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giovedì 5 ottobre 2023

Dal libro "La barba Fiorita" del Prof. Enzo Mancini: Il terremoto

Il terremoto

Il terremoto conferma che Aquisgrana era qui. Lo scrissi nel
1997 sulla pagina locale del "Resto del Carlino", in occasione di
una bella scossa, e oggi lo ripeto con la stessa convinzione.

Lo so che Aachen si trova sul graben del Reno e che anche
lì ci sono terremoti, ma con connotati e cadenze diverse. 

Lo ripeto soprattutto per qualche contrario alla tesi di Giovanni Carnevale, che è liberissimo di avere le proprie opinioni, ma se fosse intelligente come crede di essere si asterrebbe dagli insulti.

Ad Aachen i terremoti avvertiti dalla gente normale sono molti di meno, ma soprattutto non presentano innumerevoli repliche come da noi.

Eginardo nella “Vita Karoli” descrive chiaramente una serie di eventi sismici come quelli avvertiti dalla Provincia di Macerata: “ Accessit ad hoc creber aquensis palatii tremor et in domibus, ubi conversabatur, assiduus laqueariorum crepitus”. Si aggiunge a questo un frequente tremare del palazzo nelle case, dove ci si trova, un continuo scricchiolare dei soffitti.

Certo non è una prova, ma è un solido indizio, checché ne pensi qualche pseudo esperto leone da tastiera.

giovedì 9 dicembre 2021

A proposito della traslazione dei Re Magi

 La tradizione afferma che i corpi dei Re Magi sono stati traslati, su ordine del Barbarossa, dalla chiesa di Sant'Eustorgio di Milano a Colonia. 

Lungo il percorso effettuato per il trasferimento dei Re Magi, ancora oggi, a ricordo di questo eccezionale avvenimento, si usa ancora scrivere, con un gessetto, sull'architrave delle porte degli edifici la data in cui si festeggia la ricorrenza.

Alla festa dell'Epifania del 6 gennaio del prossimo anno ad esempio si scriverà:

                                                            20 * C + M + B * 22

dove i numeri indicano l'anno in corso e le lettere C M B indicano l'abbreviazione di Castore, Melchiorre, Baldassarre.

La cosa che crea molto sospetto è quella di trovare tracce di questa tradizione anche ad Aachen, come si può vedere dalla FOTO DELL'ARCHITRAVE DELLA CAPPELLA PALATINA.

Aachen non si trova assolutamente lungo il tracciato della traslazione dei magi!


Che le lettere C M B siano le iniziali di: Carolus Magnus Beatus, a ricordo della traslazione del corpo di Carlo Magno, voluta dal Barbarossa e realizzata nello stesso anno in cui viene effettuato il trasferimento dei Re Magi?

A voi la interpretazione.

NOTA

Nell'architrave c'è la data del 2010, anno in cui ho realizzato la foto.

domenica 20 dicembre 2020

ANGILBERTO, ad Aachen, pensate che abbia potuto assistere a questa meraviglia?

 

ANGILBERTO in “ CARMINA DUBIA” descrivendo Aquisgrana afferma:

"Exoritur radiis cum primum Phoebus honestis, Et iubar ignicomo perlustrat lumine montes, Praecipites scopulos et summa cacumina tangens Silvarum,…..”

"Non appena sorge il sole coi suoi luminosi raggi e il suo splendore illumina con fiamme di fuoco i monti, le rocce scoscese, e lambisce la sommità dei boschi…..”

 

Angilberto descrive esattamente quello che è possibile ammirare ogni mattina, nelle belle giornate, ad Aquisgrana di Carlo Magno nelle Marche (distinta da Aachen, voluta dal Barbarossa), cioè la magnifica vista dei monti Sibillini (confusi con le Ardenne) e sullo sfondo, sulla sinistra, il Gran Sasso dell’Abruzzo. Ad Aachen si può solo ammirare qualche bassa ed insignificante collinetta.

mercoledì 12 agosto 2020

La "Verità" per gli storici spesso è legata al: "tengo famiglia". Così sembra dirci il Prof. Enzo Mancini

 

                                     Dilexit  veritatem

 

   Grazie al Covid- 19 ho ascoltato qualche giorno fa un video di Alessandro Barbero che celebrava Marc Bloch. Barbero è un affabulatore  che riuscirebbe ad incantare i cobra con la sua parlantina spigliata. 

   Non mi è dispiaciuto. Ma il soggetto era interessante di proprio. Marc Bloch nacque a Lione, da una famiglia ebrea che veniva dall’Alsazia: da qui il cognome che suona più tedesco che francese. Anche il padre era un buon professore di storia, per cui si può considerare un figlio d’arte. Partecipò a due guerre mondiali, lasciando il segno in entrambe. Nella prima si guadagnò sul campo i gradi di capitano, cosa riuscita a pochi. Nella seconda non si imboscò nonostante avesse sei figli e cinquantatre anni. Ritornato a Lione dopo la sconfitta dei Francesi, organizzò la resistenza nella cosiddetta Repubblica di Vichy.  Fu preso dalla Gestapo l’otto marzo 1944, quando le sorti della guerra erano già segnate. Fu fucilato dai nazisti il 16 giugno , dopo più di tre mesi di prigione e torture, poco lontano da Lione.  In località “La Rouseille” vicino a Saint  Didier  de Formans,  c’è anche il suo nome nel monumento commemorativo.  Ne erano 29 a subire l’esecuzione ma due sopravvissero fingendosi morti, come a Montalto delle Marche: avevano fretta i Tedeschi in ritirata e non si fermavano a verificare il decesso effettivo.

