Visualizzazione post con etichetta Saint Denis. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Saint Denis. Mostra tutti i post

sabato 7 settembre 2019

Il Prof. Enzo Mancini ubica la Parigi dell'alto medioevo

Fra’ Gregorio da Napoli


E’ stato questo frate a mettermi in testa per primo che la “ Universitate Parisius ” non era lontana da qui.
Nella ricostruzione del Medioevo fatta da Giovanni Carnevale viene collocata  Saint Denis a San Ginesio ma non parla di dove poteva essere collocata Parigi nel Piceno. Simonetta Torresi ne “ La storia dei popoli delle Marche ovvero l’origine dell’Europa” colloca Parigi a Macerata, ma questa ipotesi non mi ha convinto. Mi perdoni la Torresi se contraddico, ma la mia divergenza vuole essere costruttiva; e sono pronto a cambiare opinione se saltassero fuori nuovi elementi.
Io ho sviluppato l’idea che la Parigi primigenia stava a Camerino.
Ma per me Parigi nel Medioevo non era un toponimo ma il nome della Scuola di Studi Generali, la Facoltà di Teologia in cui si formavano i teologi della Chiesa Cattolica Romana,  Studium translato dalla Nuova Roma Carolingia, dove era la “Schola Palatina” di Alcuino di York. Per questo , a mio modesto parere, non c’è traccia di una Parigi nella Francia Picena.
Parigi diventò un toponimo sulle rive della Senna solo dopo Filippo II Augusto, dopo l’abate Sigerio, dopo la fondazione della Sorbona nel 1253.
Nel Medioevo tutti i personaggi più illustri, e in particolare quelli poi fatti santi ,  si spostavano fra Roma, Bologna e Parigi come se ci fosse già a quei tempi una compagnia aerea “Low cost “ .
Ma ritornando a frate Gregorio da Napoli, questi fu lasciato come vicario di san Francesco in Italia, quando il santo di Assisi partì per la Terrasanta nel 1219.  Alla Porziuncola invece aveva lasciato come vicario frate Matteo da Narni.
Frate Gregorio non fu all’altezza del compito affidatogli, visto che il santo fu richiamato in Assisi in fretta, dal momento che l’Ordine Francescano appena costituitosi stava prendendo una brutta piega.
Quando il 4 ottobre 1226 Francesco morì, Frate Elia scrisse per primo, per far conoscere la notizia, “ al caro fratello in Cristo Gregorio, ministro dei frati che sono in Francia “ . Ma frate Gregorio non si era spostato da dove si trovava al momento della partenza di Francesco per la Terrasanta.
Di frate Gregorio da Napoli  scrive frà Tommaso da Eccleston:   Quis enim Gregorio in praedicatione vel praelatione in Universitate Parisius vel clero totius Franciae comparabilis?”
Sono convinto che fra’ Gregorio non doveva stare troppo lontano da Assisi: bastava superare il monte Subasio e il monte Pennino. Perché dove potevano stare la maggior parte dei frati Francescani al momento della morte del fondatore se non in Umbria e nelle Marche?
Ha scritto Carlo Bo: “ San Francesco è nato ad Assisi, ma il Francescanesimo è nato nelle Marche”.
I dintorni di Camerino pullulano di luoghi collegati al primo Francescanesimo, con una concentrazione che non ha eguali forse neanche ai dintorni di Assisi, spesso ignorati dalle tante biografie del Santo perché supportati da tradizione e non da documenti scritti. A leggere le biografie di san Francesco il santo sarebbe passato nelle Marche solo per andare al porto di Ancona.
Ma “ il ginepraio inestricabile “ della questione francescana rimarrà inestricabile finché non verrà riconosciuta la Francia Picena come la Francia da cui prende il nome il santo di Assisi.
Ma soprattutto come potevano stare nella Francia attuale tutti quei primi frati dato che nell’attuale Francia meridionale dal 1209 al 1229 imperversò la crociata contro gli Albigesi ? Arnaud Amaury, quello che “ Dio riconoscerà i suoi”, non avrebbe fatto sconti ai seguaci del Poverello di Assisi. In fondo si distinguevano dai Catari solo nel riconoscere la gerarchia ecclesiastica, o poco più.
Camerino ha i numeri per essere il luogo che ha ospitato l’Universitate Parisius  non solo perché una tradizione documentata da Aristide Conti parla della presenza in questa cittadina delle “Mura di Paris “.
Camerino era una città fortificata da mura fin dai tempi dei Romani ed era un centro importante per i Franchi: Guido e Lamberto di Camerino furono imperatori del sacro romano impero.
Ma come ci può stare in un piccolo paese arroccato nell’Appennino centrale una delle Università  più antiche d’Italia se non perché c’era già ai tempi di san Francesco?
Poi nel 1259 il paese fu distrutto, ma la scuola rimase.
Da qui l’enigma di Dante che visitò Parigi, tenendo testa ai dotti di quella Università,
senza valicare le Alpi.
 Da qui si comprende meglio anche la nascita della lingua italiana nell’Italia centrale.
Checché ne dica Dante Alighieri nel “De vulgari Eloquentia”, la lingua italiana è nata nel Ducato di Spoleto, che comprendeva anche il Maceratese e il Fermano.
Con un centro come l’Universitate Parisius si spiega benissimo come il dialetto del Ducato di Spoleto possa essere diventato “ cardinale, aulico e curiale”.
Dante, tanto di cappello, la fece diventare illustre, ma la lingua italiana ai suoi tempi era già nata. E’ o non è il “Cantico delle creature “  di san Francesco il primo componimento scritto in Italiano?

