domenica 11 aprile 2021

Il prof. Giovanni Carnevale è salito al Cielo.

Il Professore Giovanni Carnevale, dopo una breve malattia, oggi 11 aprile 2021 alle ore 14,30 ha lasciato la sua vita terrena. Professore, sacerdote e umanista di grande intelligenza, di profonda e poliedrica cultura, era dotato di una oratoria trascinante che gli ha fatto conquistare un folto stuolo di amici e sotenitori. Grazie alla vastità del suo sapere e alla sua capacità di sintesi tra la varie discipline è riuscito ad elaborare la tesi dell'AQUISGRANA ITALIANA IN VAL DI CHIENTI, che cambierà la storia dell'alto Medioevo europeo. I soci del Centro Studi San Claudio al Chienti, dandone il triste annuncio, rinnovano l'impegno ad approfondire, diffondere e non far cadere nell'oblio la tesi e gli insegnamenti di questo Grande Genio che oggi ci ha lasciato. CENTRO STUDI SAN CLAUDIO AL CHIENTI

lunedì 22 marzo 2021

MILLE ANNI DI STORIA DA RISCRIVERE, di Enzo Mancini

           Annoiato da una brutta edizione della classica di primavera, la corsa ciclistica Milano – Sanremo, questo sabato ho fatto la conoscenza di Pietro Ratto, ascoltando il video di presentazione del suo libro: “ La Storia dei vincitori e i suoi miti”.

Il libro è del 2017, il video, (1000 anni di Storia da riscrivere) del 2018; se l’avessi visto prima avrei anche letto il libro: appena posso colmerò questa lacuna. Ma non posso fare a meno di riportare testualmente quanto dice questo signore verso la fine del video, a beneficio soprattutto di chi si strappa le vesti di fronte alla teoria di Giovanni Carnevale su Aquisgrana a san Claudio al Chienti.

 

“…Come si fa a scrivere un libro di Storia? Quando una casa editrice ti dice:- Mi realizzi un manuale di Storia per il triennio dei Licei?- Cosa fai? Prendi un altro manuale di Storia e lo copi. Semplicemente modifichi certe cose e parli prima… della Francia degli anni 30 del 900 piuttosto che dell’Inghilterra… dai un taglio di un tipo o di un altro, ma gli eventi vengono ricopiati tali e quali.

Perché nessuno si prende la briga di andare a cercare i documenti e di riscriverli da capo. Allora i libri si scrivono copiando i libri. Non c’è nessuno che ha voglia di mettersi lì…qui mi pongo il problema … ad esempio delle datazioni.

Ci sono dei dubbi enormi sulle cronologie ufficiali… ci sono problemi… relativamente solo alle capacità di molti storici di leggere sui documenti le date in modo corretto, perché le date vengono riportate nei documenti antichi con tante di quelle diverse variazioni e indizioni che in realtà molti degli storici ufficiali non si pongono neanche il problema o non lo considerano.

 Quindi c’è proprio un problema alla base, di cronologia, che tra l’altro è nata molto recentemente.

Perché non è che nell’ anno 1.000 sapessero di essere nell’ anno 1.000. Per cui la famosa balla che ci hanno insegnato a scuola che nel 999 erano tutti agitati… (perché sarebbe arrivata la fine del mondo)…non è possibile perché non sapevano di essere nel 999… per non dire molto peggio…perché le pergamene antiche, le pergamene medievali sono difficilissime da leggere; c’è tutto un discorso di abbreviazioni scribali, per cui ci vuole una preparazione enorme e una mole di dizionari e di enciclopedie notevolissima.

Quindi nessuno va a rileggersi i documenti. Si ricopia. E chi insegna, insegna a memoria… all ’ insegnante interessa che venga ripetuta la sua lezione… non c’è tanto da capire, non è latino, non è matematica.