 

   I medievisti attuali si sentono un po’ tutti figli di Marc Bloch, come fa intendere Barbero, soprattutto per il suo approccio multidisciplinare allo studio della Storia. Nel testamento lasciò scritto che voleva come epitaffio sulla sua tomba due semplici parole: DILEXIT VERITATEM. Nello stesso dice anche: “ Considero la compiacenza verso la menzogna, qualunque sia il pretesto di cui possa ammantarsi, la peggiore lebbra dell’anima”. Onore a Marc Bloch, ma… c’è sempre un ma.

 

   Nel periodo fra la prima e la seconda guerra mondiale ci fu nell’ambiente accademico europeo una querelle sul “Capitulare de Villis”, provocata da Alfons Dopsch. Questo studioso, nato prima di Bloch e morto dopo, ha dimostrato molto prima di Giovanni Carnevale che Aachen non può essere l’Aquisgrana di Carlo Magno. I tedeschi cercarono di zittirlo offrendogli una cattedra prestigiosa a Berlino, ma lui rifiutò.  Era austriaco, nato a Lovosice, Lobositz in tedesco, sotto l’impero austro- ungarico, quando non esisteva ancora la Repubblica Ceca. Il suo saggio su “Le basi economiche e sociali della civiltà europea”, pubblicato nel 1918/20, fece scuola sia a Marc Bloch che ad Henry Pirenne; ( “Mahomet et Charlemagne” di quest’ultimo fu pubblicato postumo nel 1937, due anni dopo la sua morte).

 

   Vengo al succo di quello che volevo dire. Marc Bloch nella sua “revue historique” sminuì quanto detto da Dopsch.  Disse che non cambiava  sostanzialmente la storia del Medioevo se Aquisgrana invece che ad Aachen stava un poco più a sud, ma certamente sempre in Francia, nel”nido dei Franchi”. In parole povere Bloch contraddice platealmente se stesso, anche lui affetto da nazionalismo francese. Nella sua testa mai e poi mai avrebbe potuto pensare ad una Aquisgrana in Italia.

 

   Chi tesse le lodi di Marc Bloch secondo giustizia dovrebbe farlo anche per Alfons Dopsch, perché anche lui “dilexit veritatem” e senza contraddirsi. Invece viene platealmente ignorato. Per quale peccato? Aver scritto che nell’VIII secolo Aachen non poteva essere Aquisgrana, quasi un secolo fa. Ma in Germania sia prima che dopo Hitler hanno fatto finta di niente. NON DILEXERUNT VERITATEM. Salvo rare eccezioni.

  

   Mancini Enzo

 

Macerata  28 luglio 2020

martedì 28 luglio 2020

Il prof. Enzo Mancini ci chiarisce come in Germania non è stato mai possibile neanche ipotizzare Aquisgrana fuori dalla Germania.

Dilexit  veritatem

   Grazie al Covid- 19 ho ascoltato qualche giorno fa un video di Alessandro Barbero che celebrava Marc Bloch. Barbero è un affabulatore  che riuscirebbe ad incantare i cobra con la sua parlantina spigliata. 
   Non mi è dispiaciuto. Ma il soggetto era interessante di proprio. Marc Bloch nacque a Lione, da una famiglia ebrea che veniva dall’Alsazia: da qui il cognome che suona più tedesco che francese. Anche il padre era un buon professore di storia, per cui si può considerare un figlio d’arte. Partecipò a due guerre mondiali, lasciando il segno in entrambe. Nella prima si guadagnò sul campo i gradi di capitano, cosa riuscita a pochi. Nella seconda non si imboscò nonostante avesse sei figli e cinquantatre anni. Ritornato a Lione dopo la sconfitta dei Francesi, organizzò la resistenza nella cosiddetta Repubblica di Vichy.  Fu preso dalla Gestapo l’otto marzo 1944, quando le sorti della guerra erano già segnate. Fu fucilato dai nazisti il 16 giugno , dopo più di tre mesi di prigione e torture, poco lontano da Lione.  In località “La Rouseille” vicino a Saint  Didier  de Formans,  c’è anche il suo nome nel monumento commemorativo.  Ne erano 29 a subire l’esecuzione ma due sopravvissero fingendosi morti, come a Montalto delle Marche: avevano fretta i Tedeschi in ritirata e non si fermavano a verificare il decesso effettivo.

   I medievisti attuali si sentono un po’ tutti figli di Marc Bloch, come fa intendere Barbero, soprattutto per il suo approccio multidisciplinare allo studio della Storia. Nel testamento lasciò scritto che voleva come epitaffio sulla sua tomba due semplici parole: DILEXIT VERITATEM. Nello stesso dice anche: “ Considero la compiacenza verso la menzogna, qualunque sia il pretesto di cui possa ammantarsi, la peggiore lebbra dell’anima”. Onore a Marc Bloch, ma… c’è sempre un ma.

   Nel periodo fra la prima e la seconda guerra mondiale ci fu nell’ambiente accademico europeo una querelle sul “Capitulare de Villis”, provocata da Alfons Dopsch. Questo studioso, nato prima di Bloch e morto dopo, ha dimostrato molto prima di Giovanni Carnevale che Aachen non può essere l’Aquisgrana di Carlo Magno. I tedeschi cercarono di zittirlo offrendogli una cattedra prestigiosa a Berlino, ma lui rifiutò.  Era austriaco, nato a Lovosice, Lobositz in tedesco, sotto l’impero austro- ungarico, quando non esisteva ancora la Repubblica Ceca. Il suo saggio su “Le basi economiche e sociali della civiltà europea”, pubblicato nel 1918/20, fece scuola sia a Marc Bloch che ad Henry Pirenne; ( “Mahomet et Charlemagne” di quest’ultimo fu pubblicato postumo nel 1937, due anni dopo la sua morte).

