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domenica 15 marzo 2015

BREVE APPENDICE STORICA SULLA VAL DI CHIENTI NELL’ALTO MEDIOEVO - Parte seconda


                                                       BREVE APPENDICE STORICA
                                     SULLA VAL DI CHIENTI NELL’ALTO MEDIOEVO
                                                  (con articoli apparsi sulla stampa locale)



Ad utilità dei lettori riproduciamo quattro articoli apparsi sul periodico “Montolmo e Dintorni”, edito a Corridonia, redatti dal Prof. Giovanni Carnevale con la collaborazione dell’Arch. Riccardo Garbuglia.

                                                           LA “FRANCIA” PICENA
                                                E LE SUE ESPANSIONI PERIFERICHE
(L’articolo è stato ripreso dal periodico “Montolmo e Dintorni” di Corridonia: N°7 dicembre 2011)

Nel 715, per sfuggire all’invasione araba, arrivarono nel Piceno i profughi franchi dall’Aquitania, la regione compresa tra i Pirenei e l’oceano atlantico.  Si erano interessati, per accoglierli, oltre al Papa, l’abate di Farfa Tommaso di Morienna e il Duca longobardo di Spoleto Faroaldo.  Il Duca aveva predisposto la donazione, in favore dei profughi, di terre che lui considerava di sua spettanza ma che erano ormai desertificate per eventi bellici e per il sopravvenire di pestilenze, che nell’antichità colpivano quasi ogni generazione.  Sappiamo che queste terre erano dislocate a ridosso di due antiche strade romane, la Salaria gallica, che percorreva tutto il Piceno lungo il tracciato pedemontano che oggi corrisponde alla statale 78, e che a Roccafluvione attraversava il Tronto su un ponte romano i cui resti esistono ancora e si innestava sulla Salaria consolare, la seconda strada appunto, che, attraverso la Sabina, raggiungeva Roma, sede del Papato.
Si noti che nell’Italia centrosettentrionale esistevano altre due città che svolgevano funzione di capitali: Ravenna, capitale dell’Esarcato bizantino, che controllava anche la Decapoli, cioè il territorio che corrisponde oggi alle Marche settentrionali, e, sul Ticino, Pavia, capitale del regno longobardo.  Questo ci fa comprendere che l’Italia centrosettentrionale era praticamente suddivisa in tre diverse entità politiche: un ampio territorio longobardo che comprendeva la pianura padana, quasi tutta l’Umbria e parte della Toscana; l’Esarcato, che controllava gli antichi municipi romani al di qua e al di là dell’adriatico settentrionale, teoricamente dipendenti da Bisanzio ma in pratica ormai autonomi e già in decadenza e il territorio del Papato, a cui restava il controllo del Lazio e delle zone meridionali dell’Umbria e della Toscana.
Il Piceno, tra l’Adriatico e i Sibillini, era praticamente desertificato.  Durante il secolo VII, quando i Longobardi non si erano ancora convertiti al cristianesimo, era pericoloso portarsi da Ravenna a Roma e viceversa percorrendo l’antica Flaminia e perciò attraversando l’Umbria.  La Flaminia da Ravenna era percorsa fino a Scheggia, dopodiché si deviava nella valle del Sentino e ci si andava a ricollegare alla Salaria gallica in territorio Piceno.  Percorsa per tutta la sua lunghezza, si attraversava il Tronto a Roccafluvione e, sulla Salaria consolare, era facile raggiungere Roma.  Si era creato perciò, per evitare il passaggio attraverso l’Umbria, una specie di corridoio che permetteva i collegamenti tra Ravenna e Roma senza attraversare territori controllati dai longobardi di Spoleto.  Naturalmente l’inimicizia tra romano-bizantini e longobardi si attenuò notevolmente quando i longobardi, ad opera della loro regina Teodolinda, passarono al cristianesimo.