Qual’ è  l’errore di fondo? Che la Storia sia qualcosa di facile, semplicissimo, da assumere a buon mercato, senza sforzo critico, senza ragionarci su… Questo fa sì che ci si passi il testimone gli uni con gli altri, da insegnanti ad allievi, da storici a insegnanti, ripetendo tutti a memoria le stesse cose.

E quando succede che qualcuno prova ad accendere la luce su un punto e magari trova qualcosa che non funziona, che va in modo diverso, viene subito  screditato come: “e chi si crede di essere questo” e “chissà che storico è costui”. E l’alunno che magari si riferisce a un mio libro si vede il voto abbassato, gli viene consigliato di cambiare letture.  Questo da parte di altri colleghi, che in questo modo fanno questa guerra fra galline, tra poveri.

Ma cosa sacrifichiamo è “la Verità”. Perché io non posso in nessun modo dire, ma nemmeno credere, che qualcuno possa arrivare alla verità. Ed è questo anche il bello, perché anche il fatto di non poter arrivare alla verità è ciò che ci permette di continuare a cercarla. E cercare la verità è il senso della nostra esistenza, è ciò che ci rende uomini.”

 

Parole sante, collega insegnante. Finalmente qualcuno che parla senza peli sulla lingua. Immagino insegnante  in un  Liceo e non dell’Università, perché le avrebbero da un pezzo tagliato lo stipendio in un Ateneo.

Ma ho da dirle che “ Mille anni di Storia da riscrivere” sono pochi.

Ci metta almeno anche il periodo Carolingio.

Inoltre ho un’osservazione da fare.

Pietro Ratto sarà scomodo ma sta su Wikipedia. Perché don Giovanni Carnevale no?

 

 

Macerata,  20 marzo 2021                                   Mancini Enzo 


mercoledì 24 febbraio 2021

L'intervento del Prof. Enzo Mancini non solo è attuale ma è soprattutto interessante:

                                                 Vitis vinifera nel Graben del Reno


In un articolo di Cronache Maceratesi del 22 Aprile 2014 il signor Umberto Prenna demolisce, (almeno leggendo i commenti di improbabili esperti), la teoria di Giovanni Carnevale con queste due principali argomentazioni: “ Il vino ad Aachen si produce , eccome! Ci fanno una famosa festa del vino. I terremoti ad Aachen ci sono, eccome! Si trova nei paraggi del Graben del Reno.”

Mi scuso di non essere intervenuto prima, ma ho letto l’articolo solo recentemente. Ma non è mai troppo tardi, diceva il maestro Manzi; soprattutto nella ricerca della verità non esiste prescrizione . Ad essere sincero mi sorprende questa avversione alla tesi di don Carnevale da parte di persone della provincia di Macerata. Le ferite provocate dal “fuoco amico” sono le più difficili a rimarginare. Ma ognuno è libero di avere le proprie opinioni. Per esempio mi dispiaceva che Giancarlo Liuti, di cui apprezzavo molto il “british humor”, fosse contrario ai Valdichientisti, ma non per questo ho smesso di leggere i suoi articoli; riposi in pace. Io non voglio imporre a nessuno la mia opinione,  e se qualcuno mi fa presente e mi dimostra che sbaglio, ben venga.  Io, se fossi un uomo importante come era Marc Bloch, non vorrei come epitaffio “Dilexit Veritatem”; mi accontenterei di un “cercò la Verità”. Questo atteggiamento mi ha portato a qualche discussione che avrei voluto evitare, anche con lo stesso Giovanni Carnevale. Dopo questa premessa passo ad approfondire la questione del vino e dei terremoti, nel modo più sintetico che mi riesce.

