martedì 31 agosto 2021

venerdì 16 luglio 2021

Donazione di Pipino? Illusorie promesse?

Il Dott. Graziosi molto legato alla storiografia classica/tradizionalista oscura nella sua relazione, intenzionalmente, le novità storiche relative ai rapporti tra Papato, Longobardi e Carolingi introdotte dalla tesi del Prof . G. Carnevale, elaborata  da una attenta rilettura delle fonti storiche.

Riporto uno stralcio del libro nel quale vien definita “VAGHEGGIATA “ la Donazione di Pipino


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    Già a Roma nel 767 vi erano stati gravi disordini e le opposte fazioni avevano tentato di coinvolgere i Franchi e i Longobardi nelle loro contese. Stefano III, eletto papa il 1° agosto 768, quando aveva cominciato a temere che la collusione tra Carlo e i Longobardi si sarebbe risolta a danno della Santa Sede e del vagheggiato Stato Pontificio, si era accostato a Carlomanno che, non ancora ventenne, già era in contrasto col fratello Carlo, forse infastidito dal suo protagonismo in Italia e stimolato da sua moglie Gerberga, figlia di re Desiderio. 

    Nonostante l’attività diplomatica dispiegata dalla vedova di Pipino, il controllo di Roma si rivelò un inestricabile nodo gordiano fra i contrastanti interessi di Carlo, Carlomanno e Desiderio. 

    Gli eventi precipitarono quando il 4 dicembre 771 Carlomanno morì, Carlo Magno riunì nelle sue mani tutto il regno dei Franchi e Gerberga, la vedova di Carlomanno, si rifugiò presso il padre Desiderio, che intanto aveva ripreso i tentativi di piegare con la forza il papa ai suoi disegni politici. Nel settembre 773 Carlo pose l’assedio a Pavia. I Franchi del Piceno, rimasti isolati ed esposti alle rappresaglie del nemico, sotto la guida del “nobilissimo” Hildeprand si rifugiarono a Roma presso papa Adriano, che li accolse, ma volle che si “romanizzassero” tagliando le fluenti capigliature barbariche e gli giurassero fedeltà, perché considerava le terre da dove erano fuggiti Patrimonium S. Petri. 

    Perdurando ancora l’assedio a Pavia, Carlo Magno venne a Roma per incontrare i profughi e fissare con essi e con papa Adriano il futuro assetto sia del Piceno che di tutta l’Italia peninsulare. Il primo problema fu risolto procedendo all’immediata elezione a duca di Spoleto del “romanizzato” Hildeprand e, quanto al secondo, si fornì al papa una promissio che Roma avrebbe controllato tutta l’Italia peninsulare, con un confine che sarebbe andato dalla Cisa a Monselice. Né l’accordo per “romanizzare” subito il ducato di Spoleto, né la “promissio” sarebbero mai stati attuati. Lo avrebbero reso inattuabile lo sviluppo di Aquisgrana e l’ulteriore intensificarsi dell’insediamento franco nel Piceno. L’equivoco della configurazione politico-giuridica di Aquisgrana, teoricamente riconosciuta di pertinenza del Papato ma di fatto sede del nuovo Impero Romano d’Occidente, continuò a pesare sui futuri rapporti tra imperatori romani e papato. L’equivoco non fu mai sciolto. Prima di consacrare un nuovo imperatore Roma esigeva il rinnovamento della promissio poi tutto restava come prima. Solo la Chiesa della “Riforma” riuscirà, sulle rovine della Firmensis Monarchia e con la lotta per le investiture, a gettare le premesse del futuro Stato Pontificio.

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mercoledì 9 giugno 2021

Pubblichiamo una gradita relazione del Dott. Nazareno Graziosi

 

LA DONAZIONE DI PIPINO E LA NASCITA DELLO STATO PONTIFICIO

 

Trattando della toponomastica di Loro Piceno (Loro da alloro), tra le varie località correlabili alla mitologia dell’alloro, abbiamo inserito anche Monte Luro  (Montlur), frazione  di Tomba di Pesaro (dal 1938 Tavullia); l’antico castello, (chiamato Montem Lucari o Lucati) compare nella sedicente Donazione di Pipino, e con il nome di Castrum Lauri è citato in un documento del 1182” (da La Romagna Geografia e Storia - Emilio Rosetti – 1893).