Questo fa anche capire che l’accoglimento dei profughi franchi provenienti dall’Aquitania  aveva anche risvolti politici.  Si voleva ripopolare il Piceno e la Sabina, che erano rimasti territori di nessuno perché ai limiti di tutte e tre le grandi realtà politiche presenti nell’Italia centrale: la longobarda Spoleto, la bizantina Ravenna e Roma pontificia.  Si noti che i Franchi furono dislocati dall’abate di Farfa a piccoli gruppi nella Sabina lungo la Salaria consolare e nel Piceno lungo la Salaria gallica, da cui fu facile ai Franchi discendere lungo le valli del Potenza, del Chienti, del Tenna, dell’Ete e dell’Aso, per cui si ebbe un rapido ripopolamento di queste terre tanto che il territorio tra i Sibillini e l’Adriatico non fu  più chiamato Piceno, bensì “Francia”, perché ormai integralmente popolato da signori Franchi.
Un’ultima espansione franca si ebbe oltre Cancelli di Fabriano, cioè nell’Umbria della longobarda Spoleto, che continuò nei documenti ad essere chiamata Ducato longobardo: in realtà vi si infittirono nuovi insediamenti franchi i quali, spingendosi oltre Spoleto e oltre Acquasparta, raggiungevano l’Umbria meridionale nella zona di Terni, Orte e Amelia.
E’ molto importante notare come il dialetto maceratese, a quei tempi una vera e propria lingua volgare, copriva e copre ancora oggi la totalità dei territori appena nominati: il Piceno naturalmente, la Sabina attraversata dalla Salaria e l’Umbria spoletina, fino a essere presente in tutta l’Umbria meridionale.  Chi è esperto di dialetto maceratese sa che linguisticamente si sente quasi a casa sua non solo in tutto l’attuale Piceno ma anche in Sabina, fino all’abazia di Farfa, alle porte di Roma, ed anche in Umbria, nonostante che le Marche siano da essa separate dall’alta barriera dei monti Sibillini.  Teoricamente anche il toscano, sul territorio attraversato dalla Francigena, può essere considerato come una derivazione linguistica del popolo latino che conviveva in “Francia” coi franchi venuti d’oltralpe. Oltre questi confini ci sono solo una moltitudine di dialetti nell’Italia padana e già il maceratese non si sente a casa sua nell’anconetano, territorio pur vicinissimo. Questo si spiega perché Carlo Magno, per trentatre anni, partendo a maggio da Campomaggio, raggiungeva la Sassonia e in autunno rientrava in “Francia” deportando ogni volta nuclei di tribù sassoni, uomini, donne e bambini, che, crescendo, costituirono, al di là del Musone, la proverbiale serpe allevata in seno, tanto che furono poi i locali imperatori sassoni di Aquisgrana, Ottone primo, Ottone secondo e Ottone terzo, a impadronirsi dell’Impero, e a privare i Franchi di ogni locale potere, provocando forse il rientro in massa di molti feudatari franchi in Gallia, loro patria d’origine, che verso il mille assorbì, detenendo ancora oggi, il nome di Francia.
Come si vede, per i Franchi fu estremamente importante riattivare strade romane che permettessero i collegamenti fra i vari nuclei franchi d’Italia e d’oltralpe. Per questo nacque già con Carlo Martello, capostipite dei Carolingi, un’altra importantissima strada che, ripercorrendo anch’essa i tracciati di strade consolari, partendo dall’Urbs, o Roma - oggi Urbisaglia - attraverso Cancelli, Spoleto e Acquasparta, raggiungeva Orte nella valle del Tevere e proseguiva verso nord valicando i passi della Cisa e del Gran San Bernardo per raggiungere la Gallia e la Renania germanica.  Questa importantissima arteria stradale prese il nome di Francigena perché, fino all’epoca di Pipino, padre di Carlo Magno, attraverso di essa veniva stabilito il collegamento tra i Franche d’oltralpe e quelli d’Italia.  All’epoca di Carlo Magno prese poi importanza anche un’altra strada, la Romea, che partendo sempre dall’Urbs, o Roma picena, raggiungeva la Sassonia oltrepassando il Brennero.