La “vitis vinifera”, o vite europea,  è una specie botanica che nella metà del secolo XIX (1800) rischiò l’estinzione in Europa, per l’attacco di un afide, Phylloxera vastatrix, e due funghi, la peronospora (Plasmopara viticola) e l’oidio (Uncinula necator). Il problema ebbe inizio con l’avvento dei piroscafi a vapore, che attraversavano l’Atlantico in tempi molto più brevi dei velieri, consentendo la sopravvivenza dei parassiti. Furono importate in Europa piantine di vite americana, il tipo più noto è l’uva fragola, che erano resistenti a questi parassiti, mentre la vite europea non lo era. Fu il professor Jules Emile Planchon dell’Università di Montpellier a trovare la soluzione: usare la vite americana come portainnesto per la vite europea. Da lì la storia della vite si complica, ma chi ha voglia può controllare. Oggi il genoma di questa pianta è stato sequenziato; si sono fatte ibridazioni a tutto spiano. Trovare un vitigno “franco di piede”, cioè senza portainnesti di vite americana, è una impresa quasi impossibile, a meno che non si cerchi in qualche isola greca del mar Egeo. Oggi il vino si produce in tutti i continenti ad eccezione dell’Antartide; e poi ci sono anche le serre, che aiutano le piante a superare il problema delle gelate primaverili che, fino a prova contraria, sono più frequenti in Germania che da noi, sia oggi che ai tempi di Carlo Magno.
E’ vero che nel periodo caldo medioevale anche  la vite europea fu coltivata sporadicamente fino ai confini della Lituania, grazie ai Cavalieri Teutonici, ( a Tilsit, oggi Sovetsk, nell’Oblast’ di Kaliningrad), ma durò poco: dopo qualche anno cominciò la “piccola era glaciale”, che fece arretrare l’areale della vite molto più a Sud che ai tempi dell’Impero Romano. Nel secolo IX invece era solo all’inizio il periodo caldo medioevale e la coltivazione della vite nella valle del Reno  non si spingeva più a Nord dei dintorni di Coblenza. Lo attesta un documento degli ultimi anni del regno di Carlo il Grosso, dell’anno 880 circa, citato da Else Roesdhal , l’archeologa che ha sfatato il mito dei vichinghi col copricapo cornuto: non lo avevano, non si è trovato in nessuno dei siti che si sono scoperti fino ad ora. La Roesdhal cita una lettera del capo vichingo Goffredo a Carlo il Grosso. L’imperatore aveva tante gatte da pelare in quel periodo e aveva ceduto ai vichinghi la Frisia e la valle del Reno della zona dell’attuale Colonia, per tenerseli buoni. ( Di una Colonia Agrippina di quei tempi a Koln  non esiste una minima traccia archeologica). Ma Goffredo si lamenta che questa zona non produceva vino e chiede gli venga ceduta anche la zona di Coblenza, dove sapeva che la vite poteva crescere e fruttificare.

Non a caso sono venuto a conoscenza di questo documento,in mano sicuramente ai Tedeschi, solo attraverso una archeologa danese dello Jutland. Dice praticamente che Aachen, a 50 Km da Colonia, non poteva essere l’Aquisgrana di Carlo Magno. Come poteva il nipote Carlo il Grosso, seppur malridotto, cedere ad un barbaro vichingo il giardino di casa sua, quale doveva essere la zona di Colonia, secondo la storia ufficiale?

Ma ora non divaghiamo, concludiamo il discorso sulla vite. Le vigne di oggi sono costituite da piante ibride e selezionate che resistono molto meglio non solo ai parassiti ma anche alle avverse condizioni atmosferiche. Quanto ci vogliamo scommettere che ad Aachen la festa del vino la fanno solo dopo la seconda guerra mondiale? Concludendo, alla fine dell’VIII, dai dati scientifici che abbiamo sulle temperature medie del periodo, possiamo escludere che ai tempi di Carlo Magno ad Aachen  potesse crescere la “vitis vinifera”.

