. Carlomagno a San Claudio al Chienti.  Alcuino di York a Monte san Martino (MC).
     Ma le prove?  Non ci sono. Solo labili indizi,  ma che poggiano su un mare di archeologia, parecchia ancora  da riesumare.  Oltralpe forse avranno i documenti, che sono facili da trasportare o da falsificare: ma cosa hanno di archeologico?
Mancini Enzo     Macerata  7 giugno 2019
                                                               

                                                              

martedì 5 luglio 2016

UNA TRADIZIONE CHE VACILLA



Nel 1800, mentre in Germania sulla spinta della Cultura Romantica, i tedeschi iniziarono a studiare il medioevo allo scopo di ricercare personaggi ed avvenimenti che giustificassero le origini della nazione tedesca, nel Piceno continuava la totale damnatio memoriae di quanto, in questa parte dell’Italia, era accaduto nel medioevo.
Gli storici tedeschi, nella ricostruzione della loro storia patria, partirono da quanto riferiva Eginardo nella sua “Vita di Carlo Magno” e cioè che Carlo Magno era morto e sepolto ad Aquisgrana, luogo dove era nato e sempre vissuto.
Poiché, da tempo immemorabile, esisteva ad Aachen una tradizione che attribuiva a Carlo Magno le ossa ivi conservate in una urna, i tedeschi identificarono Aachen con Aquisgrana.
Questa tradizione oggi vacilla perché messa in discussione dalle ricerche del Prof. Giovanni Carnevale.
Anche la storiografia inizia ad avere dubbi sul fatto che la Cappella di Aachen possa essere stata costruita da Carlo Magno. Tali dubbi sono giustificati soprattutto perché ad Aachen non sono stati mai trovati reperti risalenti all’VIII secolo.
I tedeschi, tetragoni, ancora oggi si affidano con forza alla tradizione. Nessuno infatti per secoli ha messo in dubbio che le ossa, conservate ad Aachen, siano di Carlo Magno.
Nessuno ha mai osato affermare che la tomba dell’Imperatore potesse trovarsi altrove, nonostante esistesse una autorevole fonte che indica che nel XII secolo è avvenuta una Translatio Santissimi Caroli Imperatoris.
I tedeschi, costretti a forzare a proprio vantaggio tale fonte hanno dato una interpretazione del testo alquanto curiosa, affermando che la Tranlatio era consistita in uno spostamento dei resti di Carlo dalla sua tomba, peraltro mai trovata, ad una urna.
Ancora oggi nonostante i ripetuti scavi archeologici effettuati all’interno della Cappella Palatina, con esito negativo, non si ha il coraggio di ammette che la tomba di Carlo Magno non sia mai stata all’interno della Cappella Palatina di Aachen.
I tedeschi infatti quando parlano della tomba di Carlo Magno indicano sempre l’urna dove sono conservate le ossa dell’Imperatore. Se provate ad insistere per un chiarimento vi spiegheranno che la tomba è sicuramente all’interno della Cappella ma che non è stata ancora trovata.