BREVE APPENDICE STORICA SULLA VAL DI CHIENTI NELL’ALTO MEDIOEVO - Parte prima


                                                        BREVE APPENDICE STORICA
                                    SULLA VAL DI CHIENTI NELL’ALTO MEDIOEVO
                                                   (con articoli apparsi sulla stampa locale)



Riproduciamo quattro articoli apparsi sul periodico “Montolmo e Dintorni”, edito a Corridonia, redatti dal Prof. Giovanni Carnevale con la collaborazione dell’Arch. Riccardo Garbuglia.


                         L’INCREDIBILE ASCESA DELLA DINASTIA CAROLINGIA
(L’articolo è stato ripreso dal periodico “Montolmo e Dintorni” di Corridonia: N°9 dicembre 2012)

Carlo Martello, il nonno di Carlo Magno, non era un re, ma, stabilitosi in Italia dal 716, messosi a capo dei locali Franchi, profughi dall’Aquitania, per tutto il resto della vita fece la spola tra l’Italia e la Gallia per impedire che gli arabi se ne impadronissero. Moriva nel 742. In quello stesso anno al figlio Pipino il Breve, che succedeva al padre a capo dell’esercito franco, nasceva il figlio Carlo a cui la storia avrebbe aggiunto il soprannome glorioso di Magno. Se Carlo Martello era sostanzialmente un Franco nato e cresciuto al di là delle Alpi, suo figlio Pipino era cresciuto in Italia, in Val di Chienti. Dopo le lunghe ricerche storiche in proposito, si è potuto anche stabilire che sia Carlo Martello che suo figlio Pipino furono sepolti dove oggi c’è la collegiata di San Ginesio e dove, più di 1.200 anni fà, era sorta l’Abbazia di Saint Denis, retta, per volere di Carlo Martello, da monaci Parisi, ossia della stessa etnia della popolazione che aveva dato il nome a Parigi (Augusta Parisiorum al tempo dei Romani). Per sé Carlo Martello aveva scelto come sede la sommità di quella roccia che oggi conserva resti di un antico castello nel punto più alto di Sant’Angelo in Pontano. Pontano è nome carolingio che in latino era detto Pons Ugonis e in volgare Ponticone, divenuto Pontone nel medioevo (lo stesso stemma del Comune raffigura un ponte). Indicava un territorio che aveva il suo centro nella odierna località di Macchie.
Fra l’abbazia e la sede dei Carolingi si estende oggi Pian di Pieca, ove scorre il Fiastra. La strada che ancora oggi fiancheggia il fiume era chiamata Salaria Gallica, perché sotto il monte Vettore andava a congiungersi con la Salaria consolare che scendeva a Roma, mentre a Fano raggiungeva il territorio abitato dai Galli Senoni.  Sia Pipino, sia suo figlio Carlo Magno, erano cresciuti qui, in un paesaggio che non è molto cambiato nell’aspetto che aveva allora, ma ha naturalmente subito tutte le variazioni storiche in linguaggio, centri abitati, usi e costumi per i milleduecento anni che sono seguiti fino ad oggi.  Sia il padre Pipino sia il figlio Carlo Magno conoscevano naturalmente la paterna lingua franca, ma capivano e un po’ parlavano il greco, parlato già a Osimo, che era una città della Decapoli bizantina;  capivano e parlavano anche il latino, che ormai si andava evolvendo verso un dialetto di tipo italiano, e anche la lingua dei Longobardi, che abitavano il Ducato di Spoleto e, in piccoli gruppi, vivevano anche al di qua dei Sibillini. Si può immaginare che sia Pipino che suo figlio Carlo ebbero un’educazione molto diversa da quella di Carlo Martello. Erano in ottimi rapporti col Papa di Roma, che era ancora, politicamente, un dipendente dell’imperatore di Costantinopoli, ma in pratica era autonomo anche nella gestione politica, per il fatto che era a capo della cristianità.
