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mercoledì 9 dicembre 2015

L'elefante di Carlo Magno è sepolto a San Claudio?




Riprendiamo la  notizia relativa all’elefante di Carlo Magno, per presentare quanto gentilmente ci viene riferito e concesso dal prof. Enzo Mancini. Dal suo libro “ Aquisgrana Restituta” , nel capitolo dedicato all’elefante, troviamo la notizia che, qualche decennio fa nel corso della trivellazione di un pozzo, in località San Claudio, furono portati alla luce dei denti di un animale. Gli operai addetti alla trivellazione non esitarono ad attribuirli ad un “ enorme animalaccio”. Al nascere della teoria di Aquisgrana in Val di Chienti, essendo andati perduti tali resti, il prof Mancini mi dice di aver accompagnato personalmente l’operaio, che aveva ritrovato questi strani denti, al museo di storia naturale di Camerino,  con lo scopo di farsi indicare, tra i reperti esposti, quelli che più somigliavano a quelli venuti alla luce dallo scavo. E’ da questa indagine che si comprese che essi erano straordinariamente identici a quelli di un elefante.

Riportiamo ora la copertina del libro del prof. Enzo Mancini, le pagine relative al capitolo dell’elefante e una recentissima relazione che il prof.  Mancini cortesemente ci ha espressamente preparato per il nostro sito.








































Abul Abbas (analisi del prof. Enzo Mancini)

