lunedì 29 novembre 2021

Giglio di San Claudio

Resti ritrovati a san Claudio:
uno scomparso per sempre? l'altro in bella mostra pronto per essere trafugato, considerato il moda con cui sono custoditi i beni archeologici!




 

giovedì 25 novembre 2021

Le ricerche della Sahler nascondono un sottile depistaggio storico?

C'è chi fa le pulci al libro della Sahler

L'architettura carolingia di San Claudio al Chienti

di Albino Gobbi

24 La rucola 276 - maggio 2021 1


                                                                                   San Claudio



                                                                            Palazzo Hisham 



 

San Claudio, San Vittore alle Chiuse, Santa Croce dei
Conti e Santa Maria delle Moje hanno certamente un'ar-
chitettura carolingia: lo dice H. Sahler nel suo studio su
queste chiese marchigiane.
(I) L'intellighenzia locale,
avendo conosciuto i risultati in "quarta lettura", non si è
accorta di questa conclusione a cui è giunta la studiosa
tedesca, ritenendosi appagata dalla sola notizia che l'edi-
ficio di Corridonia sarebbe stato costruito intorno al 1030.
In effetti il tomo della Sahler è molto complesso, con di-
verse chiavi di lettura, ambiguo, contradditorio, pieno di
forse, probabilmente,ecc. e di certezze non dimostrate da
documenti. Dice infatti: "Con l'ausilio dei confronti stili-
stici è stato possibile datare la chiesa tra il lO l O e 1040
(2)". Poi: "Durante l'episcopato del vescovo Uberto si
hanno tutti i presupposti politici ed economici necessari
all'edificazione di S. Claudio ... è perciò molto probabile
che il vescovo Uberto faccia erigere la chiesa ed il palaz-
zo di S. Claudio proprio negli anni intorno al 1030"
(3).
Nel sommario di pagina 237 afferma: "Il vescovo Uberto
di Fermo si fece costruire in un posto strategicamente im-
portante verso il 1030 la chiesa a due piani di S. Claudio"
ma due pagine prima nel sommario scritto in inglese dice:
"probabily around 1030". Non serve conoscere la lingua
per tradurre probabily con probabilmente, quindi in italia-
no afferma con certezza che la chiesa è stata costruita nel
1030 mentre in inglese questa certezza non c'è. La studio-
sa senza portare prove afferma con certezza ciò che a pa-
gina 63 aveva solo ipotizzato. Pensa forse che gli italiani,
notoriamente approssimativi, possano credere che la data
di costruzione sia dimostrata da documenti, mentre quan-
do si rivolge al mondo accademico internazionale, non
avendoli trovati (i documenti), fa intendere che la data di

 


costruzione di S. Claudio sia solo frutto di una sua ipote-
si? Andiamo a vedere le chiese carolingie marchigiane
che avrebbero fatto da modello al gruppo di edifici a cro-
ce greca iscritta secondo l'interpretazione di H. Sahler. La
chiesa carolingia per eccellenza dovrebbe essere quella di
Aquisgrana iniziata il 790 e forse inaugurata nell'800
(4).
La nostra studiosa,visto che considera come chiesa fatta
costruire da Carlo Magno l'attuale cattedrale di Aachen in
Germania, avrebbe dovuto metterne la piantina tra le 277
foto e profili grafici che riempiono il suo corposo volume.
Mette fotografie di pilastri,semipilastri, plinti, capitelli,
arcate, epigrafi, iscrizioni, ponti, facciate, absidi, lesene,
navate, campate, calotte, tamburi, tribune, frammenti di
decorazioni, chiostri, ma non la piantina della chiesa di
Aachen.
Visto che afferma che è in base ai confronti stili-
stici che ha datato la chiesa di S. Claudio al 1030, per
quale motivo non ha messo la piantina della cattedrale di
"Aquisgrana" così da procedere al necessario confronto?
Forse non l'ha messa perché i lettori avrebbero, da soli,
confrontato il quadrato della chiesa carolingia di S. Clau-
dio con l'ottagono della chiesa carolingia di Aachen?
O
forse non l 'ha messa perché i lettori avrebbero da soli
confrontato i quattro pilastri al centro della chiesa caro-
lingia di S. Claudio con gli otto pilastri in circolo della
chiesa carolingia di Aachen? Forse non l'ha messa perché
i lettori avrebbero da soli confrontato le cinque absidi del-
la chiesa carolingia di S. Claudio con l'unica abside della
chiesa carolingia di Aachen che solo lei vede? Fuggendo
da questo confronto stilistico, Hildegard Sahler si limita a
dire che "Aquisgrana" è una chiesa doppia come S. Clau-
dio. Dice anche che S. Claudio farà da modello ad altre
chiese e tre sono le sue caratteristiche presenti nella pian-
ta e nella sezione:
l - le absidi sono addossate al quadrato
base sui lati nord, est e sud; 2 - il quadrato base è "artico-
lato" attraverso quattro pilastri; 3 - ha due piani. Conside-
rando questi elementi, S. Claudio ha quattro caratteristi-
che non tre come scrive: la quarta è il quadrato base che

