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giovedì 1 dicembre 2016

"STRADE ROMANE NEL PICENO" a cura di Graziosi dr. Nazzareno



Strade romane nel Piceno
Graziosi dr. Nazzareno

Sarebbe necessario un volume; si sintetizza, fidando nell’intelligenza del lettore.
Il Piceno preromano non era una landa selvaggia dove s’insediano popoli di origine indoeuropea. Asserzione troppo vaga.
Il Gallucci in Antichità Picene, 1786: molti e varj popoli vi ebbero stanza, e imperio… Aborigeni*, Siculi, Liburni, Enotrj, Ausoni, Peucezj, Umbri, Pelagi, Etruschi e Galli2 per siculi s’intendono quelli antichissimi, non i siracusani. 
I popoli italici del centro-sud Italia possedevano culture, conoscenze tecniche, e nozioni scientifiche superiori ed hanno fornito gli uomini per progettare e realizzare. La civiltà, la cultura, la scienza, il commercio hanno bisogno di vie per espandersi. Tre importani vie romane (o meglio preromane) sono chiamate SALARIA, tutte nelle Marche:
Salaria (SS 4) da Roma ad Ascoli Piceno;
Salaria Picena (SS 16 Adriatica) da Fano  a Giulianova;
Salaria Gallica (SS 78, SP 327 da Fossombrone ad Ascoli o Arquata  pedemontana).

Salaria (SS 4) (VIA DEL SALE?)
Roma Ascoli o Ascoli Roma?
Secondo la storiografia la Salaria (attuale SS 4) iniziava a Roma, Porta Salaria, Ponte SALARIO sull’Aniene, Sette Bagni, Passo Corese (SS 113), Rieti, fiume Velino, valico di Torrita (1000 m.), valle del Tronto, Accumoli, Arquata del Tronto, Quintodecimo, Acquasanta Terme, Ascoli Piceno, Castrum Truentinum.
Tito Livio “ab urbe condita” lib VII. 9 narrando di Brenno:… Galli ad tertium lapidem Salaria via trans pontem Anienis castra habuere. Dictator… in citeriore ripa Anienis castra posuit. Pons in medio erat… Tum eximia corporis magnitudine in vacuum pontem Gallus processit et quantum maxima voce potuit "quem nunc" inquit "Roma virum fortissimum habet, procedat agedum ad pugnam, ..."
 10. … tum T. Manlius L. Filius,… si tu permittis, volo ego illi beluae ostendere… me ex ea familia ortum quae Gallorum agmen ex rupe Tarpeia deiecit." … Iacentis inde corpus … uno torque spoliavit,... Torquati cognomen auditum; Dictator coronam auream addidit donum...
Quanto descritto da Tito Livio é stato così tradotto, nel 1765, da Roisecco che fa espresso riferimento a Baronio, Bosio, Nardini e Grevio: “li Francesi avevano posto li loro steccati all’Aniene… un Francese di grandezza singolare di corpo si avanzò, provocando a singolare battaglia… Tito Manlio… “faccio vedere io a quella bestia, che discendo da quella famiglia che discacciò l’esercito Francese dalla città Tarpeja”… ferito il Francese, l’uccide e gli leva il collaro dal collo, per il che prese … il nome di Torquato3, ma… anche una corona d’oro4. Nel museo di Ancona é visibile l’ansa di Treia, di un grande scultore piceno, che filma l’episodio