Ora passiamo ai terremoti. Nulla da eccepire che la struttura geologica denominata Graben del Reno sia interessata dalla maggiore attività sismica di tutta la Germania. La sismologia è una materia giovane: ha assunto i connotati di Scienza da poco più di 50 anni. Sui giornali sembra che una volta riportata l’ubicazione dell’epicentro e il valore della magnitudo ( scala Richter) si sia stati esaustivi nella descrizione del fenomeno tellurico. Invece ci vuole anche l’intensità, ( scala MCS – Mercalli, Cancani, Sieberg), nonché la profondità dell’ipocentro. Intendo dire che un fenomeno di magnitudo 6, che non è poco, potrebbe essere valutato di intensità III nell’epicentro, cioè avvertito da pochissime persone, specialmente in un territorio dal suolo di notevole  spessore sedimentario, come è il Nord della Germania.

Ho raccolto personalmente la testimonianza di un ex minatore, che lavorava in una miniera di carbone di Charleroi, a 140 km da Aachen, e mi ha detto che in 25 anni non ha mai percepito un terremoto. Leggendo i documenti medioevali sono riportati i terremoti che spaventano la gente. Io ho letto in riviste scientifiche che nel “Graben del Reno” fenomeni sismici che spaventano si verificano ogni 150 anni circa. La maggior parte sono percepiti solo dagli strumenti appositi, sono di magnitudo difficilmente maggiore a 4.0 e non provocano mai danni.  Da noi episodi sismici che impauriscono le persone si verificano ogni 10- 15 anni circa. Chiedere, per verificare, a tutti i maggiorenni  della provincia di Macerata.

Nei documenti relativi alla Aquisgrana di Carlo Magno i terremoti vengono registrati con la frequenza che sentiamo a casa nostra.
Enzo Boschi, l’italiano che più si intende di terremoti, ha scritto che le caratteristiche sismologiche  di un territorio possono cambiare dopo qualche milione di anni. Dopo 1200 anni sono quindi praticamente identiche.

Quindi, signor Prenna, resto del parere che Giovanni Carnevale ha scritto cose più plausibili delle sue. E mi scusi il ritardo. Che vuole, ho una certa età: oggi compio 70 anni.

Mancini Enzo       

Macerata  23 febbraio 2021  - san Policarpo Martire -

 ( avete capito che ho rischiato che mi chiamassero Policarpo!?)

domenica 24 gennaio 2021

Il prof Enzo Mancini contro la "Nazionalizzazione" del Medioevo.

 

                            La chiesa di San Claudio al Chienti

 

In questi giorni che ci troviamo tutti agli arresti domiciliari passo più tempo del solito seduto davanti al PC. Leggo di argomenti vari; salto di palo in frasca: Santo Internet e Santa Wikipedia! Cosa avrebbero fatto milioni … che dico, miliardi di persone di questo pianeta senza la possibilità di viaggi virtuali e di letture non programmate?  Così mi vado a cercare la voce: Chiesa di san Claudio al Chienti, come se non ne sapessi niente fino ad ora di questo edificio.

Naturalmente la prima campana che trovo è su Wikipedia. Mi aspetto di trovarci un almeno vago riferimento alla teoria di Giovanni Carnevale sulla origine carolingia dell’antico monumento nazionale.  Niente, la bomba che doveva scuotere l’intero mondo dei medievisti non è esplosa.                     

Non solo, si cerca di sotterrarla il più possibile in modo che non se ne sappia niente in giro.           

            C’è la solita storiella che la chiesa è documentata dall’XI secolo, che è un importante testimonianza dell’architettura romanica nelle Marche, che vi si può intravedere una influenza bizantina, anche un’influenza ravennate nelle due torri cilindriche, “ tuttavia  nella composizione delle masse volumetriche  e nel trattamento delle superfici murarie esterne con archetti ciechi e lesene potrebbe essere riconosciuta una influenza lombarda” .   

 “Me cojoni! “direbbe la sora Lella.                                                               

 Non viene presa in nessuna considerazione la possibilità che potrebbe essere l’esatto contrario.  Ma il bello deve ancora venire.           