   Vengo al succo di quello che volevo dire. Marc Bloch nella sua “revue historique” sminuì quanto detto da Dopsch.  Disse che non cambiava  sostanzialmente la storia del Medioevo se Aquisgrana invece che ad Aachen stava un poco più a sud, ma certamente sempre in Francia, nel”nido dei Franchi”. In parole povere Bloch contraddice platealmente se stesso, anche lui affetto da nazionalismo francese. Nella sua testa mai e poi mai avrebbe potuto pensare ad una Aquisgrana in Italia.

   Chi tesse le lodi di Marc Bloch secondo giustizia dovrebbe farlo anche per Alfons Dopsch, perché anche lui “dilexit veritatem” e senza contraddirsi. Invece viene platealmente ignorato. Per quale peccato? Aver scritto che nell’VIII secolo Aachen non poteva essere Aquisgrana, quasi un secolo fa. Ma in Germania sia prima che dopo Hitler hanno fatto finta di niente. NON DILEXERUNT VERITATEM. Salvo rare eccezioni.
  
   Mancini Enzo

Macerata  28 luglio 2020



martedì 8 ottobre 2019

Riflessioni del prof. Enzo Mancini

Aspetta e spera. ( elucubrazioni  di un valdichientista).

Oggi invece di parlare del passato mi viene spontaneo di pensare al presente, di quanto il presente sia concatenato al passato. Molto, poco, per niente?  Sarà una questione di lana caprina o sarà alta Filosofia? Ci sono diverse scuole di pensiero. Sulla faccenda di  Aquisgrana  a san Claudio al Chienti, sollevata da Giovanni Carnevale, mi sembra che le reazioni più comuni siano le seguenti.

  1. Sorpresa e favorevole accoglienza di una teoria che illumina molti punti oscuri della nostra storia: è la mia posizione e quella di pochi altri.
  2. Nonchalance ossia ostentata indifferenza: sono cose vecchie, abbiamo già tanti problemi oggi; preoccupiamoci del futuro che è più importante del passato.
  3. Ilarità e derisione, in cui troviamo il gruppo più numeroso: che si è fumato questo prete? Sarà sbornio per aver detto troppe messe, dicono in qualche salotto bene della capitale.
  4. Fastidio e opposizione: gruppo sparuto ma coriaceo, quelli che hanno coniato il termine “Valdichientista” e lo proferiscono con palese tono spregevole; opposizione che non si spiega se non con una sudditanza psicologica o economica verso i paesi a nord delle Alpi.
Ora sarebbe troppo bello che gli Italiani reagissero come al punto 1; per questo vorrei ricordare che qui non si tratta di riprendersi solo la storia della nostra provincia ma di tutta  la nazione. E per amore della Verità anche Francesi e Tedeschi dovrebbero reagire come al punto 1.

Dice Gesù nel vangelo di Giovanni ( 8, 32 ): “ Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.  E Paolo di Tarso nella prima lettera a Timoteo ( 2, 4 ) : “ Dio vuole che tutti gli uomini arrivino alla conoscenza della verità”.

Allora anche in Francia e in Germania dovrebbero essere contenti di sapere la verità sulle origini della loro cultura, anche se la Storia ha percorso strade che non avrebbero mai immaginato.

Mi aspetto e spero quindi che un giorno anche le Università francesi e tedesche, con quelle italiane, collaboreranno a riscrivere la storia. Per ora continuano a sostenere che la cattedrale di Aachen è dell’VIII secolo e che nei suoi dintorni, a quei tempi, si potevano coltivare viti, cocomeri,  meloni e molte altre piante di clima  mediterraneo. C’è qualche professore in “Cermania” che si chiede com’è che da loro del periodo carolingio non si trova un mattone : è il signor Heribert Illig.  Questi, dopo aver dimostrato che la cappella palatina di Aachen non è anteriore al XII secolo, ha scritto: “ Das erfundene Mittelalter” , il Medioevo inventato. Ma lo hanno relegato al ruolo di inventore della teoria del Tempo Fantasma, citandolo come esempio di pseudo -  storico complottista  e  revisionista. Ma la spiegazione è più semplice di quella abbastanza macchinosa elaborata dal professor Illig: il Medioevo di Carlo Magno si è giocato in un altro stadio,  qui da noi, in Val di Chienti e zone limitrofe. Però so già che io non ricorderò quel giorno in cui anche oltre le Alpi lo ammetteranno.

Dopo quasi trent’anni la teoria di Giovanni Carnevale non è praticamente uscita dai confini di questa provincia. Eppure in TV c’è spazio per tante boiate pazzesche che conquistano la platea nazionale!

A questo punto mi pare giusto riportare quanto dice in una intervista Marc Abrahams, l’ideatore del premio IgNobel, a pag. 10 di “ Le Scienze” di settembre 2019.

“A scuola ci viene sempre insegnato che la storia è costellata da scoperte grandiose. In sostanza , un qualche genio, a un certo punto, scopre qualcosa, tutti riconoscono immediatamente il valore del suo lavoro, il mondo cambia in meglio e si festeggia allegramente. Invece sappiamo che le cose non vanno proprio così. Quando qualcuno propone qualcosa di insolito o scopre qualcosa di nuovo, in genere, viene sminuito e deriso. E’ una reazione comune e si manifesta anche nella comunità scientifica. Quando ci si interessa di qualcosa che è al di fuori dell’esperienza delle altre persone, queste, in genere, reagiscono ridicolizzando oppure offendendo quello che ancora non capiscono. Solo nel momento in cui si è abbastanza bravi da comunicare loro il valore di quello che si sta facendo, allora tutto cambia e quello che prima era considerato “sciocco” diventa “importante”. Ecco, questo è più o meno il meccanismo alla base dell’intera storia della scienza.”