Tito Livio fa iniziare la Salaria da Roma e correttamente pone il ponte salario a 5.5 Km. Ma questa asserzione contrasta con la realtà delle città miliari: Quintodecimo (15 miglia, picene o romane, equivalgono a 22 Km) non si trova a 22 Km da Roma. Con Ascoli Piceno la distanza è corretta; quindi inizialmente la salaria non partiva da Roma e non raggiungeva il mare. Probabilmente la Salaria era una via commerciale picena. Iniziava dalla città di Ascoli Piceno e la collegava con la Sabinia (Rieti) e l’Etruria, per esportare manufatti raffinati e armi costruite con acciai di qualità eccezionale (vedi Arduino Medardo). Poi, romanizzata e classificata prima via consolare, arrivava all'Adriatico con partenza da Roma.
Per tutti (o quasi) Salaria è la via del sale: lo hanno detto gli storici con la “s” maiuscola, pur divisi se fossero i Romani a importare il sale piceno o i piceni a commerciare il sale romano. Sembra una storiella battezzata da certezza.
Non conosciamo l’orografia Picena di 3000 anni fà. Ma anche dai ritrovamenti costieri, si deve dedurre che il paesaggio del medio adriatico non sia stato molto diverso dall’attuale, difficilmente idoneo alla costruzione di grandi ed efficienti saline (esclusa la modesta Sentina probabile salina dell’Abazia di s. Eutizio V sec d C).
L’Abate Millot, nel 1777 (in conformità a molti storici romani) relativamente alle opere di Anco Marzio, scrive: ” fabbricar fece il porto ad Ostia all’imbocco di quel fiume; scavar fece saline sulla spiaggia del mare; e al popolo distribuì la maggior parte del sale che se ne ritrasse…”; quindi il sale abbondava a Roma.
I romani forse erano un pò buzzurri ma certamente non erano scemi. Non avrebbero percorso 140/150 miglia e valicato monti per trasportare (via terra) tonnellate di sale, quando avrebbero potuto approvigionarsene a poca distanza (via acqua); il loro Tirreno con spiagge piatte, era ed è più a sud, più idoneo a più vicino a Roma.
Per tutti questi motivi dovrebbe risultare ovvio che la Salaria non poteva essere, per antonomasia, la via del sale, pur non potendosi escludere trasporti sporadici. Anche se Plinio il vecchio, (Como, 23 – Stabiae, 25 agosto 79 eruzione del Vesuvio), in Naturalis historia, XLI, 89: « ... sicut apparet ex nomine Salariae viae quoniam illa salem in Sabinos portari convenerat…”  che si dovrebbe tradurre: « ... come sembra dal nome della via salaria, perché attraverso essa conveniva portare il sale presso i sabini”. Altri hanno tradotto “… così chiamata perché attraverso questa i Sabini trasportavano il sale dal mare».  Da qui la definizione di via del sale, come via di scopo. Non risulta che fossero i Sabini a commerciale il sale e ancor meno che tutta la Salaria fosse destinata solo a quell'uso. Per opportuna conoscenza si riporta la traduzione del brano di Plinio tradotto da Lodovico Domenichi e pubblicato in Venezia da Giuseppe Antonelli nel 1844: “…e  risveglia e invita 1’appetito in tutti i cibi, sicché molto bene si distingue anche in mezzo a infinite vivande. Per questa ragione il garo è molto ricerco. Oltra ciò, il bestiame grosso e il minuto è grandemente invitato a pascere dal sale, il qual fa loro dovizia di latte, e molto grazioso e gentile il cacio, che se ne fa. Certamente dunque quella vita che ha dell’umano, non può essere senza sale; ed è elemento tanto necessario, che ancora il suo gusto passò a‘ diletti dell' animo. E perciò tutte le piacevolezze, arguzie e molti allegri sono chiamati sali. Interponsi ancora agli onori e alla milizia, e di qua han nome i salarii, e fu di grande autorità appresso agli antichi, come si vede nel nome della via Salaria, così detta, perché per essa si portava il sale a’ Sabini. Il re Anco Marcio diede al popolo sei mila moggia di sale ne’ doni ch’ei faceva al pubblico, e fu il primo che ordinò le saline. Varrone dice che gli antichi usarono il sale ancora in luogo di vivanda, e che le più volte mangiavano il pane col sale e col cacio, come si di mostra per proverbio. Ma sopra tutto l’autorità sua si conosce ne’ sacrificii, perciocchè non se né fa niuna senza la poltiglia insalata.”