Negli ultimi anni sono stati messi in luce molti elementi di natura archeologica e storica che minano la tesi tedesca e giustificano un’altra verità.
Un interessante studio su questo argomento è iniziato nella seconda metà del XX secolo allorquando il prof. Giovanni Carnevale fu incuriosito dall’enigma che, archeologicamente parlando, presentava la chiesa di San Claudio a Corridonia (MC).  Iniziò quindi a studiare ed interpretare la struttura architettonica della chiesa.
Scoprì che San Claudio era identica strutturalmente ad altri tre edifici, tutti ubicati nel Piceno, ma fuori dal Piceno e nell’intera Europa, non si conosceva alcun edificio simile a questo. Scoprì successivamente che a Germigny des Près esisteva una chiesa strutturalmente identica a San Claudio.
La informazione ancor più interessante fu quella fornita dalle fonti dell’VIII secolo. Queste indicavano che tale edificio era stato fatto costruire da un dignitario ecclesiastico della corte di Carlo Magno, Theodulf.  Risulta inoltre dai documenti che egli afferma di averlo costruito a somiglianza della Cappella Palatina: Basilicam miri operis, instar  eius quae Aquis est constituta.
Queste informazioni incuriosirono ancora di più il prof. Carnevale e lo spinsero a proseguire gli studi sull’aspetto archeologico di San Claudio.
Fin dalle prime indagini il prof. Carnevale notava che tutti gli esperti datavano San Claudio dopo il mille. Tale datazione era basata sulla tipologia costruttiva della chiesa che presentava le volte a crociera. Per gli archeologi  infatti l’utilizzo delle crociere, tecnologia acquisita dagli arabi della Spagna,  era avvenuto in occidente, dopo il mille. 
Ma le scoperte degli archeologi inglesi, che nella seconda metà del XX secolo, hanno studiato il sito archeologico di Khirbet al Mafjar presso Gerico, dimostrano però che le crociere erano presenti nel frigidarium del palazzo omaiade, edificio distrutto da un terremoto agli inizi dell’VIII secolo, durante i lavori della sua costruzione.