Ora, se cercate il nome di un ragazzino che ha vinto una corsa ciclistica o un torneo di tennis lo trovate su Wikipedia.  Ma questa “ libera enciclopedia”  ignora completamente Giovanni Carnevale. Per Heribert Illig, che è un professore universitario, Wikipedia lo accumuna ai terrapiattisti. Ma l’hanno capito dalle parti di Parigi e di Berlino che i falsi miti di Carlo Magno, di Ottone III, di Federico Barbarossa hanno contribuito non poco alla nascita del Nazionalsocialismo di Hitler?

E allora non mi si dica che sono storie vecchie, che acqua passata non macina più. Non è così. Io sono del parere che la conoscenza di quello che è successo nel Medioevo ha conseguenze  sul nostro presente e sul nostro futuro.

E allora, se non volete dare il Nobel per la Letteratura, (che si merita ampiamente),  a don Carnevale, conferitegli almeno “  the  IgNobel  prize ”. Così finalmente acquisirà il diritto di essere citato su Wikipedia.

 

Macerata, 23 settembre 2019.              Mancini Enzo

 

P S : Che Aachen non è l’Aquisgrana carolingia lo aveva già dimostrato Alfons Dopsch prima della II guerra mondiale, ( se non ricordo male in una pubblicazione del 1930).  Alle “querelle sul Capitulare de villis” che ne seguì, nota solo in ambito universitario, partecipò anche il francese Marc Bloch. Mentre a Berlino Dopsch fu censurato, (non ci vuole molta fantasia a pensare che dietro ci fosse Heinrich Himmler),  a Parigi la sua scoperta fu minimizzata da Bloch, che eppure è considerato, in Francia e non solo, il padre della storiografia moderna, appoggiando in qualche modo i tedeschi.  Per ironia della sorte  Bloch morì fucilato dai nazisti.

Ma l’ipocrisia non paga.  Lo dimostra il Diesel Gate  Volkswagen con relativa Aachen Connection.  Qui forse mi capiscono meglio oltre le Alpi.

“ No more lies” (non più bugie) chiedevano i ragazzi tedeschi manifestando  subito dopo lo scandalo. Questo mi fa sperare che prima o poi il medioevo di san Claudio al Chienti verrà riconosciuto.

mercoledì 24 ottobre 2018

Da"L'imperiale abbazia di Farfa" di I. Schuster, pag.66

Da "L'imperiale abbazia di Farfa" di I. Schuster, pag.66

Il Cardinale Schuster, già Abbate di Farfa, riporta nel suo libro i seguenti interessanti avvenimenti tratti dai documenti dell’Abbazia:
l'abbate di Farfa Ingoardo  tra il 2 ed il 4 giugno 818 arriva ad Aquisgrana. Richiede a Ludovico il Pio un terreno, non lontano da Rieti, che dividendo i possedimenti dell'abbazia di Farfa crea un danno ed un incomodo. L'imperatore Ludovico il Pio, prima di concedere le terre richieste, invia sul luogo "un messo per istituire l'inchiesta" .
Il diploma con il quale l'Imperatore dona le terre richieste è datato 5 giugno 818.

Secondo voi è possibile che il tecnico che ha effettuato il sopralluogo presso Rieti sia partito da Aachen si sia recato a Rieti e sia ritornato ad Aachen in massimo 3 giorni?
Ubicando Aquisgrana in Val di Chienti tutto ciò risulterebbe possibile.




mercoledì 6 dicembre 2017

Dal libro del Prof. Giovanni Carnevale :" La scoperta di Aquisgrana in Val di Chienti"