In data 802 d.C. alla corte di Aquisgrana pervenne, dopo un viaggio di circa quattro anni, un elefante, scortato dall’ebreo Isacco, dono del capo abasside Harun Al Rashid, califfo di Bagdad, più famoso in letteratura come il signore delle mille e una notte.
Riguardo a questo animale ormai storia e leggenda si intrecciano in modo inestricabile, tanto che quello che si può prendere per buono è solo la frase precedente, perché attestata dal biografo ufficiale di Carlo Magno, Eginardo. Che cita l’elefante ma non il suo mahout. Che poi si chiamasse Isacco o Abramo, non è decisivo in questo contesto. Cerco di spiegarmi meglio.
Fra gli storici la più diffusa versione è che questo elefante arrivò per mare a Porto Venere, in Liguria, da lì fu portato a Vercelli dove, con l’avvento della stagione propizia, gli furono fatte attraversare le Alpi.
Ma c’è chi scrive, senza purtroppo citare le fonti, che detto pachiderma sbarcò a Pisa, per essere portato a Pavia. Ma, per evitare di dover ripetere la rischiosa impresa di Annibale, fu di nuovo imbarcato in Liguria per approdare a Marsiglia. Da là non era poi così difficile farlo giungere ad Aix- la - Chapelle, oltre le Ardenne, risalendo la valle del Rodano.
Nel mio sforzo di trovare le fonti documentali ho letto negli “ Annales qui dicuntur Einhardii” che l’elefante  morì nell’810, dopo aver attraversato il Reno, in località Lippenheim. Ma questo brano riguardante l’elefante è una evidente interpolazione, evidenziata e sottolineata nella prima edizione degli MGH, non più nella più recente versione.
Ora io mi domando: come ci si può fidare completamente di questi “Annales”, pieni di cancellature, interpolazioni, correzioni, scritti e riscritti dopo molti anni dai fatti, in latino ma con i toponimi in perfetto tedesco, località comparse tre, quattro, cinque… secoli dopo. Come mi meraviglia che gli storici tedeschi, che sanno da più di cento anni che Aachen non è l’Aquisgrana carolingia, continuino a spacciarla per tale senza fare una piega. Ma dopo lo scandalo della Volkswagen mi meraviglio di meno. 
E mi viene in mente un pensiero strampalato: non potrebbe succedere fra mille e più anni, speriamo di più, se ci fossero guerre atomiche, che gli storici futuri siano costretti a ricavare la storia del Nazismo dalle vignette di Sturmtruppen?
Questa considerazione soprattutto per i tanti sapientoni che sul web fanno commenti impropri, misti a grasse risate, al sentire che c’è qualcuno che vuol riscrivere la storia di Carlo Magno. Dice bene Umberto Eco che Internet ha posto sullo stesso piano il premio Nobel con lo scemo del villaggio.
Tornando al nostro pachiderma, che sia sopravvissuto allo stress di quattro anni di viaggio e a otto inverni della Westfalia a me pare poco credibile. Nella “Storia d’Italia” di Montanelli - Gervaso si legge che l’elefante non morì di polmonite, ma per aver mangiato troppo foraggio fresco, fornitogli dalle stesse mani dell’imperatore, che per il dispiacere proclamò addirittura una giornata di lutto nazionale. Che l’elefante era asiatico lo sapevo già da tempo: quello africano non è addomesticabile. 
Che era anche albino l’ho scoperto solo tre anni fa, dopo aver letto un articolo sul giornale locale “la Rucola”, dell’aprile 2012. Incuriosito, ho cercato in rete notizie su questa immagine: un elefante bianco, con piccole orecchie e privo di zanne, che sul groppone porta una specie di castello. Non è difficile, io credo, individuare in questo castello la fisionomia della chiesa di san Claudio al Chienti, come doveva essere quando, oltre alle due torri cilindriche, possedeva ancora la cupola centrale. Non è difficile soprattutto per chi nei paraggi di san Claudio ci è vissuto parecchi anni: altri possono avere opinioni diverse.
Questa immagine è di un affresco che ora è conservato al museo del Prado di Madrid, ma che ha una lunga storia. Proviene dall’eremo mozarabico di san Baudelio de Berlanga, nella provincia di Soria. L’edificio si trova in una zona desertica dell’alta valle del Duero. Fu riscoperto nel 1917, un po’ come san Claudio, ed oggi, dopo essere stato per anni adibito a stalla per le pecore, è diventato monumento nazionale per gli Spagnoli. Essendo di proprietà privata molti degli affreschi furono venduti, fra cui quello che ci interessa, sparpagliandosi per vari musei degli Stati Uniti. Nel 1957 la Spagna ne tornò in possesso, ma non li rimise in loco, ma nella capitale. E che l’elefante albino raffiguri Abul Abbas, donato a Carlo Magno dal califfo di Bagdad, lo hanno detto gli Spagnoli, e non ci sono ragioni per dubitarne. La presenza dell’affresco nella “Iglesia de san Baudelio”, definita anche come “ cappella Sistina dell’arte mozarabica”, sarebbe dovuta al fatto che nel medioevo l’elefante albino sarebbe assurto a simbolo mitico dell’ideale di purezza e castità.
Noi aggiungiamo che, se l’elefante è Abul Abbas, quello sul groppone non è un castello, ma l’Aula Aquensis, la cappella Palatina di Aquisgrana, cioè l’abbazia di san Claudio al Chienti.
Una riflessione sul viaggio marittimo di Abul Abbas. I messaggeri che  Carlo Magno inviava in Grecia e in Asia minore viaggiavano in Adriatico: “ille gurgitulus” lo definiva l’imperatore.
Perché Isacco doveva andare sul Tirreno? Che poi era area sotto controllo omayade, in quel periodo in contrasto con gli Abassidi di Bagdad. L’avvento degli Abassidi aveva portato anche ad un periodo di pace fra Bagdad e Costantinopoli. Perché Isacco, uomo giudizioso, doveva andare a percorrere un’area sotto influenza nemica e infestata dai pirati saraceni nordafricani? Ma soprattutto, se Isacco aveva accompagnato altre ambascerie carolingie dirette in Grecia e in Asia minore, perché per trasportare un carico prezioso e pesante doveva scegliere una strada più lunga e più insicura?
Altra riflessione: ai tempi dell’impero Romano il porto di Cupra Marittima era importante. Il tempio della dea Cupra era stato restaurato dall’imperatore Adriano. Importante lo doveva essere anche nell’VIII secolo. E Cupra per i Romani era la dea Bona, Afrodite Cipria, Venere per i Latini. Vuoi vedere che Isacco scaricò l’elefante a Cupra Marittima e che Abul Abbas ha attraversato al massimo il Reno che scorre in Romagna? L’ipotesi può sembrare frutto di troppo fervida fantasia?
Ma che ne direste se all’ombra delle torri cilindriche di san Claudio si trovasse lo scheletro di un elefante asiatico con le zanne poco sviluppate? 
Io nutro buone speranze in proposito.