Gernigny des Près, edificio che i documenti certificano sia stato costruito nell’VIII secolo, utilizza le crociere, ciò dimostra che esse erano già utilizzate ai tempi di Carlo Magno e che l’utilizzo della crociera, nell’VIII secolo era in uso in occidente.
Il prof. Carnevale si sentì autorizzato ad affermare che San Claudio poteva essere considerata carolingia.
Si era in possesso di argomenti per cominciare a combattere Aachen.
Andando oltre nella analisi, il dato che Germigny des Près era stata costruita ad imitazione della Cappella Palatina, costruita da Carlo Magno ad Aquisgrana, portò il prof. Carnevale a confrontare questa con la Cappella di Aachen. Si rese conto che tra le due non vi era nessuna somiglianza, mentre Germigny des Près presentava la stessa struttura di San Claudio.
Altro dato interessante è che sia Germigny sia San Claudio erano caratterizzate da volte a crociera, imitando l’edificio del vicino oriente, e ciò sottolineava una stretta relazione tra loro.
A questo punto la ricerca archeologica pone l’’interrogativo: perché questi edifici si rassomigliano?
Non c’è ancora una risposta.
Chiarimenti arrivarono quando dall’archeologia il prof. Giovanni Carnevale passò alla lettura delle fonti:
  • Eginardo riferisce che Carlo Magno, per costruire la Cappella Palatina, si servì di maestranze venute dall’oriente. Con ogni probabilità le stesse che, trovatesi senza lavoro per la cacciata degli omaiadi,  ad opera degli abbassidi, accolsero di buon grado il lavoro offerto dall’Imperatore.
  • Notker descrive che diplomatici di Bagdad, inviati dal Califfo di Bagdad alla corte di Carlo Magno salirono sulla terrazza della Cappella per osservare la vita che si svolgeva ad Aquisgrana.Una terrazza era presente sia a Germigny che a San Claudio. Non c’è una terrazza a Kirbart al Mafjar anche se aveva una cupola nella copertura. Non ha una terrazza la Cappella Di Aachen, nè potrebbe averla. Il prof. cominciò ad approfondire sull’aspetto architettonico, ponendosi delle domande e formulando delle ipotesi. Perché Kirbart al Mafjar aveva questa pianta così originale e le crociere? I musulmani avevano conquistato l’Iran ed erano entrati in contatto con un altro tipo di architettura che conosceva la crociera. La tecnica costruttiva che utilizza la crociera poteva essere passata  dall’Iran alla Siria a Kirbet al Mafjar e da qui, grazie alle maestranze orientali, di cui parla Eginardo, venute nel Piceno tale tecnica era stata introdotta in occidente e con questa era stata costruita la Cappella Palatina voluta da Carlo Magno cioè San Claudio.Non era una grande scoperta, ma era evidente che Aachen, non assomigliando a Germigny,  non aveva alcun diritto di proclamarsi l’Aquisgrana a cui Theodulf si era ispirato. San Claudio per queste analisi ed assomigliando a  Germigny  des Près poteva essere indicata come la Cappella di Carlo Magno. Una ulteriore prova a favore di San Claudio è l’esistenza del matroneo. Questa elemento costruttivo è indicativo della presenza di una corte nel luogo. In quell’epoca esistevano matronei in oriente a Costantinopoli, dove risiedeva la corte imperiale ed a Ravenna che dipendeva da Costantinopoli. Germigny, non aveva il matroneo perché era una piccola chiesa, un oratorio, dove Theudulf poteva andare a pregare. Il matroneo è fondamentale. La sua esistenza giustifica la presenza di una corte imperiale e quindi di Carlo Magno.
  • Nel Capitulare de Villis , legge con la quale Carlo Magno definiva la vita sociale e produttiva di Aquisgrana con i suoi Ministeria, è riportato un elenco di piante, che si sarebbero dovute coltivare ad Aquisgrana. La quasi totalità di queste colture era esclusivamente adatta al clima mediterraneo e non sarebbe sopravvissuta a quello di Aachen. Nello stesso Capitulare viene descritta la organizzazione ed il controllo amministrativo e agricolo dell’ager di Aquisgrana: il Palatium di Aquisgrana al centro di una rete di Ministeria (organizzazione presente esclusivamente nel Piceno) nei quali gli iudices esercitavano sia il potere giudiziario che quello amministrativo e ne rispondevano direttamente a Carlo Magno. Identificare Aquisgrana con Aachen renderebbe un falso il Capitulare de Villis in quanto, contrariamente a quanto esiste nella valle del Chienti, in Germania non è mai esistita nè si ha memoria di tracce di una struttura così descritta.