 



la Sahler non enumera, ma sottintende nelle prime due ca-
ratteristiche
(5). La brava studiosa, se non fosse stata di
parte, avrebbe dovuto dire che la pianta di S. Claudio ha
fatto da modello alle
alme chiese del gruppo marchigiano
con le seguenti peculiarità:
l - pianta quadrata; 2 - quattro
pilastri al centro; 3 - cinque absidi. Queste sono le vere
caratteristiche comuni a S. Claudio, S. Vittore alle chiuse,
S. Croce dei Conti, S. Maria delle Moje e pure al Duomo
vecchio di S. Severino (purtroppo chi ha scavato non si è
accorto che ha la stessa pianta di queste altre quattro chie-
se)
(6). Solo S. Claudio, ora, è una chiesa doppia e quindi
diversa dalle altre del gruppo, ma in passato è stata una
unica chiesa, visto che la campata centrale è integra per-
ché costruita successivamente. Inoltre Sahler mette in evi-
denza che la campata centrale superiore non ha nei pila-
stri sud "i serventi d'angolo in funzione delle nervature
delle volte, rivolti verso la campata centrale. Perciò qui
non sarebbe stato possibile costruire una volta a crociera
e si potrebbe ipotizzare quale copertura una cupola, a
vantaggio di una maggiore accentuazione centrale, per
esempio una cupola su trombe con un tamburo ottagona-
le, come la si vede più tardi nella chiesa di S. Vittore del-
le Chiuse"
(7). Comunque la pianta è come la mamma,
sempre certa, l'alzato, dopo più di mille anni,
forse ... è
certo! Lei deve ammettere che l'ottagono di Aachen ha
come modello S. Vitale a Ravenna,
(8) ma nel mare di ci-
tazioni fatte (ben 971 note) si guarda bene dal parlare del-
l'ottagono dell'abbazia dei Santi Pietro e Paolo di Ot-
tmarsheim: perché non ha paragonato Aachen con questa
chiesa alsaziana? Lei tedesca non la conosce solo perché
ora si trova in Francia? Forse perché avrebbe dovuto am-
mettere che Ottmarsheim consacrata nel 1049 da Leone
IX è più rozza quindi precedente ad Aachen? "Non si è a
conoscenza di una chiesa precedente"
(9) a S. Claudio (de-
ve pur ammettere la studiosa) e per questo motivo con-
fronta solo le singole parti che la compongono. Cita rapi-
damente le chiese armene di Wagharschapaht e alcune
delle chiese un tempo presenti a Costantinopoli ma esclu-
dendo che siano state usate come modello, per la troppa
distanza dalle Marche. Cita, invece, le chiese pugliesi di
Castro ed Otranto, ignorando la ben più importante, per-
ché doppia, Chiesa di S. Maria Maggiore di Siponto esi-
stente già nel 493, quando sette Vescovi del territorio vi
si riunirono per poi recarsi alla grotta di San Michele Ar-
cangelo e aprirla al culto
(IO). Sbaglia ancora grossolana-
mente quando afferma, per ben due volte, che S. Claudio
è un triconco (tre absidi) mentre ne ha cinque. Ignora del