 Mancini Enzo     Macerata 8 agosto 2019

P.S.    Il santo di oggi, san Domenico di Guzman, fondatore dell’ordine dei Domenicani, voleva che i suoi studiassero all’ Universitate Parisius , al contrario di san Francesco. Per questo anche lui bazzicava le Marche.

domenica 15 marzo 2015

BREVE APPENDICE STORICA SULLA VAL DI CHIENTI NELL'ALTO MEDIOEVO - Parte quarta


                                                 BREVE APPENDICE STORICA
                                   SULLA VAL DI CHIENTI NELL’ALTO MEDIOEVO
                                           (con articoli apparsi sulla stampa locale)



Ad utilità dei lettori riproduciamo quattro articoli apparsi sul periodico “Montolmo e Dintorni”, edito a Corridonia, redatti dal Prof. Giovanni Carnevale con la collaborazione dell’Arch. Riccardo Garbuglia.

       SOTTO L’URTO DEGLI ARABI, I PAPI SI RIFUGIANO IN VAL DI CHIENTI
  (L’articolo è stato ripreso dal periodico “Montolmo e Dintorni” di Corridonia: N°8 marzo 2012)

Dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, nel 476, le popolazioni germaniche varcarono la tradizionale frontiera del Reno occupando le antiche province romane della Gallia e della Spagna. L’Italia vide l’arrivo di popolazioni barbariche come i Goti di Ravenna, ma i barbari non si radicarono in Italia se non coi Longobardi, che fecero di Pavia la capitale del loro regno.  Il regno longobardo era suddiviso in ducati, che arrivarono a controllare tutto il nord Italia e altre parti della penisola; nell’Italia centrale spiccava il Ducato di Spoleto, in quella meridionale Benevento.  L’impero romano d’oriente, con capitale Bisanzio, mantenne il controllo della fascia adriatica, delle coste meridionali e della Sicilia.  La situazione si complicò per Bisanzio quando dovette fronteggiare l’invasione degli Arabi, che conquistarono non solo le province del medio oriente e dell’Africa, ma anche, all’inizio del secolo VIII, l’intera Spagna.  La conquista della Spagna provocò per l’Europa il confronto diretto con l’Islam e creò i presupposti perché il Piceno, e in particolare la Val di Chienti, acquistassero una importantissima posizione politico-militare nell’incipiente alto medioevo.  Le recenti ricerche hanno evidenziato lo stabilirsi dei Franchi nel Piceno e le loro annuali guerre con Carlo Martello in Gallia contro gli Arabi che ne tentavano la conquista.  L’alleanza dei Franchi piceni col papato portò all’abolizione della dinastia dei Merovingi in Gallia e alla nascita in Italia della nuova dinastia carolingia con Pipino, consacrato re dei Franchi nel 753 da Papa Stefano II in Saint Denis, oggi San Ginesio, e con Carlo Magno, unto imperatore a Roma la notte di Natale dell’800.  Carlo Magno moriva nel gennaio dell’814 e sarà il caso che, per il 1200° anniversario della sua morte, la cultura locale ricordi in qualche modo l’evento.
Con suo figlio Ludovico il Pio le difficoltà con gli Arabi si fecero sentire anche in Italia.  Claudio, vescovo di Torino, oggi Pieve Torina, ci dice che il sovrano lo aveva incaricato, all’arrivo di ogni primavera, di fronteggiare improvvisi sbarchi notturni di Arabi lungo le coste adriatiche.  Sulle coste laziali la situazione era ancor più pericolosa; il mar Tirreno era infatti totalmente sotto il controllo degli Arabi, che stavano anche completando la conquista della Sicilia.  La sua occupazione fu ultimata nell’840.  In quello stesso anno moriva l’imperatore Ludovico il Pio e gli Arabi sbarcavano anche sulla penisola, occupando Taranto e Bari.