  • Widukind  nel suo “ Res gestae saxonicae sive annalium libri tres” descrive l’incoronazione di Ottone I, avvenuta nella Cappella Palatina di Aquisgrana . L’autore riferisce che la Cappella Palatina aveva addossato alla facciata un “solium” al quale si accedeva dalle scale a chiocciola delle torri (per cocleas). Dal “solium” Ottone I si presentò al suoi sassoni, assiepati nello xistum che lo acclamarono Re. Questi disceso nel presbiterio attraverso la scala a chiocciola, partecipò alla successiva celebrazione religiosa, seguita anche da coloro che si trovavano nel matroneo.
  • Le fonti indicano l’esistenza ad Aquisgrana di un “Campomaggio”, praticamente inesistente ad Aachen, mentre qui  nel Piceno esiste tuttora una vasta area pianeggiante chiamata “Campomaggio”. Se questa non è Aquisgrana, come mai c’è ancora oggi un Campomaggio ed anche un Campolungo?
  • I documenti descrivono che, in prossimità della guerra tra i Longobardi ed i Franchi, dal Piceno, stranamente, “omnes abitatores” dei ducati di Osimo, Ancona e di Fermo scappano tutti. Perché mai scappano da terre non coinvolte dalla guerra? Perché mai questi profughi sono accolti e ospitati a Roma dal Papa Adriano che temendo i longobardi chiede aiuto a Carlo Magno? I profughi erano forse franchi che abitavano questa parte del Piceno e quindi temevano la vendetta dei Longobardi?
  • Ancora, mentre i Franchi assediano Pavia, come si giustifica che Carlo nomina il duca di Spoleto e si reca a Roma per trascorrere la Pasqua con il Papa.
  • Carlo Magno fu incoronato Imperatore a Roma il giorno di natale dell’800. Le fonti descrivono che già all’inizio dell’801 Carlo esercitò le prerogative proprie della sua autorità. Presiedette in Roma il processo contro i denigratori di Papa Leone III. Nel mese di febbraio dell’801 era ad Aquisgrana come dimostra il diploma da Lui rilasciato a favore dell’abbazia di Farfa. Gli “annales Regni Francorum” riferiscono che per tutto l’inverno  (tota hieme non aliud fecit imperator) fu impegnato alla organizzazione dell’impero d’Occidente, ai nuovi rapporti con il Papato e all’assetto dell’intera Italia, dotando Aquisgrana di una “Nuova Roma” (Romanae Urbis) in Val di Chienti. Organizzò la spedizione militare del figlio Pipino contro Benevento. Celebrate a Roma le festività Pasquali Carlo si recò a Spoleto dove alla fine di aprile fu sorpreso da un violento terremoto. Successivamente l’Imperatore si reca a Ravenna. Ne abbiamo notizia dal monaco ravennate Agnello che inoltre ci informa che Carlo da Ravenna fa trasportare ad Aquisgrana, in Francia, la statua equestre di Teodorico. Agli scettici che non gli credono Agnello dice: “ qui non credit, sunat Franciae iter, eum aspiciat!” , “chi non ci crede, imbocchi la strada della Francia e vada a vederlo!”. Da Ravenna era sufficiente dirigersi a sud dell’Esarcato, imboccare la via Flaminia per raggiungere la Francia. La esigua distanza tra Ravenna e la Francia ci viene confermata dalla lettera che Papa Adriano scrive a Carlo Magno per lamentarsi che i cittadini della Pentapoli e di Ravenna si recano direttamente alla corte carolingia per presentare i loro reclami.
  • Quanto leggiamo nel Fioretto XIII di San Francesco, è estremamente chiaro per chi colloca la Francia nel Piceno ma resta incomprensibile per la storiografia ufficiale, infatti ci viene descritto di come San Francesco con frate Masseo “prese il cammino verso la provincia di Francia”. Dopo aver mendicato, pregato e mangiato, “si levarono per camminare in Francia … Giunsero a Roma ed entrarono nella chiesa di San Pietro, e santo Francesco si puose in orazione” . Il fioretto si chiude dicendo che L’Apostolo Pietro rassicurò Francesco che Dio concedeva a lui ed ai suoi frati il “tesoro della santissima povertà”. Quindi Francesco e Masseo, “pieni di letizia determinarono di tornare nella valle di Spulito, lasciando l’andare in Francia”. E’ evidente che il racconto si riferisce alla Francia e alla Roma nel Piceno. I Fioretti nacquero infatti nel Piceno.