Papa Stefano II, entrato in contrasto coi Longobardi, nel 753 raggiunse Pipino a Ponticone e convinse i Franchi dell’opportunità che Pipino, già di fatto re dopo la deposizione del merovingio Childerico, fosse consacrato re dei Franchi dalle mani stesse del Papa. Si ebbero così in Italia due re in contrasto, quello dei Longobardi che risiedeva a Pavia e quello dei Franchi che risiedeva nell’odierna Sant’Angelo in Pontano. Berta, consorte di Pipino e madre di Carlo Magno, fu anch’essa consacrata regina, come fu consacrato re, insieme ai genitori, il piccolo Carlo, appena undicenne. La guerra fra i due popoli fu inevitabile e si protrasse fra Pipino e i re longobardi (Liutprando, Rachis e Astolfo) fino agli anni ’70 e poi fra Carlo Magno e Desiderio, ultimo re dei Longobardi. Pipino morì nel 768; fu sepolto in Saint Denis, oggi San Ginesio. Le esplorazioni col georadar hanno rivelato che la sua tomba esiste ancora intatta, insieme a quella di sua moglie Berta, nel sottosuolo del primitivo ingresso, oggi chiuso, dell’antica chiesa carolingia.
Quando nel 768, morto il padre, Carlo Magno salì al trono, non aveva alcuna esperienza di come si esercita il potere regale. Due anni dopo accettò passivamente che sua madre Berta gli facesse sposare una longobarda, Ermengarda, figlia del re Desiderio.  Si accorse ben presto dell’errore politico che aveva fatto: i Franchi, che avevano già sopportato malvolentieri come regina la bizantina Berta, si ribellarono all’idea che la loro nuova regina fosse una longobarda; così Carlo Magno, un anno dopo, non trovò di meglio che ripudiarla. Seguì la guerra con Desiderio, che fu privato del trono, e Carlo Magno si proclamò “Re dei Franchi, dei Longobardi e Patrizio dei Romani”.
Cessate le guerre coi Longobardi, Carlo Magno si dedicò a dare a tutta la Val di Chienti un assetto di territorio regale. Nel luogo dove oggi sorge Corridonia Pipino aveva già costruito una splendida chiesa dedicata a San Pietro, della quale i documenti ci dicono che aveva porte d’argento. Carlo Magno continuò quest’opera di trasferimento della sede regale da Ponticone  alla bassa valle del Chienti, ove, in una zona chiamata Palatium Aquis Grani, fece costruire la splendida cappella palatina, di cui resta l’attuale chiesa di San Claudio, oggi profondamente alterata nel suo interno.   Le ricchezze accumulate dai Carolingi come bottino delle varie guerre e l’aver favorito il formarsi di una nuova unità politica in occidente, indussero il Papa di Roma, che ormai era un Franco, Leone III, nella notte di Natale dell’800, a consacrare Carlo imperatore del rinato Romano Impero. Nel corso di sole tre generazioni i carolingi avevano visto un’incredibile ascesa della loro famiglia: Pipino il Breve, figlio del maiordomus Carlo Martello, era divenuto re e suo figlio Carlo Magno era divenuto imperatore, dando così una unità politica alle parti che ancora oggi sono le più significative dell’Europa continentale: l’Italia, la Francia e la Germania. Carlo Magno morì nel gennaio dell’814: tra un anno ricorreranno milleduecento anni dalla sua morte.