mercoledì 1 aprile 2015

BREVE APPENDICE STORICA SULLA VAL DI CHIENTI NELL'ALTO MEDIOEVO - Parte terza


                                                       BREVE APPENDICE STORICA
                                    SULLA VAL DI CHIENTI NELL’ALTO MEDIOEVO
                                                  (con articoli apparsi sulla stampa locale)



Ad utilità dei lettori riproduciamo quattro articoli apparsi sul periodico “Montolmo e Dintorni”, edito a Corridonia, redatti dal Prof. Giovanni Carnevale con la collaborazione dell’Arch. Riccardo Garbuglia.

DALLA NASCITA DI AQUISGRANA ALLA SUA DISTRUZIONE AD OPERA DEGLI ARABI
         (L’articolo è stato ripreso dal periodico “Montolmo e Dintorni” di Corridonia. N°6 aprile 2011)

Oggi i giornali e i mezzi di comunicazione di tutto il mondo hanno all’ordine del giorno i rapporti, delicati e spesso conflittuali, che si sono instaurati tra l’occidente e le sponde meridionale e orientale del mediterraneo.  Trecento anni dopo la caduta dell’impero romano di occidente, il primo a stabilire rapporti con i paesi di oltremare fu Carlo Magno, e furono rapporti di buon vicinato.
Le prime civiltà sono nate lungo i fiumi d’oriente.  L’oriente è sempre stato terra di contrasti e di guerre tra i popoli che lo hanno abitato, e lo testimonia la stessa Bibbia, il più antico libro della storia.  Nell’alto medioevo ci fu grande conflitto tra i califfi di Damasco e quelli di Bagdad, città che sono di strettissima attualità - la storia si ripete! -  Gli Abbassidi di Bagdad risultarono vincitori e i loro avversari Ommayadi emigrarono in Spagna, che fu conquistata all’Islam.  Si era alla metà del secolo VIII.  Tra la vincitrice Bagdad e la Val di Chienti si stabilì, via mare, un fitto interscambio commerciale: mercanti, soprattutto ebrei, facevano la spola tra Aquisgrana in Val di Chienti e l’oriente.  Se Bagdad era divenuta la capitale più importante d’oriente, Aquisgrana stava diventando, con Carlo Magno, la capitale dell’occidente.  Le guerre condotte dai Carolingi (Carlo Martello, Pipino, Carlo Magno) avevano concentrato nelle mani dei sovrani Franchi un bottino di guerra costituito da una grande massa d’oro e preziosi.  Carlo Magno impiegò questo tesoro per ridare all’occidente, essenzialmente all’Italia centro-settentrionale e all’attuale Francia, una sua capitale che potesse quasi rivaleggiare con Bagdad.  L’occidente, dopo la caduta dell’impero romano nel 476 e le successive invasioni barbariche, era precipitato in una situazione disastrosa da tutti i punti di vista: sociale, economico e organizzativo in genere.  Quanto al Piceno, era ancora fitto di rovine, a testimonianza dell’antica civiltà classica, ma non c’erano più maestranze che potessero ripristinare le gloriose tradizioni artistiche dell’antica Roma.  Queste tradizioni erano sopravvissute più a lungo proprio nell’oriente bizantino e quando l’islam conquistò la provincia di Siria, come i Romano-Bizantini chiamavano i paesi del medio oriente, si giovò delle locali maestranze per iniziare la nuova arte islamica, innestandovi anche il patrimonio culturale dell’antica Persia, oggi Iran, caduta anch’essa in loro potere.  Carlo Magno ottenne da Arun Al Rashid, califfo di Bagdad, di poter assoldare maestranze del vecchio califfato di Damasco per impegnarle nella costruzione di Aquisgrana.  Se il padre di Carlo Magno aveva creato il suo nido d’aquila sulle colline del preappennino (Sant’Angelo in Pontano – San Ginesio), Carlo Magno, animato da idee più grandiose, preferì scendere a valle e popolare la pianura del Chienti nella zona ove sorge San Claudio.   