Salarie: Picena e Gallica

Salaria Picena (SS 16 Adriatica) da Fano a Giulianova, attraversa le numerose città costiere.
Salaria Gallica (SS 78 / SP 327), quasi parallela (circa 30 Km) alla Salaria Adriatica, ristrutturata da Marco Ottavio Asiatico. Percorso comunemente accettato: da Forum Sempronii, Suasa, Ostra, Aesis (Jesi), Ricina (Macerata), Urbs Salvia, Falerio, Macchie di S. Ginesio, S. Maria di Pieca (Pian di pieca), Sarnano, Amandola, Comunanza, Croce casale ad Asculum.
Forse ci sono due inesattezze: 1) il passaggio per Falerio la rende inutilmente più lunga e impervia; probabile diverticolo o callis; 2) da Croce Casale si raggiunge Ascoli, ma più corretta la direzione per Arquata via Castro (con molte sorgenti) e Montegallo,. Gli eserciti in marcia hanno bisogno di punti di sosta (Castrum). Un Castro vicino a Montegallo è illuminante.
Fossombrone è vicina ai siti di reperimento dei Bronzi di Pergola (dai quali si desumere la ricchezza e la cultura del luogo) e delle Tavole Eugubine: il "più importante testo rituale di tutta l'antichità classica”5  per i sacerdoti del culto di Giove. Il luogo esatto è ignoto: per alcuni sarebbe il teatro romano di Gubbio, per altri, più coerentemente, il tempio di Giove Appennino, tra Scheggia e Cantiano, non lontano da Fossombrone e Gubbio.
Il prof. Giovanni Rocchi, paleo epigrafista, le ha decifrate: sono scritte in piceno antico o umbro piceno. Nella tavola 1.b.10-45 è codificato il rito dell’Armilustrum dei Salii, lustrazione (purificazione) dell’esercito. Inizia con il vaticinio dal volo degli uccelli, poi disciplina lo schieramento dell’esercito “per curie e per centurie”, “per tre volte si giri intorno, si preghi (Giove e Marte)”, codifica i sacrifici, “…ai Fontanelli si sacrifichino a Marte tre verri rossi o neri…, alla Fortezza… tre porcelle rosse o nere… le si consacri con il rito dell’insaccatura…, si producano insaccati neri e bianchi”…, “siano presenti prodotti della terra…, tre vitelle… in Aquilonia… tre giovenche mature” e infine “L’intelligenza di Tito Tazio fece nel suo questorato alla liturgia”. Al gran numero dei sacrifici seguiva il ricco convivio: sei suini e tre manze. Non deve quindi destare meraviglia che per banchetto Saliare s’indenta un convivio ricco e sontuoso (forse un’abbuffata) con giustificazioni religiose, che fa scrivere a Q. Orazio Flacco: Odi; I, 37:

Nunc est bibendum, nunc pede libero
pulsanda tellus; nunc Saliaribus
ornare pulvinar deorum
tempus erat dapibus, sodales
Ora si deve bere, ora con piede sciolto
 far vibrare la terra; ora all’uso dei Sali
è stato addobbato l’altare degli dei
con vivande, o compagni

Salii non potevano essere solo i nobili sacerdoti custodi dei 12 Ancili sacri (scudi lunghi, ristretti nel mezzo); intorno a Fossombrone c’erano curie e centurie, il generale Publio Cornelio Scipione era salio. Si dice che Salii derivi da saltare, per l’andatura saltellante nelle processioni sacre, al canto di Carmina Saliaria; sembra di sentire il suono delle armi sugli ancili al ritmo ancestrale del salterello(?).
Conclusione
  Se:
·     nelle Marche i Sali erano più numerosi di quanto si creda;
·     il nome delle strade romane individua anche i popoli di destinazione: via Latina, via Aquitania;
·     l’attuale SS 4 non è la via del sale;
·     Urbs graeca est Ancona scrive il greco Strabone;
·     Salario è il quarto quartiere di Roma, indicato con Q. IV;
·     le Marche romane sono divise in “Regio V: Picenum” e “Regio VI: Ager Gallicus”;
·     le tre Salarie chiaramente individuano un territorio intensamente abitato;
·     Tito Tazio ha prescritto il rituale dell’armilustrium, il più importante rituale ottobrino dei Salii;
·     i primi Sali erano della tribù Taties, sabini, molto prima di Numa Pompilio e di Tullo Ostilio.
·     sono esistiti Sali, Piceni e Galli;
·     i Sali (aggettivo saliario/a) erano anche detti Salluvi (aggettivo salluvio/a);


ci perseguita il dubbio.

Perché no SALARIA come via dei Sali da via Sal(i)aria?
Perché no Urbisaglia da urbi(s) sal(lu)via o urb(s) salia (in dialetto Urbisaja, come sostengono alcuni)?
Perché no Salaria Comune, Picena e Gallica;
Perché no Sali Piceni sulla costa e Galli Sali nelle vallate pedemontane delle Marche?