  • Le fonti indicano che nell’804 Papa Leone III si reca da Carlo Magno per trascorrere insieme il Natale. Viene ospitato a Carisiacum Villa ed il 14 gennaio del 805 l’Imperatore fa accompagnare il Papa a Ravenna.
  • Nell’806, subito dopo Natale, il doge Obelerio ed il fratello Beato ed anche il Vescovo di Zara Donato sono ospiti di Carlo Magno a Theodonis Villa. (immaginate il Papa o il doge che in pieno inverno fanno qualche migliaio di chilometri per passare solo qualche giorno con l’Imperatore. Più plausibile sarebbe se si ipotizza che il Doge avesse preso una nave e fosse sbarcato qui nel Piceno.Il Papa invece, percorrendo la Salaria, facilmente avrebbe raggiunto Aquisgana cioè San Claudio).
  • Claudio, vescovo di Torino, chiamato ad Aquisgrana da Ludovico il Pio, scrive:”Appena divenuto vescovo, come son cresciuti gli impegni …. d’inverno, quando devo correre su e giù per le strade che portano al Palatium, non posso applicarmi ai miei amati studi. E da metà primavera devo prendere con le mie pergamene anche le armi e devo mettermi lungo la costa in guerra contro i Saraceni e i Mori. Di notte combatto, di giorno maneggio la penna e i libri ….”. In un brano del suo Apologeticum Claudio ci riferisce “Dopo che, accettato controvoglia l’onere pastorale, venni in Italia nella civitas Taurinis invitatovi dal principe Ludovico il Pio….”
  • Come si giustifica che Guido e Lamberto, nel 891 duchi di una località lontanissima da Aachen, ammettendo che questa fosse stata Aquisgrana, sono stati incoronati Imperatori?
  • Francia e Gallia, nelle fonti sono sempre indicate come due entità distinte ed indipendenti. Nessuno storico ha mai dato una seria interpretazione sulla ubicazione della Francia prima del mille, nonostante le due realtà geografiche siano sempre richiamate in maniera distinta nelle fonti. Un esempio: i documenti nel descrivere che Arnolfo di Corinzia era stato chiamato ad Aquisgrana per conoscere la sua disponibilità a subentrare a Carlo il Grosso, che era gravemente malato, affermano: compositis in Francia feliciter rebus, in Baoaria revertitur, sistemate felicemente le cose in Francia ritornò in Baviera. Gli storici tedeschi sono stati costretti ad ipotizzare ed ubicare tra la Gallia e la Sassonia un territorio chiamato Franconia, solo perché nella fonti storiche risulta che la Francia è confinante con la Sassonia, nonostante la Franconia non sia mai comparsa in nessun documento dell’epoca e che la Sassonia delle origini sia ubicata al nord della Germania e non al confine con la Francia del Piceno, come risulta da recenti studi sulla storia dei Sassoni del Widukind.
  • Barbarossa fatto creare santo Carlo Magno dall’antipapa Pasquale III, nel 1166 ne effettua la traslazione del corpo, chiaramente in Germania dove ha in progetto di creare Aachen.
  • Dieci anni dopo il Barbarossa, vista l’impossibilità di restaurare lo splendore di Aquisgrana, per il contrasto con il Papa e i suoi alleati cioè i nascenti Comuni, effettua la Translatio Imperii sempre in Germania.
  • Nelle fonti storiche viene evidenziata una notevole attività sismica nel territorio di Aquisgrana, nel 803, 814, 823, 827. Queste notizie fanno escludere che Aquisgrana possa essere identificata con Aachen, perché tutta la Germania non è zona sismica.
  • Alcuino, consigliere di Carlo Magno, di ritorno da Aquisgrana nella sua Inghilterra, in una sua lettera si lamenta della pessima birra inglese e sogna di ritornare a rivedere la “Novam Cappellam inter vineta”. Ad Aachen non vi erano vigneti ed inoltre ci fa riflettere “Cappella”, chiesa cisì chiamata perché conservava il mantello di San Martino (Cappellam = mantello di S. Martino).