Venne così sorgendo Aquisgrana, una città senza mura, perché Carlo Magno non temeva nemici che potessero irrompere nel Piceno, ben difeso dalla catena dei Sibillini, coperti da selve pressoché impenetrabili,  né poteva temere un’invasione dal mare, dati gli ottimi rapporti che lo legavano a Bisanzio.  Era una città immersa nel verde, con gli edifici che si distanziavano tra loro di qualche centinaio di metri.  Il palatium, residenza di Carlo Magno, distava otto miglia dall’urbs (oggi la zona di Urbisaglia) e cinque miglia dall’attuale Santa Croce all’Ete.  Anche la cappella palatina, oggi pieve di san Claudio, distava certamente qualche centinaio di metri dal palatium.  Sappiamo che Carlo Magno amava andare in quella chiesa, anche di notte, percorrendo un porticato terrazzato che metteva appunto direttamente in comunicazione la sua residenza con la cappella di corte.  Per capire la struttura di San Claudio bisogna studiare le coeve architetture islamiche al di là del mare.  Alle spalle di San Claudio sorgono ancora i resti della scuola palatina, importantissima per la rinascita culturale d’Europa, perché lì furono realizzati i preziosi volumi in pergamene miniate che oggi formano l’orgoglio delle principali biblioteche dell’occidente.  Lì rinacque in Europa lo studio della Bibbia e dei capolavori dell’antica Roma.  Di lì Carlo Magno inviò in Italia e al di là delle Alpi i dignitari dell’impero col compito di ricivilizzare l’Europa, dopo essersi formati essi stessi, in Aquisgrana, alla scuola dell’inglese Alcuino e del longobardo Paolo Diacono.
Da questi pochi cenni ci si rende conto che nella Val di Chienti, e in particolare nel territorio dell’attuale Corridonia, la storia ha scritto pagine di una importanza eccezionale: senza Carlo Magno nel Piceno, l’Italia sarebbe stata travolta dalla conquista degli arabi come già era stata travolta la Spagna.  Aquisgrana non rappresentò semplicemente la rinascita del culto per Roma e per la sua storia, ma il baluardo contro possibili nuove invasioni provenienti da sud .  Nell’840 gli Arabi avevano completato la conquista della Sicilia e avevano fatto di Taranto e Bari sede di emiri, ossia di capi religiosi e militari, avamposti per la conquista dell’Italia.  Nell’881 gli Arabi giunsero effettivamente nel Piceno e distrussero Aquisgrana (ne ha raccolto la tradizione, nel 1500, il Bacci di Sant’Elpidio).  Gli invasori vi restarono solo pochi mesi perché il mondo cristiano riuscì a riorganizzarsi e respingerli fuori del Piceno.  Solo nel 915 gli arabi poterono definitivamente essere eliminati dalla penisola dagli eserciti collegati del Papa e di Alberico (battaglia del Garigliano).  In questo periodo i Papi abbandonarono Roma e vennero a fissare la sede pontificia sul territorio della distrutta Aquisgrana nel palazzo del Laterano, come allora veniva chiamata San Claudio, unico edificio che si era salvato dalla distruzione degli arabi perché trasformato in stalla per i loro cavalli.  I Papi restarono nel Laterano Piceno almeno per duecento anni.  Di questo nessuno ha saputo più nulla per secoli, rendendo inestricabile la lettura di come erano andate le cose nell’alto medioevo.  Anche i monaci farfensi nell’898 abbandonarono Farfa e la Sabina e costruirono un loro monastero-fortezza a Santa Vittoria in Matenano.  Queste notizie oggi vanno ricomponendosi tra loro, dopo gli studi da me iniziati venti anni fa.  Sono le sparse tracce di un disastroso naufragio.  Mi auguro che le mie fatiche, trascritte in una serie di otto volumi, siano meglio valutate e che una sempre più numerosa schiera di ricercatori locali faccia ulteriore luce sull’alto medioevo piceno che, per importanza storica, non ha uguali in Europa.