             “Hildegard Sahler ha invece sostenuto la sostanziale indipendenza della costruzione da modelli orientali e la sua derivazione invece da modelli occidentali di origine nordica, rintracciabili nelle cappelle palatine a due livelli, nelle terminazioni absidali triconche di area tedesca e poi lombarda, dalle facciate affiancate da torri presenti in Normandia, Germania e Lombardia.”       

Ma siamo pazzi?  

Don Giovanni Carnevale ha spiegato in maniera magistrale come lo stile Romanico si sia diffuso dalla Siria, allora sotto il dominio bizantino, all’Italia e a tutta l’area mediterranea; origine e diffusione che erano considerate un enigma irrisolvibile prima di lui; ne ha dato una spiegazione più che plausibile, logica, lineare, inoppugnabile e documentata.                               

Ora l’assurdità: la storia ufficiale ci vuole convincere che lo stile Romanico ci sia venuto dal Nord! Incredibile! Non ci voglio credere!                                   

Ma adesso che ci penso se i Variaghi sapevano costruire i Drakkar, ( le caratteristiche imbarcazioni dei Vichinghi),  per loro sarebbe stato un gioco da ragazzi costruire gli adeguati ponteggi per le volte a crociera. Vuoi vedere che le volte a crociera le hanno inventate proprio loro? Se mi legge Hildegard Sahler la prossima settimana la scoperta starà su Wikipedia.                       

Ma no, che dico, sulle prime pagine dei giornali!

 

Mancini Enzo       Macerata   5 gennaio 2021

mercoledì 6 gennaio 2021

Il Prof. Enzo Mancini ci chiarisce la vera storia di ALCUINO DI YORK della corte di Carlo Magno.

 

           Alcuino di York ( seu Albinus  seu Horatius  Flaccus ) 

 

Quando mio figlio vuole prendermi in giro mi domanda:  “ Ma come mai ti interessa tanto Carlo Magno?”  

In realtà non sono un ammiratore del Carlo detto Grande. Me ne sono interessato perché già da bambino, a San Claudio al Chienti, mi chiedevo fra me e me: “ Ma chi li avrà messi questi mattoni uno sopra l’altro?” La risposta più logica e sensata mi è stata data dopo quaranta anni da un sacerdote salesiano che risponde al nome di Giovanni Carnevale.

Da allora mi sono cimentato come storico dilettante, che non era il mio mestiere, pensando: “ Se è una balla, smontarla sarà un gioco da ragazzi anche per me, che non sono un addetto ai lavori.”

Dopo due anni di ricerca personale mi resi conto di trovarmi di fronte ad una delle più grosse bugie che mi avevano fatto studiare a scuola e che il professor Carnevale aveva ragione quasi sempre nelle tesi sostenute nelle sue prime pubblicazioni. 

Mi sono anche accorto che gli storici accademici fanno la storia basandosi su quello che è stato scritto prima di loro, non sui documenti originali. Per di più si preoccupano molto poco della veridicità dei documenti, se sono stati in parte cancellati, corretti, interpolati… L’ostracismo che ha subito il professor Carnevale da quasi trent’anni per me costituisce una prova della veridicità della sua versione dei fatti; ha scoperto una realtà molto scomoda per il mondo universitario! E’ dura ammettere di essersi sbagliati per tutta la vita, specialmente quando si è arrivati all’età della pensione!

Ma forse sto uscendo dall’argomento che mi proponevo inizialmente. Volevo dire che per me Carlo il Grande non è stato il grand’uomo che molti credono. Lo considero un figlio di papà, uno che ha dato ascolto ai buoni consigli di suo padre. Pipino il Breve, anche se non era imponente di statura, lui sì che è stato un “Magno”, un uomo capace di inventarsi un regno, un genio politico, a tutti gli effetti un usurpatore del trono dei Franchi. Il figlio Carlo Magno, oltre che una buona dose di fortuna, (vedi la prematura morte del fratello Carlomanno), ebbe il solo merito di saper mettere gli uomini giusti al posto giusto.