PREMESSA: Sacrifici e Donazioni

Gli Antichi popoli italici donavano le primizie e la “decima”  alle numerose divinità,  con il celato desiderio di avere propizi i loro Dei (e relativi sacerdoti). I sacrifici e le offerte erano correlati ai riti, alle  preghiere e alle invocazioni. Il Ver sacrum, secondo Tito Livio XXII, era un voto con il quale i popoli italici (Piceni compresi, secondo Dionigi di A.- storia di R.-  L 1) consacravano e sacrificavano: vegetali, animali e uomini, nati nella primavera. In periodo storico la sorte dei giovani cambia: superata la pubertà, dovevano abbandonare la “patria”. Secondo Plinio (Nat. Hist.) i Piceni sarebbero originati dal Ver sacrum dei Sabini: abbiamo espresso dubbi su questo argomento1.

I sacrifici avevano varie finalità: purificatorie (Vedi Giovanni Rocchi - Tavole Iguvine – 2009) , espiatorie, propiziatorie.  I sacrifici cruenti e/o umani, se pur rari, dovevano essere praticati, come si desume dal mito di Ifigenia e dalla Genesi (22: 2/3).

A.          Secondo la mitologia greca, per riparare le colpe di Agamennone, doveva essere “sacrificata” la sua primogenita Ifigenia, la quale fu cambiata con una cerva dalla dea Artemide.

B.          Genesi 22:2:  “Prendi ora tuo figlio Isacco e offrilo in olocausto…” (Genesi 22:3). Abramo… si accinge a sacrificarlo; ma un angelo scende a bloccarlo e gli mostra un ariete da immolare come sostitutivo.”

In molte civiltà si afferma il concetto della (volontaria)  donazione della propria vita per il bene della patria, della società o per un ideale. Il cristianesimo interpreta la morte di Cristo come offerta per i peccati del mondo.

LE “DONAZIONI” DI IMPERATORI, RE E DUCHI

Esse vanno intese come imposizioni emanate al fine di dimostrare la propria potenza e l’autorevolezza; ma anche per evitare inutili spargimenti di sangue. Non vanno confuse con le regalie praticate dai re Merovingi, a partire da Clodoveo (466 / 511); i beneficiari di modesti territori erano i conventi, 3 e le chiese

La “sedicente donazione di Pipino”, stimola la curiosità e suscita interesse.

Si ritiene utile riportare alcuni testi relativi alla “Donatio Pipini”. Ricordato che: la Gallia Togata entra in ambito romano dopo il 268 a. C.2. Per conoscere quel territorio come Esarcato: “Si dee sapere qualmente nell’Anno 557 dalla Salute nostra, fu fatto un Maestrato nominato Esarco, da Giustino Imperatore… (L. Alberti Bolognese - Discrittione di tutta l’Italia - Venezia  1596):

·                   Dallo steso Alberti: “nel 568 l’Italia fu invasa e sottomessa dai Longobardi di Alboino. Costoro giunsero dalla regione della Pannonia… costringendo i Bizantini ad arretrare. Dopo aver occupato l’area dell’odierno Friuli Venezia-Giulia, i Longobardi estesero progressivamente il proprio dominio…, dando vita a un regno indipendente in grado di contrapporsi al dominio bizantino. Questa situazione fu di fatto ratificata nel 603, quando l’Italia venne politicamente divisa tra la Romània (da cui prende il nome la regione dell’attuale Romagna) e la Langobardia (da cui deriva il nome Lombardia)”.