CAP. VIII
LA NUOVA ROMA CAROLINGIA IN VAL DI CHIENTI
Varie fonti carolinge riferiscono che Carlo Magno fece sorgere sul territorio di
Aquisgrana una nuova Roma. La tradizione di Aachen non ha permesso di localizzarla
in Val di Chienti, ma oggi è possibile farlo, anche perché le fonti ne parlano
con sufficiente ampiezza di dettagli.
L’esistenza di una nuova Roma ad Aquisgrana, con una sua Arx dominante dall’alto,
il suo Senatus, il suo Forum, le sue Thermae, i suoi Balnea, il suo
Theatrum, un suo Portus, un suo Templum è ampiamente documentabile, ma la
storiografia ufficiale, non potendone additare in Aachen alcun resto, alcun possibile
sito, e non sapendo in concreto cosa dirne, ha preferito eludere il problema.
In Aachen il solo edificio che è fatto passare per carolingio è la cosiddetta cappella
palatina, oggi Duomo dal 1931, ma si è già visto che l’edificio è stato voluto
dal Barbarossa perché accogliesse i resti di Carlo Magno traslativi dalla Val di
Chienti. Non esistono in Aachen altre costruzioni riannodabili all’epoca carolingía,
non esistono neppure resti del Palatium, che si immaginano scomparsi perché
conglobati nelle fondamenta del Municipio gotico costruito nel sec. XIV. I
commentatori delle fonti relative alla “nuova Roma” carolingia - poiché devono
pur fornirne una qualche spiegazione - riducono l’espressione a una enfatizzazione
retorica del complesso del Palatium e della Cappella: il solito travisamento o depistaggio
cui si ricorre ogni volta che i dati forniti dalle fonti non sono applicabili
ad Aachen.
Chiarito, mi pare definitivamente, che non la cappella di Aachen ma San
Claudio è ciò che resta dell’autentica cappella palatina di Aquisgrana, si pone ora
il problema di verificare se ciò che le fonti dicono sulla nuova Roma trova riscontro
nell’ambiente topografico e nei resti urbani oggi presenti in Val di Chienti.
Tra gli scritti carolingi il più ricco in dettagli sulla nuova Roma è il testo attribuito
ad Angilberto (Lib. III). Ne offro un brano in traduzione, dal verso 94:
Dove va rifiorendo l’Urbe, la “seconda Roma”
coi suoi grandiosi edifici,
e tocca le stelle con le sue cupole
emergenti al di sopra delle mura,
Carlo Magno, in piedi sulla sommità dell’ARX,
indica da lontano i siti delle varie costruzioni
e fissa il perimetro della “futura ROMA”.
Lì ordina che ci sia il FORUM, e anche il SENATUS,
inviolabile per legge,
dove i senatori fissino i diritti del popolo,
si occupino delle leggi,
ed emanino ordinanze da rispettare come sacre.
Le maestranze lavorano alacremente:
chi ricava colonne da massi adeguati,
chi pensa a costruire l’ARX,
chi fa rotolare con le mani massi ingenti.
Scavano un PORTUS,
gettano le profonde fondamenta del THEATRUM,
coprono le costruzioni con alte cupole.
Altri rintracciano le sorgenti calde delle THERMAE,
recingono di mura i BALNEA
che ribollono per naturale calore,
fissano artistici sedili su gradini di marmo.
La fonte dell’acqua bollente non cessa di ribollire
e se ne spargono ruscelli in tutte le parti della città.
Altri altrove gareggiano nel costruire al Re Eterno
uno splendido TEMPLUM, di imponenti dimensioni,
e il sacro edificio si innalza verso il cielo con eleganti mura.
Lontano una parte del popolo sta in alto,
e con entusiasmo colloca massi sulla sommità del colle,
cementando i marmi con un impasto ‘a sacco’ di calce.
Un’altra parte sta dislocata lungo i gradini,
accogliendo volta a volta i carichi dei portatori
e fornendo il materiale alle mani impazienti dei costruttori.
Altri si caricano blocchi sulle spalle
o ne fan rotolare verso le mura.
Qua e là c’è chi, con la testa piegata a terra,
depone dalle spalle enormi fasci,
fiaccato dal peso gravoso. I carri stridono,
un confuso rumorio sale al cielo.
È tutto un gridare,
tutto un rimescolarsi di voci e rumori nell’URBE.
Vanno e vengono gli alacri portatori,
sparsi qua e là per l’URBE,
gareggiano nell’ammassare il legno
per la superba ROMA. Altri altrove preparano armi,
fabbricano utili strumenti appuntiti
con cui si possano scolpire i marmi, segare i massi.
Fervono i lavori …
Segue un lungo brano poetico in cui si descrivono le formiche che in estate si
procurano il cibo per l’inverno, o le api che raggiungono i prati in fiore e tornano
cariche di bottino, per concludere al verso 136 che “non diversamente i Franchi si
aggirano per l’Urbe”.
Si torna subito dopo al realismo del paesaggio locale con la linea boscosa sullo
sfondo, in parte presente ancor oggi a ridosso dell’abbazia di Fiastra e che allora
si estendeva amplissima fino a Gualdo (da Wald = bosco) e oltre, fino a congiungersi
coi boschi del preappennino piceno. La sottostante valle era ravvivata da fitta
presenza di uccelli che volteggiavano sul fiume (v. 140) e da tori che pascolavano
sulle rive - in ripis -, si immergevano nelle acque del fiume o con corsa veloce si
portavano fin sulle rive del mare - ad litora - (v. 141-143).
I versi 137-139 contengono anche una notizia di enorme valore per l’archeologia
locale: vi si dice che non procul ab Urbe c’è una foresta, ameni luoghi verdeggianti
e nel mezzo si colloca un verde parco recintato per animali (lucus) e freschi
prati irrigui disseminati di molti ruderi (multis circumsita muris).
Si faccia molta attenzione ai “molti ruderi” che erano allora disseminati nella
piana del Fiastra: erano i ruderi della romana URBS SALVIA, una città evidentemente
scomparsa senza lasciare traccia di sé, almeno in superficie. Tutte le antiche