Già prima di questi eventi, Gregorio IV, Papa dall’827, aveva abbandonato Roma e trovato rifugio in Val di Chienti, ove la Santa Sede possedeva beni territoriali dall’epoca dei primi sovrani carolingi, le cosiddette Domus Cultae.  È più la logica concatenazione degli eventi che i superstiti documenti a chiarire il trasferimento della sede del papato da Roma in Val di Chienti, nei pressi dell’Aquisgrana carolingia.  La storiografia arranca nel buio: i Papi lasciavano una Urbs o Roma e ritrovavano un’altra Urbs e un’altra Roma (oggi Urbisaglia) nel Piceno, allora Francia.  Comunque Papa Gregorio IV, prima di morire nell’844, si era preoccupato di costruire una fortezza a difesa del locale portus (oggi Civitanova) che gli storiografi hanno identificato con Ostia, il ché non ha senso perché gli Arabi erano in grado di sbarcare senza trovare ostacoli di sorta lungo tutta la costa laziale, indifesa.  Nell’846 gli Arabi saccheggiarono Ancona, poi attaccarono la fortezza di Portus, decisi a  conquistare Aquisgrana, ma furono respinti sul territorio della riva destra del Chienti e ricacciati.  Non andò però esente dal saccheggio lungo la riva destra del Chienti la ricca chiesa carolingia di San Pietro, nell’odierna Corridonia.  Per fronteggiare futuri pericoli, sulla riva destra del Chienti fu costruita una serie di fortificazioni da Papa Leone IV (847 - 855), che da lui presero nome di Civitas Leonina.  Fortificata con possenti mura la zona di San Pietro, questa chiesa, tuttora esistente ma totalmente ricostruita nel 1700, divenne la cattedrale dei Papi in esilio nel Piceno.  Era fronteggiata da uno splendido portico chiamato anche Paradisus, dove trovarono sepoltura Papi e Imperatori nell’alto medioevo.  Viene citata anche nel XIII fioretto di San Francesco che, venuto a Roma, in Francia, entrò in quella chiesa.  Naturalmente il San Pietro Piceno sui documenti, affiancato ai termini di Francia Picena, Urbs o Roma Picena, ha contribuito a far credere che i Papi nell’alto medioevo rimasero sempre a Roma senza bisogno di trovare rifugio in Val di Chienti.
Altri elementi ci spingono a pensare che il Papato effettivamente risiedette per due o tre secoli in Val di Chienti.  L’antica splendida cappella palatina costruita da Carlo Magno, al cui ingresso il sovrano fu sepolto e vi restò finché il Barbarossa nel 1166 non ne portò i resti ad Aachen, estintasi la dinastia dei Carolingi, fu assunta dai Papi come propria sede pontificia e non si chiamò più cappella ma basilica lateranense.  Nell’817, subito dopo la morte di Carlo Magno, si era tenuta un’assemblea di ecclesiastici presieduta da Benedetto di Aniane per estendere la regola di San Benedetto a tutti i monasteri di occidente.  È documentato che questo sinodo fu tenuto ad Aquisgrana nell’ala del Palatium di Carlo Magno denominata Laterano.  La storiografia ha immaginato che i Papi e il Laterano non si fossero mai spostati da Roma, quando invece questa era ridotta a un cumulo di rovine.  Il Laterano tornò a Roma quando vi tornarono i Papi, verso il secolo XIII, in una data non ben precisabile.