lunedì 19 gennaio 2015

Per ricordare i 1300 anni dalla nascita della "Prima sedes Franciae" nel 715, pubblichiamo stralci di un libro del prof. Carnevale

La Val di Chienti
nell'Alto Medioevo carolingio

fu la "Francia" delle origini
e la culla dell'Europa.


Pubblicato nel 2003

Esule ad aquas Grani, Carlo Martello si appropriò delle terre della  diocesi di Pausulae e le distribuì in feudo ai Franchi  profughi dall'Aquitania.

Fu l'arrivo dell'esule Carlo Martello ad aquas salvias o ad aquas Grani a causare la definitiva eclissi della diocesi di Pausulae e di altre contigue diocesi picene. Inconsciamente Plectrude era incorsa in un grave errore politico inviando Carlo Martello in esilio  nel Piceno. Truppe islamiche erano da poco penetrate dalla Spagna nel sud della Gallia, e quando Carlo Martello giunse nel 714 ad aquas Grani, vi stavano già affluendo in massa Franchi in fuga dall'Aquitania, nella speranza che i franchi della Pentapoli, il conterraneo abate di Farfa e il farfense Marciano, divenuto vescovo di Fermo, potessero alleggerire ai profughi le sofferenze dell'esilio.
Carlo Martello si fece carico del disagio e del rancore dei profughi aquitani e stabilì rapporti di amicizia con Liutprando, re dei Longobardi dal 712. Per aiutare i profughi espropriò la Chiesa picena di terre da lei possedute, con un procedimento già largamente attuato dai suoi avi alla corte dei Merovingi, e le distribuì come feudi (NOTA 1) ai nuovi venuti. A soffrire di queste espropriazioni fu in particolare la diocesi di Pausulae che, già rarefatta in popolazione per gli eventi del passato, cessò di esistere. Assunto il controllo militare del territorio col favore di Liutprando e col supporto armato dei profughi, dopo un solo anno di esilio Carlo Martello rientrò in Gallia alla testa dei suoi fideles, per muovere guerra a Plectrude e riappropriarsi del potere che già era stato del padre Pipino di Héristal. I mariti in guerra lasciarono in Val di Chienti le proprie famiglie. Liutprando prese sotto la sua protezione come figlio adottivo Pipino il Breve, secondogenito di Carlo Martello e di Rotrude sua consorte, nato nel 715, e dunque ad aquas Grani. Il padre, in guerra in Gallia contro Plectrude, fu così liberato da ogni preoccupazione familiare e nel 717 costrinse Plectrude a consegnargli il tesoro reale.
L'entente cordiale di Liutprando con Carlo Martello rientrava nei suoi piani di strategia politica. Il duca di Spoleto era restio ad accettare la supremazia di Pavia e ricercava l'alleanza col ducato bizantino di Roma, ove era papa Gregorio II (715-731). I Franchi nuovi arrivati indebolivano il potere dei bizantini e costituivano una spina nel fianco per il duca di Spoleto.
Negli anni 737-738 Liutprando  portò il suo esercito in Provenza per schierarsi a fianco dei Franchi contro i Saraceni, che già Carlo Martello aveva fermato a Poitiers nel 732. La gestione unitaria dei due eserciti contro i Saraceni, si rivelò difficile. In Gallia Carlo Martello si riteneva indipendente dall'autorità di Liutprando. Il re longobardo a sua volta si allarmò nel constatare che in Gallia Carlo Martello e i suoi fideles costituivano ormai un esercito nazionale, unitario, disciplinato, di pronto impiego e di eccezionale potenza. Una così formidabile macchina di guerra avrebbe potuto prendere ordini, nel futuro, da Aquisgrana, annidatasi nel cuore stesso dell'Italia longobarda, i cui re erano alla mercé dei duchi, dislocati in periferia.
NOTA
1.  La prova che già Carlo Martello concesse in Aquisgrana villae in feudo ai propri fideles è data dal seguente passo di  Thegan in cui si dice che ad Aquisgrana l'imperatore Ludovico il Pio cedette in  possesso ereditario ai suoi  fideles feudi  pervenutigli in eredità dal bisnonno Carlo Martello, dal nonno Pipino e dal padre Carlo Magno: Inde revertens domnus imperator (Ludovico il Pio), venit Aquisgrani palatium ad sedem suam. In tantum largus, ut antea nec in antiquis libris nec modernis temporibus auditum est, ut villas regias, quae erant patris sui (Carlo Magno) et avi (Pipino) et tritavi (Carlo Martello), fidelibus suis tradidit eas in possessionem sempiternam. Thegan, Vita Hludovici imperatoris, ed G.H. Pertz, in: MGH, SS. II. Hannover 1829; rist. Stuttgart 1976,  cap.19, pag. 594.