città romane del Piceno sono scomparse. Non vedo perché Urbs Salvia dovrebbe
costituire una così vistosa eccezione. Già Procopio ne aveva constatato la totale
rovina nel sec. VI:
.........................
...........................
(25)
I ruderi che oggi si vedono nella celebre zona archeologica non sono quelli
della romana Urbs Salvia; sono solo i ruderi della nuova ROMA fatta costruire da
Carlo Magno. La lettura del testo di Angilberto non ammette altre interpretazioni:
la descrizione dell’Urbs che stava nascendo è oggettivamente realistica. Carlo
Magno viene presentato in atteggiamento di dar vita a un impianto urbano nuovo,
che coincide con quanto oggi affiora dal terreno, e che la gente del posto continua
ancora inconsciamente a chiamare “ROMA”. Il che non può non sorprendere.
Riassumo le coincidenze tra il testo carolingio e i ruderi affioranti nella zona
archeologica :
- C’è in alto la rocca, l’ARX, e sono ancora visibili tracce di costruzioni con
68
dove i senatori fissino i diritti del popolo,
si occupino delle leggi,
ed emanino ordinanze da rispettare come sacre.
Le maestranze lavorano alacremente:
chi ricava colonne da massi adeguati,
chi pensa a costruire l’ARX,
chi fa rotolare con le mani massi ingenti.
Scavano un PORTUS,
gettano le profonde fondamenta del THEATRUM,
coprono le costruzioni con alte cupole.
Altri rintracciano le sorgenti calde delle THERMAE,
recingono di mura i BALNEA
che ribollono per naturale calore,
fissano artistici sedili su gradini di marmo.
La fonte dell’acqua bollente non cessa di ribollire
e se ne spargono ruscelli in tutte le parti della città.
Altri altrove gareggiano nel costruire al Re Eterno
uno splendido TEMPLUM, di imponenti dimensioni,
e il sacro edificio si innalza verso il cielo con eleganti mura.
Lontano una parte del popolo sta in alto,
e con entusiasmo colloca massi sulla sommità del colle,
cementando i marmi con un impasto ‘a sacco’ di calce.
Un’altra parte sta dislocata lungo i gradini,
accogliendo volta a volta i carichi dei portatori
e fornendo il materiale alle mani impazienti dei costruttori.
Altri si caricano blocchi sulle spalle
o ne fan rotolare verso le mura.
Qua e là c’è chi, con la testa piegata a terra,
depone dalle spalle enormi fasci,
fiaccato dal peso gravoso. I carri stridono,
un confuso rumorio sale al cielo.
È tutto un gridare,
tutto un rimescolarsi di voci e rumori nell’URBE.
Vanno e vengono gli alacri portatori,
sparsi qua e là per l’URBE,
gareggiano nell’ammassare il legno
per la superba ROMA. Altri altrove preparano armi,
fabbricano utili strumenti appuntiti
con cui si possano scolpire i marmi, segare i massi.
Fervono i lavori …
Segue un lungo brano poetico in cui si descrivono le formiche che in estate si
––––––––––––––––
25) Traduzione: “Egli stesso, allontanandosi dalla riva del mare, con Narsete e il rimanente esercito
attraversa la città di Urbs Salvia, che precedentemente Alarico aveva talmente distrutta da non
lasciarle dell’antico splendore nient’altro che qualche rimasuglio di una porta e della pavimentazione
del suolo” (Procopio di Cesarea, La guerra gotica, Lib. II, c. 16)
riempimento “a sacco”, che Angilberto dice realizzate dal popolo che “saxa
locat, solido coniungens marmora nexu” (v. 115).
- Più in basso c’è il THEATRUM, di cui Angilberto ha visto realizzare il profondo
invaso “statuunt profunda theatri fundamenta” (v. 104). Tutta la terra rimossa
per creare l’invaso venne contenuta da un robusto muraglione alle spalle del
proscenio. Si realizzò così un terrapieno di m 94 x 66,50, delimitato sui lati da
un portico, come rivelano le basi di colonne ivi rinvenute. Era il FORUM, di
tipo ellenistico, ricordato da Angilberto.
- Le THERMAE sono l’edificio a nicchioni che tanto rassomiglia al calidarium di
Khirbet al Mafjar. I relativi BALNEA o piscine (v. 107) sono anch’essi presenti,
ma subirono successive trasformazioni, penso al tempo di Ottone III.
- Ci sono anche le MURA, ma io esito a definirle carolinge. Sono eseguite con
una tecnica che non ha niente a che vedere con quella a sacco di tipo romano,
reimportata in Val di Chienti dalle esperte maestranze venute dall’Oriente bizantino,
ormai islamizzato. Più che “a sacco” sono farcite con antico materiale
romano rottamato. Per lo più pezzi di tegole altrimenti inservibili. Non sono
mura da “Rinascenza carolingia”, ma posteriori, forse del tempo di Ottone III,
quando la “nuova Roma” divenne la sua Urbs regia, il centro per la Renovatio
Imperii Romanorum. I torrioni ottagonali lungo la cinta spingono verso una tale
soluzione, perché Ottone III amava le costruzioni ottagonali per ragioni di omonimia.
Otto = 8, richiamavano insomma il suo nome. Tale cinta, inoltre, non era
difendibile in caso di assalto se non disponeva, all’interno delle torri ottagonali
e lungo il circuito, di strutture lignee, dall’alto delle quali si potesse tener testa
agli assalitori. Strutture del genere sono più facili da immaginare in epoca sassone,
quando le tecniche delle costruzioni lignee del nord-Europa rifluirono in Val
di Chienti, che non al tempo di Carlo Magno, quando a guidare i lavori erano i
magistri venuti dall’Oriente, ove il legno, per necessità di cose, era scarsamente
impiegato.
Se ne dovrebbe arguire che l’antica cinta carolingia fu demolita per far posto a
quella ottoniana, con un perimetro forse più ampio.
Angilberto non fa cenno dell’anfiteatro, che perciò potrebbe continuare ad essere
considerato una costruzione dell’età flavia, ma io ho i miei dubbi in merito.