Per il resto mi viene in mente la canzone di De Andrè, testo di Paolo Villaggio: “ Alla donna apparve un gran nasone, un volto da caprone, ma era sua Maestà!”    La canzone è dedicata in verità a Carlo Martello, ma lui superò di sicuro suo nonno, con tutte le mogli e concubine che ebbe, quelle conosciute e quelle rimaste ignote, e con le cinque dozzine di figli, fra legittimi e bastardi. 

Fra gli uomini giusti che volle a corte vi fu certamente Alcuino o Albino o Orazio Flacco, come si faceva chiamare. Secondo me è lui il vero padre dell’Europa, è lui che ebbe il merito della rinascita carolingia.  Aveva una mente enciclopedica, un cervello che non avrebbe sfigurato se confrontato con Dante Alighieri o con Leonardo da Vinci, anche se non gode della fama di questi ultimi. Per ironia della sorte Carlo Magno fu dichiarato santo dalla Chiesa Cattolica mentre Alcuino, una vita dedicata allo studio e alla preghiera, è a tutt’oggi solo beato. Santo lo è solo per la Chiesa Anglicana. La data della sua morte è certa: 19 maggio 804, perché era il giorno di Pentecoste, nel monastero di san Martino di Tours. Il santo era di Tours, ma che il monastero di Alcuino stava nell’attuale Tours  è tutta da vedere: in alcune lettere di Alcuino si fa riferimento al fiume  Loira, ma il riferimento è per me una palese interpolazione. Lo dico perché in quel punto i caratteri di stampa sono diversi.

La nascita di Alcuino avvenne a York,  (Eboracum), verso il 735, che è lo stesso anno della morte del Venerabile Beda. Perciò non potè direttamente essere suo allievo, come qualcuno ha scritto, ma fu formato da maestri che sicuramente avevano ascoltato di persona il Venerabile. Con il re dei Franchi si incontrò a Parma nel 781 e nell’anno successivo fu messo alla direzione della “Schola palatina” di Aquisgrana.

Oltre che maestro del re fu anche suo consigliere. Scrisse trattati per ognuna delle arti liberali del Trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del Quadrivio (musica, aritmetica, geometria, astronomia). Ce ne restano due, le prime due del trivio. Altre sue opere perdute sono una biografia del suo re Carlo e alcuni commentari biblici. Al suo re insegnava anche astronomia. Per alcuni autori Alcuino è stato fondamentale anche per la storia della musica: il canto gregoriano ebbe origine dal tentativo di amalgamare i cantori romani con quelli transalpini nella cappella di Aquisgrana. Più sicuro è il suo intervento in campo liturgico: l’organizzazione della liturgia delle ore nei monasteri è quasi sicuramente merito suo.

Più che certo è che lavorò ad una bibbia “Vulgata” senza errori di grammatica e di più facile comprensione, per diretto incarico del Sire. In una lettera rivolta ad un esponente del clero Alcuino chiede: “ Come fate a spiegare le scritture se non le avete capite nemmeno voi? "                                                           

Come teologo il suo intervento fu decisivo nello stoppare sul nascere l’eresia adozionista degli spagnoli: Felice di Urgel ed Elipando di Toledo furono convinti con le buone di essere in errore. Se avessero insistito avrebbero potuto provocare una scissione nella chiesa Cattolica come quella causata da Ario, che ebbe ripercussioni politiche non indifferenti. Ma fu certamente dietro suo consiglio che nel regno di Carlo si introdusse la parolina “Filioque” nel testo del Credo, parolina che fu all’origine del distacco della Chiesa Ortodossa bizantina dalla Chiesa Cattolica di Roma. Questa parolina secondo me gli fu rinfacciata post-mortem e costò ad Alcuino di non essere inserito nel novero dei santi, nonostante ne avesse tutti i diritti del mondo.