  • Il  Chronicon Volturnense nel descrivere le vicende del  monastero di San Vincenzo al Volturno, lo definisce ius Palatii. Come si può credere che questo monastero situato vicinissimo a Benevento non dipenda da questo Ducato, ma da Aachen se fosse identificata con Aquisgrana. Questa confusione di identità sicuramente nel tempo ha portato anche ad interpretazioni erronee anche nel lavoro dei copisti. Un esempio: Il 10 ottobre 881 San Vincenzo al Volturno fu distrutto dai Saraceni, nello stesso anno gli arabi invasero la Valle del Chienti distruggendo il monasteriolum di Santa Croce al Chienti, come attestano documenti conservati a Sant’Elpidio a Mare. Lo stesso anno in cui la storiografia ufficiale indica che i Normanni presero Aquisgrana. Nei due episodi, che sembrano distinti, l’identità degli invasori sicuramente sono stati confusi dagli amanuensi delle abbazie del nord Europa. Questi, dopo la tranlatio di Barbarossa, già identificavano Aquisgrana con Aachen, e di conseguenza per loro era giusto chiamare Normanni gli invasori di Aquisgrana. Per loro era improbabile che gli arabi sbarcassero nel nord ed invadessero Aachen. Inoltre un’altra considerazione rende improbabile che l’invasione sia stata effettuata dai Normanni. Questi infatti appena pochi mesi prima si erano accordati con Carlo il Grosso che, dopo la battaglia a Parigi, aveva concesso loro il territorio che oggi chiamiamo Normandia.
  • Nitardo (IX secolo) dice che Aquisgrana era la Sedes Prima Franciae, mentre Notker con il termine Francia specifica: Franciam vero intendum cum nomina vero,omnes cisalpinas provincias significo.   
  • Una grande confusione, dovuta alla errata ubicazione di Aquisgrana, la riscontriamo nella descrizione della morte e sepoltura di Ottone III. Questo giovane Imperatore attaccato dai Romani e costretto a riparare nel castello di Paterno morì a seguito di una non precisata malattia. Per nascondere ai nemici il decesso dell’imperatore questi fu imbalsamato. Quando si pensò che si fossero calmate le acque della ribellione, l’Imperatore mummificato fu issato a cavallo con l’intento di portarlo ad Aquisgrana per la sepoltura. Poiché non poteva essere nascosto che la morte era avvenuta in Italia, la storiografia tedesca fermamente convinta che Aquisgrana è Aachen, dovette escogitare un mirabolante trasferimento del defunto dall’Italia in Germania. Si descrisse che l’Imperatore ed i suoi accompagnatori, per non destare il sospetto che fosse morto venne fissato su un cavallo e trasportato in questo modo, mentre i Romani infuriati inseguirono il feretro fino a Berna, da qui proseguirono fino a Neuburg (Civitas quae nova vocatur) ed infine arrivati ad Aquisgrana l’Imperatore fu inumato in tutta fretta davanti all’altare. Ubicando Aquisgrana in Val di Chienti, a San Claudio, la tumulazione sarebbe stata più semplice in quanto da Paterno scendendo dalla collina si arrivava a Berta per poi raggiungere il territorio di Civitanova e quindi arrivare ad Aquisgrana dove seppellire in fretta lo sventurato Imperatore, per paura di un attacco dei Romani.
  • Nel 1139 Sugier partecipò ad un sinodo che si svolse ad Aquisgrana, nell’ala del palazzo chiamato Laterano. L’anno successivo a questa visita, su richiesta del Papa, vennero inviati i Cistercensi ad Aquas Salvias, dove  fondarono l’abbazia di Fiastra.
  • Nel 1165 a Natale ad Aquisgrana, su ordine di Barbarossa, l’antipapa Pasquale III dichiarò santo Carlo Magno. Poiché è certo che questo Papa non mise mai piede in Germania la storiografia tedesca afferma che fu sostituito nella funzione di beatificazione di Carlo Magno da Rainald von Dassel arcivescovo di Colonia.
  • Nel 1176 Barbarossa, sconfitto dai comuni, avversato dal papato che li sobillava alla ribellione contro l’impero, resosi conto che era oramai impossibile proseguire con il suo progetto di restaurazione degli antichi fasti e potere imperiale di Aquisgrana, attuò la Translatio Imperii dal Piceno in Germania, avviando la costruzione della chiesa di Aachen.