Per progettazione ed esecuzione l’anfiteatro richiama il teatro, certamente carolingio
perché Angilberto lo vide sorgere dalle fondamenta. Del resto l’anfiteatro
della nuova Roma presenta un’arena cosi poco profonda da non permettere spettacoli
con belve; un’esclusione non facilmente spiegabile per l’epoca romana,
ma logica per l’epoca carolingia. Se fatta da Carlo Magno, l’arena non doveva
servire per spettacoli gladiatori, ma a quotidiana palestra di arti marziali per le
truppe che svernavano in Aquisgrana, o anche a sede di “ludi”. Potrebbe alludere
a questo il v. 150 in cui si dice che Carlo nei pressi della “nuova Roma”
“(curare) solet gratos in gramine ludos”.
Vi si potevano anche tenere duelli giudiziari o “giudizi di Dio”, il tipico modo
di risolvere contese presso le popolazioni franche o longobarde insediate in
Italia. In quest’ottica avrebbe anche una funzione il canale destinato a immettere
acqua nell’arena per tenerla sempre umida e impedire il sollevarsi di polvere. E
potrebbe forse trovare una plausibile spiegazione la particolarità dell’ingresso
secondario che fiancheggia quello principale di sud-est, funzionale ai bisogni
delle truppe.
So bene che in base a un’iscrizione mutila rinvenuta durante gli scavi si crede di
poter datare il monumento con assoluta precisione al 75-76 dopo Cristo. Si deve
però tener conto che l’anfiteatro era a breve distanza dalle rovine della romana
Urbs Salvia e che per costruire la Roma carolingia se ne utilizzarono certamente
i resti. Il rinvenimento dell’iscrizione avrebbe sicuro valore solo se si fosse
trovata ancora murata in bella vista, e non fra altro materiale di scavo, come
effettivamente avvenne. E il termine amphitheatrum è solo supposto, non presente.
- Nella nuova ROMA non c’è traccia di un impianto urbano a cardo e decumano,
tipico delle città di origine romana e presente in Urbs Salvia perché 150 anni
dopo la sua distruzione Procopio di Cesarea ne vide forse ancora qualche resto.
URBS SALVIA è dunque una realtà archeologica distinta dalla nuova ROMA, i
cui resti, 800 anni dopo Procopio e dopo lo smantellamento operato dai cistercensi
impressionarono ancora Dante.
Il testo di Angilberto contiene altri riferimenti validi a meglio localizzare in Val
di Chienti la “nuova Roma” che (lo si è già visto) giaceva comunque in una valle
e non era lontana dal mare.
Interessantissimi rilievi di natura topografica si possono cogliere nella descrizione
di una giornata di caccia, fatta da Angilberto.
Per la caccia al cinghiale tutta la vallata si mobilitava: quando il sole sorgendo
illuminava i monti (Sibillini), i figli di Carlo Magno si alzavano dal “regale talamo”
(v. 156), mentre una schiera di nobili, radunatasi da ogni parte, li aspettava fuori
dell’ingresso. Al v. 168 si fa finalmente apparire Carlo Magno, ma subito dopo lo
si fa sostare nella vicina cappella a pregare. Quando il re usciva dalla cappella -
sacra limina templi deseruit (v. 170) -, tutt’intorno era un latrare di cani e un affollarsi
di personaggi. Agli squilli delle trombe militari le porte della nuova Roma si
spalancavano e la gioventù si precipitava di corsa lungo la valle verso il mare
… altae Urbis panduntur classica portae,
cornua concrepitant, fragor ingens atria complet
paecipitique ruunt iuvenes ad litora cursu. (v. 181)
Usciva intanto dalle sue stanze la “bellissima” regina Liutgarda e saliva a
cavallo. Il poeta indugia a descriverne l’acconciatura del capo, le preziose vesti, i
gioielli, i nobili del seguito. I figli col loro ampio corteggio l’aspettano all’uscita:
Pipino, Rhotrud che apriva il corteo, Berta. Lasciavano i sacrata Palatia anche
Gisella, Rhodaid, Theodrada assisa su un cavallo bianco, regalmente ornata e circondata
da giovani ancelle emozionate. Chiudeva il regale corteo Hildrud e subito
dopo seguiva il Senato della nuova Roma. Il corteo si dirigeva verso i lidi del
mare e a un certo punto si univa al corteo anche tutto l’esercito.
… regique exercitus omnis
iam sociatus adest;... (v. 269)
In Val di Chienti, tra il lido del mare Adriatico e la zona archeologica di
Aquisgrana, c’è una vasta pianura che ancor oggi si chiama “Campo Maggio”. Era
qui, al Campus Maius, che stazionava l’esercito carolingio. Tutta la valle del basso
Chienti poteva così essere sbarrata da cani e cavalieri.
La caccia aveva inizio e ben presto un fulvo cinghiale, anelante e spossato per
il tanto correre a causa dell’inseguimento, veniva spinto sulla spiaggia del mare.
Qui Carlo, accorrendo a cavallo, lo finiva. La povera bestia morendo si voltolava
nella sabbia dorata in flava moriens sese volutat harena.
I figli di Carlo Magno assistevano alla scena dai colli sovrastanti il mare, regalis
haec proles speculatur ab alto (v. 299). (26)
Tutti poi prendevano parte alla caccia e la strage di cinghiali proseguiva fino a
sera, quando Carlo Magno divideva equamente il bottino e intraprendeva in senso
inverso il percorso fatto al mattino, inde reflectit iter, campum repetens priorem
(v. 314).
Il campum è di nuovo il “Campo Maggio”, questa volta ben evidenziato dal
fatto che al centro c’erano ricche tende piantate a terra (per ospitare i membri
della famiglia regale) e da una parte e dall’altra faceva bella mostra di sé lo splendido
accampamento dei condottieri franchi.
Aurea hic terris passim tentoria fixa /stant, pomposa ducum hinc inde et castra
nitescunt (v. 318). Qui si concludeva la festa mangiando, bevendo e prendendo poi