La Val di Chienti divenne "prima sedes Franciae"
Con la riorganizzazione del territorio attuata dai Franchi, la Val di Chienti si andò ripopolando e divenne Francia, terra dei Franchi, per l'afflusso e il proliferare dei profughi franchi, per il suo articolarsi in feudi franchi attuato da Carlo Martello, per l'impiantarsi di abbazie franche fondate nel Piceno dall'abate di Farfa. L'ampia piana della Val di Chienti si apriva sul mare amena, solatia, irrigua, fertile, con clima mite sia in inverno che in estate. Risalendo dalle spiagge dell'Adriatico alle alte vette dell'Appennino, il paesaggio si arricchiva del profilo scenografico di dolci colline. Tutto ciò contribuì a radicare nelle famiglie di Carlo e dei profughi un profondo rapporto affettivo col territorio, che giustifica l'appellativo di douce France -dolce Francia- della Chanson de Roland.
Nell‘Alto Medioevo, l‘attuale Francia era ancora Gallia, ma sui documenti ci si imbatte spesso anche nel termine „Francia“. L‘equivoco di Aachen ha fatto interpretare tale termine come sinonimo di Gallia, ma poiché una tale interpretazione è a volte improponibile, si è in genere sostenuto che gli scrittori dell’epoca adoperassero il termine in modo non univoco (NOTA 2) . Questo può anche valere dal trattato di Verdun (843) in poi, quando l‘Impero creato da Carlo Magno fu scisso in tre regni franchi dai figli di Ludovico il Pio: ad est la Germania, ad ovest la Gallia e intermedia fra le due la Lotaringia, che partendo da Roma e Aquisgrana, conglobava l‘Italia longobarda, e si incuneava al di là delle Alpi tra gli altri due regni (NOTA 3) .
Agnello, nato in Ravenna verso l‘805, scrive che nel 801 (NOTA 4)  Carlo Magno fece trasportare da Ravenna ad Aquisgrana, in Francia, la statua equestre in bronzo di Teodorico. Dal contesto risulta implicitamente che sia Aquisgrana che la Francia erano lungo l‘Adriatico. Riferisce infatti la seguente curiosità: nella pancia del cavallo nidificavano uccelli che uscivano dalle narici bucate e dalla bocca, qui non credit, sumat Franciae iter, eum aspiciat! Chi non ci crede, imbocchi la strada di Francia e vada a vederlo!(NOTA 5) . La Francia era contigua alla Pentapoli bizantina e per raggiungerla da Ravenna bastava imboccare a Rimini la via Flaminia. È anche inverosimile che il cavallo fosse stato trasportato ad Aachen. Vi erano le Alpi di mezzo, la Germania era  ancora priva di vere strade, e le difficoltà per il trasporto sarebbero state gigantesche. Non altrettanto, con un trasporto via mare da Ravenna ad Aquisgrana, in Francia.
Sappiamo da Notker che Carlo Magno, nel ricevere a corte un’ambasceria bizantina, si lasciò sfuggire che se non ci fosse stato  “quello stagno” a separarlo da Bisanzio, avrebbe potuto mettere le mani sulle ricchezze dell’Oriente: O ! utinam non esset ille gurgitulus inter nos; forsitan divitias orientales aut partiremur, aut pariter participando communiter haberemus (NOTA 6). La frase avrebbe senso solo se pronunciata da Aquisgrana col braccio teso a indicare l’Adriatico.
Notker riferisce anche che Carlo Magno rifornì di frumento, vino e olio ambasciatori venuti dalla Libia a chiedere soccorsi alimentari, per fronteggiare l‘endemica carestia di cui il paese soffriva, e continuò per il resto della vita a inviare loro questi prodotti alimentari, ricevendone in cambio tributi (NOTA7) . A me pare assurdo che si mandino navi dalla Libia a caricare olio, vino e frumento in un porto sul mare del nord, e il regolare invio in Libia di prodotti agricoli mediterranei è concepibile solo se attuato all‘interno del Mediterraneo.