Allora come possono i tedeschi affermare che Aachen è Aquisgrana, sia in relazione alle scoperte archeologiche che rispetto ai riferimenti forniti dagli autori carolingi?
I tedeschi sono costretti a definire Notker o chi altro descrive avvenimenti che non si accordano con la ricostruzione storica da loro elaborata, come grandi mistificatori della verità e falsi i racconti da loro riportati. Drammaticamente ci si rende conto che per i tedeschi, se si toglie Aachen non resta nulla del loro impianto storico.
Con questa strana impostazione storica, basata sul considerare falso tutto ciò che non si accorda con la loro ricostruzione, Aachen ha vinto una battaglia e pur non avendo nessun provato elemento a sostegno è rimasta vincitrice sulle fonti.

Dalle serie ed approfondite analisi delle fonti e dagli studi sulle caratteristiche strutturali degli edifici presi in esame si evidenziano incongruenze con quanto sostenuto dalla storiografia ufficiale. Per questa ragione la definizione di San Claudio = Aquisgrana assume sempre più valore e forza.



Alberto Morresi

mercoledì 1 aprile 2015

BREVE APPENDICE STORICA SULLA VAL DI CHIENTI NELL'ALTO MEDIOEVO - Parte terza


                                                       BREVE APPENDICE STORICA
                                    SULLA VAL DI CHIENTI NELL’ALTO MEDIOEVO
                                                  (con articoli apparsi sulla stampa locale)



Ad utilità dei lettori riproduciamo quattro articoli apparsi sul periodico “Montolmo e Dintorni”, edito a Corridonia, redatti dal Prof. Giovanni Carnevale con la collaborazione dell’Arch. Riccardo Garbuglia.