*  molti studiosi di antichi popoli affermano che Sali e Aborigeni erano della stessa stirpe.
 1 Siculi: citando Ellanico: “Stirpe antecedente la guerra di troia”, Filisto 80 anni prima; nel Piceno dal 786 al 510 prima di Roma. I siculi di Colucci sono greci di stirpe gallo salica (gallogreci dei vecchi dizionari).
2 Galli: dal greco Galatai o celtico gal- potere, forza o da kelh- essere elevato(Wikipedia). Colucci nota 132, relativa al generico nome dei galli… i salluvi erano gli stessi popoli che da altri si chiamano salj o salienti. Il Bacci, citando M. P. Catone e Barroso, essenzialmente conferma. Salyens o Salluviens degli storici francesi. N. Tommaseo 1924, V IV, pag. 994: Galli: i Sacerdoti di Cibele (Iside, Dea Madre); onde le affinità con Cureti, Coribanti e Salii che assorellavano Creta e Troia con Roma. A pag. 995 troviamo:”Gallogreci…di gallo e greco. È in  Cicerone – Potrebbesi Gallogreci dire gli abitanti delle Gallie di greca origine”, “Galata. di Galizia nella Natolia”. Superfluo ricordare che la statua del Galata morente era anche detta del Gallo morente.
3 Per i grandi guerrieri piceni, il torques (collaro) era un importante distintivo militare: lo stesso T. Livio nelle Deche, riferendo ad un bottino di guerra, così scrive: …58 segni militari e più speglie militari galliche furono prese e torque d’oro e armille in grandissimo numero….  
4 Desta curiosità la traduzione di grandi storici del 1500 / 1600: in due paginette (11x16 cm) ben 11 volte scrivono Francesi riferendosi ai galli di Brenno.

5 Devoto

domenica 24 gennaio 2016

mercoledì 16 aprile 2014

Dalla rivista KORAZYM - Marche: nell’Abbazia di San Claudio la tomba di Carlo Magno. Simone Baroncia