tutto l'architettura erroneamente definita araba del sud del
Mediterraneo, in particolare quella della Siria, che prima
del 1000 era il centro della cultura. Tra i moltissimi edifi-
ci costruiti in Medio Oriente, durante il cosiddetto Medio
Evo, ricordo Santa Maria Teotokos a Gerusalemme: era
talmente imponente che nessun'altra chiesa poteva reg-
geme il confronto, compresa Santa Sofia di Costantino-
poli. La stessa moschea della Roccia assomiglia alla chie-
sa del Santo Sepolcro perché costruita da architetti e mae-
stranze bizantine
(Il). Il Califfo al-Mansur affidò la pro-
gettazione della città di Bagdad (762) a un architetto di
fede zoroastriana e a uno di religione ebraica
(12). Nei 250
anni dopo la conquista araba la maggioranza della popo-
lazione della Siria di allora era rimasta non musulmana.
La cultura araba è un'etichetta che contiene, nella sostan-
za, il patrimonio di conoscenze greco-giudaico-cristiane
di Costantinopoli, come il sapere di Copti e Nestoriani. I
moltissimi fabbricati edificati da maestranze locali o limi-
trofe dimostrano la grandissima capacità nel costruire che
aveva la regione compresa tra il Mediterraneo, l'Armenia
e la Persia. Una di queste strutture, ignorata dalla Sahler,
si trova vicino Gerico, è il palazzo Hisham, a Khirbat al
Mafjar: basti dire che vi
è un mosaico di 825 metri e che
per la sua imponenza è stata definita la Versailles araba.
Studiato da R. W. Hamilton e O. Graber, il frigidarium di
questa reggia invernale del Califfo ha la stessa pianta a
scacchiera di S. Claudio al Chienti, come si vede sovrap-
ponendo i due disegni, cambia solo la dimensione, aven-
do sedici pilastri l'edificio palestinese e solo quattro quel-
lo marchigiano. Le absidi hanno la stessa tecnica costrut-
tiva, i piani di posa dei mattoni non sono paralleli l'uno
all'altro, come nella tradizione occidentale, ma convergo-
no verso il centro di curvatura. Studiando un'abside di S.
Claudio si ricava che è uguale alla descrizione che R.W.
Hamilton fa di un'abside di Khirbet Al Mafjar: "La semi-
cupola era un po' più di un quarto di sfera. Il centro e il
diametro si trovano 38 cm. dietro la corda dell'abside. La
parte frontale della volta includeva di conseguenza la
chiave di volta ... "
(13). Pur avendo citato il lavoro di Car-
nevale del 1993, "San Claudio al Chienti e le chiese a cro-
ce greca iscritta nelle Marche", per quale motivo la Sahler
non ha contestato questo collegamento con l'origine me-
di orientale delle nostre chiese marchigiane? Non è stata
in grado di farlo e dovendo, ideologicamente, affermare
che S. Claudio è, sì, in stile carolingio ma non fatta co-
struire da Carlo Magno, ha volutamente ignorato la Ver-
sailles araba di Gerico.
continua


 

lunedì 8 novembre 2021

Le opere salvate dal terremoto esposte ad AMANDOLA

 



Il Comune di Amandola ha allestito nell’ex collegiata una mostra dedicata alle opere d’arte salvate dal sisma

La mostra resterà aperta fino ad agosto 2022. 

Sarà visitabile nei giorni festivi e sempre nei mesi estivi. Il costo dell’ingresso è di 3 euro.

mercoledì 27 ottobre 2021

Con l'alibi di ricordare il santo del giorno il Prof. Enzo Mancini ci parla della Francia picena.

 Santo del giorno del 26 ottobre 2021: san Folco Scotti


    Ne ho scritto esattamente da un anno, ma questo santo mi ritorna alla carica. Scrive di lui il sito “Santodelgiorno.it”: Nato il 1165 a Piacenza, morto il 16 dicembre 1229 a Pavia. Da famiglia di origini irlandesi, non scozzesi, (come può far pensare il nome). Giovane di ingegno vivace, fu mandato a completare i suoi studi di teologia a Parigi, capitale intellettuale dell’Europa cristiana.

    Per conferma cerco su “it.wikipedia.org”: E’ stato il quarantanovesimo vescovo di Pavia… a vent’anni entrò presso i canonici regolari di sant’Eufemia e andò a studiare teologia alla Sorbona.