Altro importante merito del nostro monaco fu l’invenzione della minuscola carolina. Per alcuni questa cominciò grazie ad un oscuro monaco nel monastero di Corbie, perché lì è stata rinvenuta la copia più vetusta scritta con questi caratteri; ma per altre campane fu nello scriptorium del monastero di Alcuino che la minuscola carolina fu utilizzata per la prima volta sistematicamente. Non è una prova ma un forte indizio.

Anche il primo uso del punto interrogativo gli potrebbe essere attribuito.  Questa scrittura fu un passaggio importantissimo per la storia dell’umanità, perché sei secoli dopo furono questi i caratteri utilizzati per la stampa. Insomma fu un maestro a 360 gradi e dalla sua scuola uscirono uomini preparati a diffondere la cultura. Furono i suoi allievi gli iniziatori degli studi universali, cioè da essi cominciarono le Università.

Ho letto che parecchi uomini dotti si sono posti la questione se la “Schola palatina” abbia dato origine all’Università di Parigi e che molti di loro hanno risposto affermativamente.  In particolare ho letto nell’opera del principe abate Frobenius Forster : “ Et quidem Trithemius … de Alcuino scribit: - Hic iussu Caroli studium Parisiense, a Roma traslatum, primus instituit, ubi multos etiam ex Monachis discipulos insignes educavit.-  

Ora chi sia questo Tritemio io non lo so, ma mi fido dell’abate Frobenio e traduco: “Alcuino per ordine di Carlo Magno istituì per primo lo Studio di Parigi, studio trasferito da Roma, dove formò molti discepoli illustri che erano monaci”.           

Ponendo Aquisgrana ad Aachen, Parigi sulla Senna, Tours sulla Loira e Roma sul Tevere è dura da digerire. Ma tutto diventa plausibile in un territorio ristretto come la Francia Picena, cioè accettando la teoria di don Giovanni Carnevale e mettendoci anche del mio, con Aquisgrana a san Claudio, Roma ad Urbisaglia, Tours a Monte san Martino e Parigi a San Ginesio (per spostarsi a Camerino quando San Ginesio entrò in contrasto con il comune di Fermo.

Ma torniamo ad Alcuino. Passati circa dieci anni da che era responsabile della Schola palatina di Aquisgrana si era stancato di vivere a corte e voleva ritirarsi nella pace del convento di Fulda. Non gli fu concesso: Carlo ne aveva troppo bisogno, come maestro e come consigliere. Solo quando morì l’abate Iterio del monastero di san Martino ad Alcuino fu permesso di prenderne il posto. Da lì continuò a fare il consigliere del re, andando lui al  ” Palatium “ o venendo il re al monastero ”di persona personalmente”.  Così raccontano storici affidabili tipo Cardini o Barbero.

Ora ragioniamo. Fulda con le strade di oggi dista da Aachen 347 Km. Tours sempre con le strade di oggi dista da Aachen 655 Km. Da Fulda l’ostacolo principale è l’attraversamento del Reno; da Tours bisogna attraversare la Loira , la Senna e la Mosa. Dunque Carlo Magno non permette ad Alcuino di andare a Fulda e poi gli concede di andare a Tours, ad una distanza doppia con le strade di allora e con difficoltà triplicate?  Non ha senso.

Ma tutto si spiega in un territorio ristretto come la Francia Picena, con un monastero di santo Amando a quindici miglia dal monastero di san Martino, come dice Alcuino stesso in una lettera. Per santo Amando, da cui deriva il toponimo di Amandola, Alcuino ci passava per fare una strada più comoda, anche se un poco più lunga, quando dove andare o tornare dalla val di Chienti. Questo monastero di santo Amando, di cui parla Alcuino, lo stanno ancora cercando dai tempi dell’abate Frobenius Forster, ma pare che in Francia non lo abbiano ancora trovato.                               

                                     Mancini Enzo               Macerata 6 gennaio 2021