·          Da Antonio Matscheg (Lezioni di Storia Universale - 1866: pag 149 e seg.) “I Papi fino dal tempo dell'invasione dei Longobardi in Italia, avevano governato il ducato di Roma, col consenso dell'imperatore... Vari duchi longobardi ed anche Liutprando (loro re fino dal 712) si allearono col Papa, ma conquistarono per sè la Pentapoli, Ravenna ed altre città greche fra cui Sutri appartenente al ducato di Roma. Liutprando fece poi donazione di Sutri alla Santa Sede: prima Donazione di tal fatta. Ma il Papa, riavuta Sutri… indusse i  Veneziani a ristabilire l'esarca (Eutichio) in Ravenna, il che infatti seguì nel 729. Liutprando strinse alleanza coll'imperatore contro il Papa (Gregorio III dal 731 al 741)….  Liutprando perdute contro di lui quattro città del ducato, dopo aver ricorso inutilmente all'imperatore, chiamò in ajuto Carlo Martello maggiordomo dei Franchi, ma ebbe da esso solo buone parole. Il Papa Zaccheria (741 -752) indusse a pace Liutprando, il quale gli restituì le tolte città, ed inoltre per devozione verso la S. Sede fece ad essa donazione di parecchie altre città e terre. Il re Astolfo (749-756)… conquistò contro i Greci l'Esarcato e la Pentapoli, ed invase lo stesso ducato di Roma. Il Papa Stefano II… ricorse a Pipino il piccolo che era stato eletto re dei Franchi coll'assenso del Papa Zaccaria ; questi (Pipino) discese, vinse Astolfo e fece donazione alla S. Sede dell' Esarcato e della Pentapoli... Desiderio ultimo re dei Longobardi (756-774) venuto a guerra con Carlo Magno perdette il regno che passò ai Franchi (774)”.

·          Alessandro Manzoni – (Opere varie… Parigi 1853): all’Adelchi premette il “Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia”;  da pag 155:

“Alla metà dell'ottavo secolo il continente italico era occupato dai Longobardi, salvo …, l'Esarcato di Ravenna tenuto ancora dall' Impero (di Oriente)… Roma col suo ducato apparteneva pure in titolo agl'imperatori; ma l'autorità loro vi si andava di dì in dì restringendo ed affievolendo e vi cresceva quella dei pontefici. I Longobardi corsero (corsareggiavano)... alcune terre e tentarono anche di ridurle a stabile soggezione.  Nel 754 Astolfo re dei Longobardi invade, e minaccia le terre del ducato romano. Stefano Il° si porta a Parigi, e chiede soccorso a Pipino, ch'egli unge in re de' Franchi: scende questi in Italia, caccia Astolfo in Pavia e per la intromissione del papa, gli accorda un trattato, in cui Astolfo giura di sgomberare le città occupate. Nel 755 Ripartiti i Franchi, Astolfo non tiene il patto, anzi pone l' assedio a Roma, e ne devasta i contorni. Stefano ricorre di nuovo a Pipino ; questi scende di nuovo… spinge Astolfo in Pavia. Presso a questa città si presentarono a Pipino due messi di Costantino Copronimo imperatore, a pregarlo che rimettesse all'Impero le città dell'esarcato, le quali per le armi dei Franchi venivano ad essere spazzate di Longobardi. Ma Pipino giurò ch'egli aveva combattuto per amore di S . Pietro, e per mercede de' suoi peccati… e che ad altri non darebbe per nulla ciò che aveva già offerto a S . Pietro… Pipino tornossene in Francia e mandò al papa la donazione in iscritto”.

·          Dal  sito del Comune di Sassofeltrio: “Fonti storiche lo citano fin dal 756 d.C. quando Sassofeltrio entrò a far parte dello Stato della Chiesa con la donazione fatta da Pipino Re dei Franchi al Beato Pietro”.…

·          Da Cathopedia, (enciclopedia cattolica) La donazione di Pipino il Breve a papa Stefano II (754). “La Promissio Carisiaca (nota anche come Donatio Carisiaca, donazione di Pipino, trattato di Quierzy o donazione di Quierzy) sarebbe stato un atto… con il quale Pipino il Breve, nel 754 avrebbe promesso a papa Stefano II la restituzione delle terre strappate alla Chiesa dal re longobardo Astolfo. Il territorio in questione corrispondeva all'Esarcato di Ravenna , Pentapoli, il ducato di Spoleto e quello di Benevento, le terre dalla Lunigiana a Parma e a Monselice e, la Corsica e Venezia.

Pipino e il Pontefice avevano avuto già altri incontri in precedenza... a Braisne (1º marzo del 754) e una seconda a Quierzy, in Francia, il 14 aprile, giorno di Pasqua, in cui si decise di muovere guerra ai Longobardi.

Le terre che vennero riconquistate furono poi effettivamente donate alla Chiesa nel 756, sancendo la creazione dello Stato Pontificio… già istituito dalla donazione di Sutri.