BREVE APPENDICE STORICA SULLA VAL DI CHIENTI NELL’ALTO MEDIOEVO - Parte prima


                                                        BREVE APPENDICE STORICA
                                    SULLA VAL DI CHIENTI NELL’ALTO MEDIOEVO
                                                   (con articoli apparsi sulla stampa locale)



Riproduciamo quattro articoli apparsi sul periodico “Montolmo e Dintorni”, edito a Corridonia, redatti dal Prof. Giovanni Carnevale con la collaborazione dell’Arch. Riccardo Garbuglia.


                         L’INCREDIBILE ASCESA DELLA DINASTIA CAROLINGIA
(L’articolo è stato ripreso dal periodico “Montolmo e Dintorni” di Corridonia: N°9 dicembre 2012)

Carlo Martello, il nonno di Carlo Magno, non era un re, ma, stabilitosi in Italia dal 716, messosi a capo dei locali Franchi, profughi dall’Aquitania, per tutto il resto della vita fece la spola tra l’Italia e la Gallia per impedire che gli arabi se ne impadronissero. Moriva nel 742. In quello stesso anno al figlio Pipino il Breve, che succedeva al padre a capo dell’esercito franco, nasceva il figlio Carlo a cui la storia avrebbe aggiunto il soprannome glorioso di Magno. Se Carlo Martello era sostanzialmente un Franco nato e cresciuto al di là delle Alpi, suo figlio Pipino era cresciuto in Italia, in Val di Chienti. Dopo le lunghe ricerche storiche in proposito, si è potuto anche stabilire che sia Carlo Martello che suo figlio Pipino furono sepolti dove oggi c’è la collegiata di San Ginesio e dove, più di 1.200 anni fà, era sorta l’Abbazia di Saint Denis, retta, per volere di Carlo Martello, da monaci Parisi, ossia della stessa etnia della popolazione che aveva dato il nome a Parigi (Augusta Parisiorum al tempo dei Romani). Per sé Carlo Martello aveva scelto come sede la sommità di quella roccia che oggi conserva resti di un antico castello nel punto più alto di Sant’Angelo in Pontano. Pontano è nome carolingio che in latino era detto Pons Ugonis e in volgare Ponticone, divenuto Pontone nel medioevo (lo stesso stemma del Comune raffigura un ponte). Indicava un territorio che aveva il suo centro nella odierna località di Macchie.
Fra l’abbazia e la sede dei Carolingi si estende oggi Pian di Pieca, ove scorre il Fiastra. La strada che ancora oggi fiancheggia il fiume era chiamata Salaria Gallica, perché sotto il monte Vettore andava a congiungersi con la Salaria consolare che scendeva a Roma, mentre a Fano raggiungeva il territorio abitato dai Galli Senoni.  Sia Pipino, sia suo figlio Carlo Magno, erano cresciuti qui, in un paesaggio che non è molto cambiato nell’aspetto che aveva allora, ma ha naturalmente subito tutte le variazioni storiche in linguaggio, centri abitati, usi e costumi per i milleduecento anni che sono seguiti fino ad oggi.  Sia il padre Pipino sia il figlio Carlo Magno conoscevano naturalmente la paterna lingua franca, ma capivano e un po’ parlavano il greco, parlato già a Osimo, che era una città della Decapoli bizantina;  capivano e parlavano anche il latino, che ormai si andava evolvendo verso un dialetto di tipo italiano, e anche la lingua dei Longobardi, che abitavano il Ducato di Spoleto e, in piccoli gruppi, vivevano anche al di qua dei Sibillini. Si può immaginare che sia Pipino che suo figlio Carlo ebbero un’educazione molto diversa da quella di Carlo Martello. Erano in ottimi rapporti col Papa di Roma, che era ancora, politicamente, un dipendente dell’imperatore di Costantinopoli, ma in pratica era autonomo anche nella gestione politica, per il fatto che era a capo della cristianità.