DALLA NASCITA DI AQUISGRANA ALLA SUA DISTRUZIONE AD OPERA DEGLI ARABI
         (L’articolo è stato ripreso dal periodico “Montolmo e Dintorni” di Corridonia. N°6 aprile 2011)

Oggi i giornali e i mezzi di comunicazione di tutto il mondo hanno all’ordine del giorno i rapporti, delicati e spesso conflittuali, che si sono instaurati tra l’occidente e le sponde meridionale e orientale del mediterraneo.  Trecento anni dopo la caduta dell’impero romano di occidente, il primo a stabilire rapporti con i paesi di oltremare fu Carlo Magno, e furono rapporti di buon vicinato.
Le prime civiltà sono nate lungo i fiumi d’oriente.  L’oriente è sempre stato terra di contrasti e di guerre tra i popoli che lo hanno abitato, e lo testimonia la stessa Bibbia, il più antico libro della storia.  Nell’alto medioevo ci fu grande conflitto tra i califfi di Damasco e quelli di Bagdad, città che sono di strettissima attualità - la storia si ripete! -  Gli Abbassidi di Bagdad risultarono vincitori e i loro avversari Ommayadi emigrarono in Spagna, che fu conquistata all’Islam.  Si era alla metà del secolo VIII.  Tra la vincitrice Bagdad e la Val di Chienti si stabilì, via mare, un fitto interscambio commerciale: mercanti, soprattutto ebrei, facevano la spola tra Aquisgrana in Val di Chienti e l’oriente.  Se Bagdad era divenuta la capitale più importante d’oriente, Aquisgrana stava diventando, con Carlo Magno, la capitale dell’occidente.  Le guerre condotte dai Carolingi (Carlo Martello, Pipino, Carlo Magno) avevano concentrato nelle mani dei sovrani Franchi un bottino di guerra costituito da una grande massa d’oro e preziosi.  Carlo Magno impiegò questo tesoro per ridare all’occidente, essenzialmente all’Italia centro-settentrionale e all’attuale Francia, una sua capitale che potesse quasi rivaleggiare con Bagdad.  L’occidente, dopo la caduta dell’impero romano nel 476 e le successive invasioni barbariche, era precipitato in una situazione disastrosa da tutti i punti di vista: sociale, economico e organizzativo in genere.  Quanto al Piceno, era ancora fitto di rovine, a testimonianza dell’antica civiltà classica, ma non c’erano più maestranze che potessero ripristinare le gloriose tradizioni artistiche dell’antica Roma.  Queste tradizioni erano sopravvissute più a lungo proprio nell’oriente bizantino e quando l’islam conquistò la provincia di Siria, come i Romano-Bizantini chiamavano i paesi del medio oriente, si giovò delle locali maestranze per iniziare la nuova arte islamica, innestandovi anche il patrimonio culturale dell’antica Persia, oggi Iran, caduta anch’essa in loro potere.  Carlo Magno ottenne da Arun Al Rashid, califfo di Bagdad, di poter assoldare maestranze del vecchio califfato di Damasco per impegnarle nella costruzione di Aquisgrana.  Se il padre di Carlo Magno aveva creato il suo nido d’aquila sulle colline del preappennino (Sant’Angelo in Pontano – San Ginesio), Carlo Magno, animato da idee più grandiose, preferì scendere a valle e popolare la pianura del Chienti nella zona ove sorge San Claudio.   Venne così sorgendo Aquisgrana, una città senza mura, perché Carlo Magno non temeva nemici che potessero irrompere nel Piceno, ben difeso dalla catena dei Sibillini, coperti da selve pressoché impenetrabili,  né poteva temere un’invasione dal mare, dati gli ottimi rapporti che lo legavano a Bisanzio.  Era una città immersa nel verde, con gli edifici che si distanziavano tra loro di qualche centinaio di metri.  Il palatium, residenza di Carlo Magno, distava otto miglia dall’urbs (oggi la zona di Urbisaglia) e cinque miglia dall’attuale Santa Croce all’Ete.  Anche la cappella palatina, oggi pieve di san Claudio, distava certamente qualche centinaio di metri dal palatium.  Sappiamo che Carlo Magno amava andare in quella chiesa, anche di notte, percorrendo un porticato terrazzato che metteva appunto direttamente in comunicazione la sua residenza con la cappella di corte.  Per capire la struttura di San Claudio bisogna studiare le coeve architetture islamiche al di là del mare.  Alle spalle di San Claudio sorgono ancora i resti della scuola palatina, importantissima per la rinascita culturale d’Europa, perché lì furono realizzati i preziosi volumi in pergamene miniate che oggi formano l’orgoglio delle principali biblioteche dell’occidente.  Lì rinacque in Europa lo studio della Bibbia e dei capolavori dell’antica Roma.  Di lì Carlo Magno inviò in Italia e al di là delle Alpi i dignitari dell’impero col compito di ricivilizzare l’Europa, dopo essersi formati essi stessi, in Aquisgrana, alla scuola dell’inglese Alcuino e del longobardo Paolo Diacono.
Da questi pochi cenni ci si rende conto che nella Val di Chienti, e in particolare nel territorio dell’attuale Corridonia, la storia ha scritto pagine di una importanza eccezionale: senza Carlo Magno nel Piceno, l’Italia sarebbe stata travolta dalla conquista degli arabi come già era stata travolta la Spagna.  Aquisgrana non rappresentò semplicemente la rinascita del culto per Roma e per la sua storia, ma il baluardo contro possibili nuove invasioni provenienti da sud .  Nell’840 gli Arabi avevano completato la conquista della Sicilia e avevano fatto di Taranto e Bari sede di emiri, ossia di capi religiosi e militari, avamposti per la conquista dell’Italia.  Nell’881 gli Arabi giunsero effettivamente nel Piceno e distrussero Aquisgrana (ne ha raccolto la tradizione, nel 1500, il Bacci di Sant’Elpidio).  Gli invasori vi restarono solo pochi mesi perché il mondo cristiano riuscì a riorganizzarsi e respingerli fuori del Piceno.  Solo nel 915 gli arabi poterono definitivamente essere eliminati dalla penisola dagli eserciti collegati del Papa e di Alberico (battaglia del Garigliano).  In questo periodo i Papi abbandonarono Roma e vennero a fissare la sede pontificia sul territorio della distrutta Aquisgrana nel palazzo del Laterano, come allora veniva chiamata San Claudio, unico edificio che si era salvato dalla distruzione degli arabi perché trasformato in stalla per i loro cavalli.  I Papi restarono nel Laterano Piceno almeno per duecento anni.  Di questo nessuno ha saputo più nulla per secoli, rendendo inestricabile la lettura di come erano andate le cose nell’alto medioevo.  Anche i monaci farfensi nell’898 abbandonarono Farfa e la Sabina e costruirono un loro monastero-fortezza a Santa Vittoria in Matenano.  Queste notizie oggi vanno ricomponendosi tra loro, dopo gli studi da me iniziati venti anni fa.  Sono le sparse tracce di un disastroso naufragio.  Mi auguro che le mie fatiche, trascritte in una serie di otto volumi, siano meglio valutate e che una sempre più numerosa schiera di ricercatori locali faccia ulteriore luce sull’alto medioevo piceno che, per importanza storica, non ha uguali in Europa.