Nitardo, nato sul finire del sec.VIII, morto nel 844, l'anno dopo il trattato di Verdun (843), scrive che Aquisgrana era stata sedes prima Franciae (NOTA 8) , e Notker, riconoscendo che si era ormai generalizzato un uso non  più univoco del termine "Francia", precisa, nella sua biografia di Carlo Magno, che col termine Francia egli fa riferimento ai soli Franchi d‘Italia, Franciam vero interdum cum nominavero, omnes cisalpinas provincias significo (NOTA 9)  e chiarisce le ragioni di questa sua scelta: ai tempi di Carlo Magno, Galli et Aquitani, Aedui et Hispani, Alamanni et Baioarii si sentivano gratificati se solo potevano fregiarsi del titolo di servi dei Franchi! È lo sfogo amaro di chi aveva conosciuto gli splendori di Aquisgrana nella Francia delle origini e non riusciva a „digerire“ le conseguenze del trattato di Verdun.
Ancora dopo il Mille la tradizione popolare italiana continuava a chiamare Francia il Piceno: la madre di San Francesco (1181-1226) veniva dalla Francia, Bernardone andava spesso da Assisi in Francia per vendervi stoffe, per ragioni di commercio vi  inviava spesso il figlio Francesco(NOTA 10)  il quale  era in grado di esprimersi in "francese" senza avere mai attraversato le Alpi. Particolarmente significativo a questo proposito è il contenuto di un episodio dei Fioretti, il XIII, in cui si narra che San Francesco si recò con Frate Masseo a Roma, in  Francia, e andò a pregare nella chiesa di San Pietro. Ne cito i brani più significativi:   Francesco con  frate Masseo per compagno, prese il cammino verso la provincia di Francia. E pervenendo un dì a una villa assai affamati, andarono, secondo la Regola, mendicando del pane per l' amor di Dio…Fatta orazione e presa la refezione corporale di questi pezzi di pane e di quella acqua, si levarono per camminare in Francia…Giunsono a Roma ed entrarono nella chiesa di santo Pietro, e santo Francesco si puose in orazione. Il Fioretto si conclude raccontando che san Francesco in Francia, in San Pietro (NOTA 11) , fu assicurato dagli apostoli Pietro e Paolo che Dio concedeva a lui e ai suoi seguaci il tesoro della santissima povertà. Dopo di che pieni di letizia determinarono di tornare nella valle di Spulito, lasciando l'andare in Francia" (NOTA 12) . È evidente che si tratta della Francia e della Roma (NOTA 13) picene, testimoni, con i loro recenti, eloquenti ruderi, che tutto è vanitas vanitatum. Dall'implicito confronto tra la povertà evangelica e 'Roma' in Francia, già Urbs aurea in comitatu Camerino(NOTA 14) , ora in   rovina, derivava che tesoro indistruttibile era la povertà francescana (NOTA 15).
NOTE
2- Va anche messo in conto che dopo il sec. XII gli amanuensi, nel copiare antichi codici, li alterarono in buona fede con interpolazioni e correzioni, pensando che ciò che riguardava  Aquisgrana fosse da ambientare al di là delle Alpi. (Vedine un probabile esempio al cap. VIII).
3- Si chiamò Lotaringia perché riservata a Lotario, primogenito di Ludovico il Pio e imperatore. Con Carlo Magno e fino ai primi trent'anni di regno di Ludovico il Pio, la gestione dell‘impero carolingio era stata unitaria e suo unico centro amministrativo e politico era stato il Palatium ad aquas Grani. Il territorio era anche idoneo e attrezzato a farvi svernare truppe franche. In Francia, ad ogni primavera l'esercito si concentrava nel Campo Maggio, prima di recarsi in Sassonia per affrontarvi  le usuali campagne estive, o per altre spedizioni di guerra. Ancor oggi,  nella bassa Val di Chienti, una vasta pianura è chiamata 'Campo Maggio'.