Papa Stefano II, entrato in contrasto coi Longobardi, nel 753 raggiunse Pipino a Ponticone e convinse i Franchi dell’opportunità che Pipino, già di fatto re dopo la deposizione del merovingio Childerico, fosse consacrato re dei Franchi dalle mani stesse del Papa. Si ebbero così in Italia due re in contrasto, quello dei Longobardi che risiedeva a Pavia e quello dei Franchi che risiedeva nell’odierna Sant’Angelo in Pontano. Berta, consorte di Pipino e madre di Carlo Magno, fu anch’essa consacrata regina, come fu consacrato re, insieme ai genitori, il piccolo Carlo, appena undicenne. La guerra fra i due popoli fu inevitabile e si protrasse fra Pipino e i re longobardi (Liutprando, Rachis e Astolfo) fino agli anni ’70 e poi fra Carlo Magno e Desiderio, ultimo re dei Longobardi. Pipino morì nel 768; fu sepolto in Saint Denis, oggi San Ginesio. Le esplorazioni col georadar hanno rivelato che la sua tomba esiste ancora intatta, insieme a quella di sua moglie Berta, nel sottosuolo del primitivo ingresso, oggi chiuso, dell’antica chiesa carolingia.
Quando nel 768, morto il padre, Carlo Magno salì al trono, non aveva alcuna esperienza di come si esercita il potere regale. Due anni dopo accettò passivamente che sua madre Berta gli facesse sposare una longobarda, Ermengarda, figlia del re Desiderio.  Si accorse ben presto dell’errore politico che aveva fatto: i Franchi, che avevano già sopportato malvolentieri come regina la bizantina Berta, si ribellarono all’idea che la loro nuova regina fosse una longobarda; così Carlo Magno, un anno dopo, non trovò di meglio che ripudiarla. Seguì la guerra con Desiderio, che fu privato del trono, e Carlo Magno si proclamò “Re dei Franchi, dei Longobardi e Patrizio dei Romani”.
Cessate le guerre coi Longobardi, Carlo Magno si dedicò a dare a tutta la Val di Chienti un assetto di territorio regale. Nel luogo dove oggi sorge Corridonia Pipino aveva già costruito una splendida chiesa dedicata a San Pietro, della quale i documenti ci dicono che aveva porte d’argento. Carlo Magno continuò quest’opera di trasferimento della sede regale da Ponticone  alla bassa valle del Chienti, ove, in una zona chiamata Palatium Aquis Grani, fece costruire la splendida cappella palatina, di cui resta l’attuale chiesa di San Claudio, oggi profondamente alterata nel suo interno.   Le ricchezze accumulate dai Carolingi come bottino delle varie guerre e l’aver favorito il formarsi di una nuova unità politica in occidente, indussero il Papa di Roma, che ormai era un Franco, Leone III, nella notte di Natale dell’800, a consacrare Carlo imperatore del rinato Romano Impero. Nel corso di sole tre generazioni i carolingi avevano visto un’incredibile ascesa della loro famiglia: Pipino il Breve, figlio del maiordomus Carlo Martello, era divenuto re e suo figlio Carlo Magno era divenuto imperatore, dando così una unità politica alle parti che ancora oggi sono le più significative dell’Europa continentale: l’Italia, la Francia e la Germania. Carlo Magno morì nel gennaio dell’814: tra un anno ricorreranno milleduecento anni dalla sua morte.