Link: http://www.korazym.org/14089/marche-nellabbazia-san-claudio-tomba-carlo-magno/ 12 aprile 2014 ____  Cultura _____ di Simone Baroncia ____________________ “A poca distanza da qui, in luogo ancora non identificato, 1200 anni fa moriva Carlo Magno. Subito ne lavarono il corpo e lo mummificarono. Poi lo rivestirono da imperatore con una corona d’oro sulla fronte e venne un corteo che su di un trono lo portò fino alla Cappella Palatina dove lo seppellirono. I muratori intanto avevano lavorato in tutta fretta per realizzare il casotto dove fu fatto entrare il trono con il corpo dell’imperatore”: in questo modo, a 1200 anni dalla morte di Carlo Magno avvenuta secondo le fonti il 28 gennaio dell’814, lo storico salesiano don Giovanni Carnevale ha ricostruito ciò che sarebbe successo nei dintorni di San Claudio dodici secoli fa, ritenendo, insieme all’ingegner Alberto Morresi, che la bellissima abbazia di San Claudio, in provincia di Macerata (Marche), sarebbe la vera Cappella Palatina di Aquisgrana, ipotesi che dal luglio scorso sarebbe suffragata dal rinvenimento, grazie al georadar, del punto preciso dove si trova una mummia che sarebbe quella di Ottone III. I due studiosi hanno concentrato la loro attenzione sull’arcata centrale d’ingresso dell’abbazia dove ipotizzano possa essere stato tumulato Carlo Magno. Le rilevazioni hanno evidenziato un’area dalle dimensioni di un tuguriolum, proprio come nel Chronicom Novaliciense dal conte di Palazzo Ottone di Lomello (presente alla riapertura della tomba voluta da Ottone III). Questi appunto raccontò che Carlo Magno era seduto in trono con una corona d’oro in testa e dal riflesso più bianco delle analisi si nota come il parallelepipedo sia sviluppato in altezza con una base distante circa mezzo metro dal fondo, appunto come se qualcuno vi sia seduto. L’ipotesi si è tradotta in un volume, scritto dai due studiosi, intitolato ‘Il ritrovamento della tomba e del corpo di Carlo Magno a San Claudio’, nel quale don Carnevale precisa: ”Io stesso, da insegnante di storia, ho sempre riportato la storia nella sua versione ufficiale, ma sono troppe le contraddizioni. Anzitutto qui nella nostra zona abbiamo varie chiese quadrate simili a quella d’Orleans che è documentata come carolingia. Sostenere ancora Aachen come Aquisgrana Carolingia è solo un comprensibile atteggiamento nazionalistico tedesco e non una realtà sostenuta da prove archeologiche o storiche. Ci hanno assicurato il loro patrocinio l’Università Pontificia Lateranense di Roma e il Comitato di Scienze Storiche della Santa Sede. E’ importante che si capisca che la nostra tesi è quella giusta perché la ricerca di fonti combacia con le rilevazioni”. In un colloquio avuto a Macerata lo studioso salesiano mi ha spiegato il legame tra Carlo Magno e la valle del Chienti: “Il legame nasce dal 715, quando arrivano i franchi profughi dall’Aquitania, perché era assediata dai saraceni. Essi, in base ad un accordo tra l’abate di Farfa, Tommaso di Morienna, e il duca di Spoleto Faroaldo, furono dislocati in Sabina, lungo la Salaria, e nel Piceno, lungo il diverticolo che dalla Salaria percorreva per tutta la lunghezza il Piceno con il nome di Salaria Gallica. Quest’area fu denominata ‘Francia’, quando ancora quella comunemente conosciuta con quel nome era ancora chiamata Gallia”. Poi mi ha spiegato che la Cappella Palatina di Carlo Magno ha le caratteristiche della chiesa di San Claudio al Chienti: “Il DNA architettonico di San Claudio è identico a quello di San Vittore alle Chiuse nel Piceno, a Germigny des Prés nei pressi di Orleans e alla struttura del Frigidario omaiade di Khirbat al Mafjar, presso Gerico. Tutti questi edifici hanno in comune una pianta di base quadrata, suddivisa in nove campate. La campata centrale è sormontata da una cupola. Le otto periferiche restanti hanno per copertura una terrazza sorretta da otto crociere sottostanti. Gli edifici dell’oriente e di Germigny sono perfettamente databili: quello della Palestina fu eretto da un califfo omaiade di Damasco e quello di Germigny da Theodulf, un dignitario ecclesiastico della corte di Carlo Magno. Per i due del Piceno non c’è documentazione. La chiesa di Germigny fu costruita ‘instar eius quae in Aquis est’, cioè simile alla Cappella Palatina di Aquisgrana, ma non rassomiglia affatto alla Cappella Palatina di Aachen: non è quadrata ma ottagonale, non ha crociere a sostegno di una terrazza di copertura ma una cupola copre tutto il vano sottostante. Germigny rassomiglia invece in tutto agli edifici piceni e San Claudio ha in più un matroneo per le matrone della corte. Altri matronei esistevano solo a Costantinopoli e a Ravenna. La conclusione che San Claudio è la Cappella Palatina di Carlo Magno si pone con tutta evidenza”. E a prova di questa ricerca mi ha ribadito che anche Pipino il Breve, padre di Carlo Magno, è sepolto nella Collegiata di San Ginesio, documentato in un’apposita pubblicazione edita nel 2010 dal titolo ‘Il rinvenimento delle sepolture di Pipino il Breve e di sua moglie Berta nell’attuale Collegiata di San Ginesio’: “Precisiamo che nelle fonti carolingie e sassoni il termine Aquis Grani non fa mai riferimento ad un agglomerato urbano ma ad un territorio irriguo. Ancor oggi per i francesi Aquisgrana è Aix la Chapelle, cioè le acque termali presso cui sorgeva la Cappella palatina. Le guerre condotte dai suoi predecessori e da lui stesso avevano concentrato nelle sue mani un bottino di guerra costituito da una grande massa d’oro. Egli impiegò parte di quest’oro per ridare all’occidente una nuova capitale”. Inoltre l’identificazione d’Aquisgrana in Val di Chienti permette di localizzare nel Piceno anche la ‘Nuova Roma’ costruita da Carlo Magno, come riferiscono le fonti dell’epoca: “Ad Aachen il solo edificio che sia ritenuto carolingio è la cosiddetta Cappella Palatina, Duomo dal 1931, ma abbiamo già detto che l’edificio risale al Barbarossa. Invece, ciò che le fonti dicono sulla ‘Nuova Roma’ carolingia trova riscontro nell’ambiente geografico e nei vistosi resti urbani antichi della Val di Chienti. Troviamo le rovine d’una città antica con le caratteristiche della ‘Nuova Roma’ descritta da Angilberto: un’arx sulla sommità del colle, un teatro, terme, balnea o piscine, un anfiteatro, resti d’altri edifici. Le rovine coprono un’ampia zona e mostrano caratteri propri dello stile bizantino–orientale. La cultura ufficiale, fuorviata da Aachen, le ritiene rovine dell’antica città romana di Urbs Salvia e le fa risalire al sec. I dell’era cristiana, benché la popolazione locale mantenga vivo il tradizionale, antico nome di Roma… Oggi le imponenti rovine della Nuova Roma carolingia coprono nelle Marche la più estesa zona archeologica pervenuta dall’antichità. Abbiamo sicuri indizi che ancora dopo il Mille le rovine della città erano praticamente ancora in piedi: a partire dal 1140 i Cistercensi vi attinsero i materiali per costruire la loro abbazia ‘ad Aquas Salvias’, oggi abbazia di Fiastra”.