4- A Natale del 800 Carlo Magno era stato incoronato imperatore a Roma. Nel 801, a febbraio, rilasciò in Aquisgrana un documento alll’abate di Farfa. Avrebbe quindi varcato le Alpi nel cuore dell'inverno e, sempre in inverno, le avrebbe rivarcate a marce forzate, perché negli Annales Regni Francorum a Pasqua  è documentata la sua presenza a Roma, nell’aprile a Spoleto e subito dopo a Ravenna e Pavia.. Evidentemente non era  uscito dall’Italia. Vedi:  Giorgi e .Balzani , Il Regesto di Farfa compilato da Gregorio di Catino. Vol. II, nota 1, pag. 225.5-
5- Agnelli Liber pontificalis ecclesiae Ravennatis, MGH, Scriptores rerum langobardicarum et italicarum (saec. VI-IX), ed.Societas aperiendis fontibus rerum germanicarum Medii Aevi, Hannover 1878, rist.1964, cap.94, p. 338.        
6-   Notker Balbulus, Gesta Karoli Magni Imperatoris, I, 26, p. 743.
7-  Liberalissimus Karolus Libicos iugi penuria confectos, Europae divitiis, frumento videlicet, vino et oleo, non solum tunc, sed et omni tempore vitae suae remunerans, et larga manu sustentans, subiectos sibi atque fideles in perpetuum retentavit, et ab eis non vilia tributa suscepit. Notker Balbulus II, 9,  p.752.
8-  Nithardi historiarum libri IV, MGH, SS. IV,1. Ed. Philippe Lauer, p. 668.          
9-  Notker, Gesta Karoli Magni Imperatoris, ed. Hans Haefele, Berlin 1959. Rist. 1962  MGH SS. I, 10,  p.735.
10-   Fonti Francescane. Editrici Francescane,  Padova-Assisi 1980, p.1956.
11-   A Corridonia (già Mons Ulmi, Montolmo) c'è una chiesa dedicata a S.Pietro, di antichissime origini, ma demolita e ricostruita nel 1750. Una tradizione assicura che vi pregò san Francesco e vi si conservano  due mattoni su cui si sarebbe inginocchiato il santo. È probabilmente quella che Pipino, verso il 750, aveva fatto costruire da monaci di Stablo, dedicata a San Pietro. In essa, nel 754 papa Stefano II lo aveva unto di sua mano re dei Franchi, insieme alla consorte Berta e ai figli.  
12-   Fonti Francescane. Editrici Francescane,  Padova-Assisi 1980, cap. XIII dei Fioretti, a pag. 892.
13-   Per la nuova Roma carolingia vedi Vedi in Archeopiceno, 31/32, numero doppio, anno VIII, l'articolo alle pp. 7-9:  G.Carnevale, Carlo Magno fece sorgere in Val di Chienti una "nuova Roma". Ed. Fotochrom, Fermo, Luglio-settembre 2000.
14-   D.Pacini, I Ministeria nel territorio di Fermo, Centro di studi storici maceratesi, Macerata 1976, pag. 134.
15-   Fu un marchigiano di Montegiorgio, Ugolino, a stendere in latino la prima redazione dei Fioretti, col titolo di Actus beati Francisci et sociorum eius, in Fontes Franciscani, a cura di E.Menestò et alii, ed. Porziuncola, Assisi, 1995.  Anche Dante ricavò dalle rovine di 'Roma' un messaggio, non di natura religioso: perché meravigliarsi se nel recente passato grandi famiglie fiorentine si erano dissolte nel nulla? Se tu riguardi Luni ed Urbisaglia come son ite…non ti parrà cosa nova né forte, poscia che le cittadi fine hanno. (Par. XVI). Come se dicesse:" Nella Lunigiana e nel Piceno si sono addirittura dissolte nel nulla due intere città". Dante non allude a Urbs Salvia romana. L‘abbinamento di Urbisaglia è fatto con Luni, una città che aveva avuto recentemente un identico tragico destino di ascesa e di morte, lo stesso che  „di retro ad esse“ si stava  abbattendo su Chiusi e Senigallia. La chiama „Urbisaglia“ perché il termine 'Roma' era ormai geograficamente equivoco, politicamente compromettente. Il guelfismo aveva ormai sostituito l‘antico nome 'Roma' con Urbs Salvia, né Dante aveva obiezioni da fare. Non era mai stato un „ghibellin fuggiasco“, come lo definì il Foscolo nei Sepolcri, ma un guelfo bianco di Firenze, quindi alieno dal favorire rivendicazioni territoriali dell‘Impero in Italia.