·          Da Treccani enciclopedia: “CAPITOLARE DI Quierzy … Centro della Francia settentrionale, nel dipartimento dell’Aisne…, presso la riva sinistra dell’Oise. I sovrani dell’età merovingia e carolingia vi avevano una loro residenza (Carisiacum palatium) …PATTO DI Q. stretto nel 754 tra papa Stefano II e Pipino il Breve re dei Franchi: quest’ultimo, in cambio della rinnovata consacrazione da parte del papa della sua nuova dinastia, si impegnava a scendere in Italia contro il re longobardo Astolfo; in caso di vittoria, alcuni territori, tra cui la Corsica e i ducati di Spoleto e di Benevento, dovevano annettersi al ducato di Roma, considerato come già appartenente alla Chiesa.”

·          Da Treccani: “Fermo Antico centro dei Piceni, fu poi colonia romana di diritto latino (Firmum Picenum)...fu compresa nella donazione di re Pipino alla Chiesa, divenendo poco dopo (776 circa) il centro del comitato, poi della Marca fermana… Nel 1808 fece parte del Regno d’Italia, capoluogo del dipartimento del Tronto”.

CONCLUSIONE

Dai testi sopra riportati (e altri), è difficile credere che la “Donazione di Pipino” possa essere definita “sedicente” anche se la pergamena originale non è reperibile.

Pipino ha spesso  valicato le Alpi; l’Italia centrale era sotto il suo controllo con le donazioni... e con le armi.

L’utilità del supporto della Chiesa è da collegarsi alla conversione di Clodoveo.

Forse Pipino portava con sé il figlio. Poi Carlo Magno ha seguito gli insegnamenti; la strada e le “vie” le aveva aperte il padre.

La “Donatio Pipini” (intesa come elargizione alla Chiesa) sopravvive ai secoli e prende il nome di Concessio, come desumibile dal  Foglietti in Documenti Dei Secoli XI E XI – 1879: (pagina 4) “Concessio quam fecit Rampa Ecclesie Firm . …, Anno 1055… pro quia d. Carolo imperator consítuerat (stabiliva) nel suo capitulario”, si spera di trovare quel “capitulario”.

NOTE

1.    Il ver sacrum e il Piceno (https://www.larucola.org/2020/08/13/ricostruire-la-storia-attraverso-i-testi-di-antichi-autori-il-ver-sacrum-e-il-piceno/)

2.     Il territorio dei Piceni... (www.larucola.org/2020/09/20/il-territorio-dei-piceni-era-piu-vasto-di-quanto-si-crede-comprendeva-anche-rimini/)

3.    Clodoveo tra guerre e religione https://www.larucola.org/2017/11/17/i-salii-uniti-con-altri-popoli-si-sostituiscono-al-potere-dei-romani/


giovedì 27 maggio 2021

Il Prof. Enzo Mancini ci parla dello "Studium Parisiense".