sonno a notte inoltrata.
Sono così emersi dal testo di Angilberto significativi elementi che caratterizzavano
la Val di Chienti in epoca carolingia. Insieme a dati precedentemente noti,
essi permettono una prima provvisoria schematizzazione del territorio della valle
nel modo seguente:
––––––––––––––––
26) È al brano poetico attribuito ad Angilberto che Alessandro Manzoni si è ispirato per il celebre
coro dell’Adelchi, quando Ermengarda
… da un poggio aereo, / il biondo crin gemmata, / vedea nel pian discorrere / la caccia affacendata,
/ e sulle sciolte redini / chino il chiomato sir;
e dietro a lui la furia / de’ corridor fumanti; / e lo sbandarsi, e il rapido / redir de’ veltri ansanti;
/ e dai tentati triboli / l’irto cinghiale uscir;
e la battuta polvere / rigar di sangue, colto / dal regio stral: la tenera / alle donzelle il volto /
volgea repente, pallida / d’amabile terror.
Oh! Mosa errante! oh! tepidi / lavacri d’Aquisgrano! / ove, deposta l’orrida / maglia, il guerrier
sovrano / scendea del campo a tergere / il nobile sudor!
Se alla “Mosa” si sostituisce – almeno mentalmente – il “Chienti”, la descrizione manzoniana
rispetta appieno l’ambiente naturale della Val di Chienti
- Nell’alta Val di Chienti, sui colli e nelle gole del preappennino si erano stanziati
cenobiti orientali rifugiatisi in Italia.
- Qua e là c’erano civitates, evidentemente latine, e ci siamo già imbattuti in due
nomi di esse, Julum oggi Giulo e Taurinis oggi Pieve Torina.
- A ridosso del medio corso del Fiastra stava sorgendo la nuova Roma, l’Urbe,
con tanto di Senato, che nel corteo con cui si aprivano le cacce prendeva posto
subito dopo i membri della famiglia regale (v. 264).
- In giro sui colli contigui alla valle si elevavano le residenze dei nobili franchi.
Lo si ricava dal fatto che la nobilium manus che attendeva in limine primo l’uscita
della famiglia regale, si era radunata per la caccia da ogni parte ex omni
parte collecta (v. 157).
- Non longe ab Urbe, tra la foresta in alto e ameni luoghi verdeggianti intorno,
c’erano le rovine di Urbs Salvia e un lucus cioè un bosco a radure, recintato,
con animali liberi. Quella specie di zoo di cui parlano le fonti? Se si, qui forse
visse per 12 anni l’elefante venuto dall’Oriente.
- Scendendo verso il mare si incontravano campi coltivati suddivisi in MINISTERIA,
CURTES, VILLAE. Se ne è ampiamente parlato esaminando il “Capitulare
de villis”.
- Ove oggi sorge San Claudio si ergeva la fastosa residenza di Carlo Magno con i
sacrata Palatia (v. 262) e la Cappella palatina.
- Più a valle, nella piana sottostante l’odierna Morrovalle, si estendeva il Campus
Maius che ancor oggi non ha altra denominazione che quella di “CAMPO
MAGGIO”, ove erano acquartierate le truppe dei Franchi.
La nuova Roma andava sorgendo a una certa distanza dal Palatium, cosicché
Carlo Magno poteva facilmente controllarla da vicino, pur risiedendo con la corte
in uno splendido isolamento nel verde. Era in fondo lo stesso modo di risiedere
inaugurato in Oriente dai califfi omayyadi. Essi avevano fatto sorgere i loro palazzi
lontano da Damasco, la capitale, nelle oasi come a Khirbet al Mafjar, o addirittura
in pieno deserto. La scelta fatta da Carlo Magno di non far sorgere la nuova
Roma in una zona contigua al Palatium, ma leggermente distanziata da esso,
potrebbe essere stata influenzata dai magistri orientali operanti a corte, che gli
suggerivano di attenersi ai modelli orientali. La “Rinascenza carolingia” deve
molto a Carlo Magno che fu il mecenate del breve ma intenso rinnovamento tecnico-
culturale messo in moto nella Val di Chíenti, ma chi ne tradusse in pratica le
direttive, almeno nelle realizzazioni architettoniche, furono i magistri che guidavano
le maestranze di orientali. L’architettura dell’Occidente ne doveva uscire profondamente
trasformata.
Da qualche anno si conducono campagne di scavi per riportare integralmente
alla luce il basamento di un cosiddetto tempio della Dea Salus, che si fa risalire al
primo secolo della Roma imperiale. Ma come può archeologicamente risalire a
tale epoca una costruzione alla cui base c’è un’arcata sassanide, cioè con due centri
di curvatura, ignoti all’architettura romana? Io, per sapere che funzione avesse
un tale edificio, attendo il completamento degli scavi, ma già adesso so, per via
dell’arco sassanide, che esso non può risalire a un’epoca anteriore al sec. VIII-IX.
So anche che non possono essere di epoca romana gli affreschi ivi esistenti, perché
addossati all’arcata sassanide e per di più con precisi riscontri tipologici e tecnici
con l’arte figurativa ommayade dell’VIII secolo, come la raffigurazione del
leone che balza su una gazzella e la stringe fra i suoi artigli, presente sia in un
mosaico di Khirbet al Mafjar sia in un affresco del criptoportico carolingio.
Se, come è probabile, si tratta effettivamente del basamento di un tempio, perché
non ipotizzare un edificio sacro cristiano dell’Alto Medioevo? In fondo
Angilberto colloca, nella nuova Roma che gli orientali stavano costruendo per
Carlo Magno, anche uno “splendido tempio di imponenti dimensioni”. E in una
tale prospettiva il criptoportico poteva essere uno xenodochium, cioè servire a
ospitare in tutta sicurezza, di notte, i pellegrini, i “romei” che in gran numero
calavano a Roma, o altri forestieri: le donne erano ospitate sul lato anteriore, separate

dagli uomini cui erano riservati gli altri tre lati del quadrilatero.