              Dove era Parigi, cioè l’Universitate Parisius, nel “ saeculum obscurum”? 
         In un articolo del 5 marzo 2020 su “ la Rucola” la signora Simonetta Borgiani mi fa presente il suo dissentire dalla mia ricostruzione sulla localizzazione della Parigi primigenia nella Francia Picena. 
         Mi scuso di aver letto l’articolo solo dopo un anno, ma non c’è prescrizione in questi argomenti.             Anche un’altra Simonetta, la Torresi, ha scritto di Parigi localizzata nell’attuale Macerata. La seconda Simonetta, già a conoscenza della mia opinione, mi ha voluto scusare dicendomi che avevo letto libri diversi dai suoi. 
        Ma io vorrei far presente che non ho nessun problema ad ascoltare ricostruzioni diverse dalle mie, anzi sono contento che se ne parli, che a qualcuno l’argomento interessi. 
        Comunque mi pare opportuno puntualizzare qualche aspetto della questione. 
        Se “Lutetia parisiorum” è un toponimo, un luogo che oggi è diventato Parigi, la metropoli transalpina, lo “Studium Parisiense” era una scuola, quella di più alto livello che poteva starci in quei tempi. 
        Questo ho capito e di questo sono convinto. 
        Scrive l’abate Frobenius Forster, un erudito tedesco del XVIII secolo, che un tal Tritemio, non meglio identificato, ha scritto prima di lui, che lo “Studium Parisiense” fosse “ a Roma translatum”. Quindi nella Francia Picena Parigi non era un toponimo ma una scuola che si poteva spostare da un paese ad un altro
        Perciò non posso escludere che in un periodo più “obscurum “ del solito, come ai tempi del processo cadaverico di papa Formoso, questo "studium" si potesse trovare nei luoghi dove oggi si trova Macerata. (Secondo me questo processo orripilante si svolse nel castello di Lornano, a Ornat, dove un diacono pronunciò, a posto del papa defunto, la professione di colpa.- Pag. 201 del volume IV di Storia della Chiesa – diretta da Hubert Jedin ). 
        Ma ai tempi di Pipino il Breve e di Carlo Magno secondo me lo "Studium Parisiense" si trovava a San Ginesio, o meglio presso il "monasterium sancti Dionisii". 
        Invece ai tempi di san Francesco e di Dante, lo studium si trovava a Camerino, che è, sempre secondo me, il luogo da considerare “la culla della lingua italiana”. E anche il luogo che vide nascere l’amore di Abelardo per Eloisa, ma questo non ditelo ai Francesi. 
        Spero che don Giovanni non mi si rivolti nella tomba, perché non era d’accordo su queste mie uscite. Perché le prove non le ho; lo desumo dai libri che ho letto, (compresi quelli di Giovanni Carnevale e di Simonetta Torresi). 
        Spiegarmi meglio per ora mi risulta difficile; forse lo farò quando e se avrò tempo. In parte ad essere precisi l’ho già fatto in articoli precedenti. 
        Per avere le prove forse dovremo aspettare l’invenzione della macchina del tempo. Ma può darsi che in futuro l’archeologia potrà fare il miracolo anche senza questa macchina. 
        Però solo quando gli archeologi prenderanno sul serio la teoria di Giovanni Carnevale. Chi vivrà vedrà. 
         Mancini Enzo                          Macerata 23 maggio 2021

lunedì 10 maggio 2021

Il Prof. Enzo Mancini ricorda il Prof. Giovanni Carnevale ad un mese dalla sua scomparsa.

A egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti, o Pindemonte. Chissà perché al sentire la notizia della morte di Giovanni Carnevale mi son venuti subito in mente questi versi del Foscolo. “I sepolcri” li scrisse a seguito del napoleonico editto di Saint Cloud. Il mio maestro Nazareno Sardellini in terza elementare me ne parlò chiamandolo editto di San Claudio, confondendomi un poco le idee. La mia scuola elementare era a pochi metri dalla chiesa di San Claudio al Chienti. Per me san Claudio era solo quello e non una vaga località francese che oggi è stata fagocitata dalla metropoli di Parigi. Certo è che senza aver conosciuto questo salesiano, appena passato a miglior vita, mai avrei potuto immaginare di interessarmi a Carlo Magno. Venni a sapere dell’eclatante articolo di don Carnevale, comparso sulla rivista della provincia di Macerata, solo dopo vari mesi, grazie ad un amico che era anche il mio abituale fotografo, Franco Bartolo. Anzi ad essere precisi lo scoop storico uscì ad aprile 1992 e il mio fotografo me ne parlò che era la primavera del 1993: a riprova che quell’articolo era passato sotto silenzio e che non era uscito dall’ambito locale. Io invece caddi dalle nuvole! L’assessore della provincia responsabile di quella rivista, (ricordo il nome ma non merita una citazione), dopo qualche anno se ne lavò le mani come Pilato, dichiarando che mai avrebbe dato il consenso a pubblicare quell’articolo se fosse stato a conoscenza del contenuto. Avrebbe fatto migliore figura a starsene zitto, questo tipico esempio di politico azzeccagarbugli che gravita in questo territorio. I tipi come lui accreditano la fama di provincialismo di Macerata, con cui si divertono “ i Vitelloni” nei salotti della Roma Bene. (Io aborro…) Come se senza di lui lo “Scoop” non ci sarebbe mai stato! Insomma la morte del professor Carnevale mi affolla la mente di ricordi. Nel 1993 mi sentii in dovere di approfondire. Ero della razza mia il primo ad aver studiato al Liceo Classico, anche se poi mi sono laureato in Scienze Biologiche. Nei libri del Liceo avevo letto della disputa sul “Capitulare de villis”. Lo storico austriaco Alfonz Dopsch aveva già dimostrato che Aachen non poteva essere l’Aquisgrana di Carlo Magno, a causa della flora mediterranea citata nel documento, ma la Germania nazista non gli aveva dato credito. Non gli dette peso neanche Marc Bloch, forse per ripicca nel mondo accademico . All’università di Camerino avevo studiato Fitogeografia e mi era chiaro il concetto che le piante non possono mentire. Non ricordo quando ma mi ero imbattuto nel saggio della signora Barbara Fois Ennas sul Capitulare de villis. Mi colpì l’affermazione della docente dell’Università di Cagliari che questa terra misteriosa poteva essere molto meglio la Sardegna che la regione fra la Mosella e il Reno. Per farla breve prima di andare ad ascoltare per la prima volta don Carnevale avevo cercato di documentarmi. Era già l’autunno del 1993 quando mi recai a Treia, nel piccolo auditorium del comune. Non c’era tanta gente, si e no venti persone. Nella sala dove si svolgeva la conferenza c’erano dei banchi di scuola con la buca per il calamaio. Mi sembrò di essere ritornato scolaretto, anche perché nel banco dietro di me sedevano due illustri presidi che mi mettevano soggezione. Erano solo due o tre anni che ero passato di ruolo come insegnante. Dopo poco che don Carnevale aveva iniziato ad esporre la sua teoria sentii i due vicini di banco trattenersi a stento dallo sbellicarsi dalle risa. Era una normale reazione di docenti di lunga carriera. Uno era il preside Vita, che a dispetto del cognome morì pochi mesi dopo. L’altro preside, Cardarelli, dopo l’iniziale dissenso, mi hanno detto che si era convertito alla tesi del professore salesiano. Ritornando a Treia, poco dopo che i due presidi si erano ricomposti, don Giovanni chiese espressamente aiuto “di fronte ad un maremagnum di bibliografia da consultare e documenti da rileggere”. Allora ebbi il coraggio di intervenire dicendo che nel “Capitulare de villis” il sire comandava di produrre il vino cotto, prodotto tipico della nostra provincia, con la famosa sagra di Loro Piceno. Mi resi conto che non lo aveva ancora letto. Questo fu il mio primo contributo prima di pubblicare “Aquisgrana Restituta”. Ma don Giovanni era un tipo tosto: si divertiva di più quando veniva contraddetto piuttosto che quando lo allisciavano. Un poco mi seccò ma poi me ne feci una ragione. Comunque poi il “Capitulare” se lo studiò molto meglio di quanto potevo fare io. "Requiescat in pace”. Quando stava già sulla sedia a rotelle ogni tanto lo andavo a trovare e si discuteva. Non era facile sostenere la mia opinione quando era diversa dalla sua: si accalorava e agitava le sue manone che mi preoccupavo mi potesse arrivare un sonoro scapaccione, nonostante la vecchiaia e l’infermità. Mi dispiace che se ne sia andato prima che il mondo accademico riconoscesse il valore della sua scoperta, ma lui era il primo ad ammettere che ci sarebbero voluti: “molti e molti anni dopo la mia morte. Per accettare Copernico ci son voluti due secoli” Don Giovanni era anche un esperto di Dante Alighieri; come Dante non ebbe un buon rapporto con la madrepatria Firenze anche lui non ha avuto un buon rapporto con la cultura italiana, e nemmeno con quella estera. Ho affermato più volte che avrebbe meritato un Nobel, eppure non lo hanno nemmeno citato su Wikipedia. Ma credo di essere un facile profeta rivolgendomi al vecchio salesiano e prendendo in prestito una terzina del XV canto dell’Inferno: "La tua fortuna tanto onor ti serba che l'una parte e l'altra avranno fame di te; ma lungi fia dal becco l’erba” Per accettare don Giovanni Carnevale mi auguro ci vogliano meno di duecento anni, ma non succederà prima che se ne vadano da questa valle di lacrime anche Franco Cardini e Alessandro Barbero. Quelli cioè che dicono di applicare alla storia un metodo scientifico, che invece scientifico non è. Naturalmente anche il sottoscritto starà in quel momento a far terra per i ceci. Amen. Macerata 11 maggio 2021 (ad un mese dalla morte di Giovanni Carnevale ) Mancini Enzo