    Resto su wikipedia per il termine Sorbona: Il nome designava in origine il collegio fondato da Robert de Sorbon, cappellano e confessore del re san Luigi, nel 1253, ma il termine Sorbona viene utilizzato anche per indicare, più genericamente, l’antica università di Parigi medievale ( esistita dal XIII secolo fino al 1793). Continuo col nome di Robert de Sorbon: … Iniziò a insegnare intorno al 1253 e nel 1257 fondò il collegio della Sorbona … Successivamente il collegio divenne un importante centro di insegnamento e divenne il nucleo di quella che sarebbe diventata l’Università di Parigi.

    Concludendo, a chi devo dare retta? Come faceva il giovane Folco a studiare teologia in una università che ancora non c’era? In questa fantomatica sede universitaria ci studiò anche Innocenzo III, prima di diventare papa, pressappoco in quegli stessi anni.

    Io una spiegazione me la sono data. Quando frate Elia dopo il 4 ottobre 1226 scrive a frate Gregorio da Napoli, ministro dei frati che sono in Francia, per dare la notizia della morte del fondatore dell’ordine, la lettera non valicò le Alpi ma gli Appennini, per arrivare in provincia di Macerata. Era qui che stava il gruppo più numeroso di seguaci del “ poverello di Assisi”, nella “ Terra dei Fioretti”, a quella data. Senza tema di smentite. Ha detto Carlo Bo: “San Francesco è nato ad Assisi ma il Francescanesimo è nato nelle Marche”.

    Come potevano stare nella Francia attuale, dal momento che nel 1209 da Innocenzo III fu bandita la crociata contro gli Albigesi, che si concluse solo dopo 20 anni, nel 1229? Come mai nessun frate francescano fu preso per cataro e mandato sul rogo? (tanto ci avrebbe pensato il Padre Eterno a riconoscere i suoi ).

    Il “ginepraio inestricabile” della questione francescana  rimarrà tale finché i biografi del patrono d’Italia continueranno a scrivere che nelle Marche san Francesco ci ha messo piede solo per imbarcarsi ad Ancona per la Terrasanta.

    Mancini Enzo           26 ottobre 2021    Macerata

martedì 19 ottobre 2021

L'ora illegale, secondo il Prof. Enzo Mancini

 L’ora illegale.


   Ai tempi di Carlo Magno questo problema non ce lo avevano.
E’ vero che dall’oriente gli avevano regalato un orologio ad acqua, ma dopo un giorno, credo fermamente, passata la curiosità della novità,​ lo avrà a sua volta riciclato ai suoi paladini: così non gli avrebbero più fatto perdere tempo con la scusa di non conoscere l’ora esatta dei loro impegni.​
Noi invece abbiamo a che fare con questo inutile stress, uno dei tanti che ci regala la vita moderna.​
Quando fu introdotta per la prima volta la trovai abbastanza divertente: nel 1965 avevo 14 anni ​ e l’impressione di poter vivere un giorno di 25 ore. Ora che ho superato i settanta invece l’impressione è che mi restino solo giorni di 23 ore per il tempo che mi resta da vivere.

      A primavera, quando le lancette dell’orologio vanno spostate in avanti, senza prendere nessun volo trans-continentale, tutti abbiamo il Jet lag, chi più chi meno, ma tutti.​ Si tratta di emicrania, difficoltà di movimento, di eloquio, di vista, astenia, ​ gola secca, contrazioni tonico cloniche dei muscoli e forse anche altro. ​
In autunno, quando le lancette si devono spostare indietro e si ritorna all’ora solare, è ancora peggio. Sembra all’improvviso di piombare in pieno inverno, anche se le temperature sono ancora miti. Ci prende una depressione che è diffusa nei paesi nordici, legata alla diminuzione ​ di luce solare nella giornata.     
Sanno tutti che in Svezia si registra un aumento di suicidi nella stagione invernale. L’ora legale ha diffuso questo tipo di depressione anche alle nostre latitudini, oltre allo stress.

​    Beniamino Franklin aveva tante belle pensate, ma questa dell’ora legale ce la poteva risparmiare. Che poi ci si guadagnano soldi a me sembra opinabile, perché non mi trovavo in tasca una lira di più, quando c’era la lira, e ora che c’è l’euro idem.
     Se una ditta pensa di guadagnarci, cambi i propri orari di lavoro e lasci in pace il resto della popolazione.
      I paesi del Nord Europa hanno già deciso di abolire l’ora legale.

 

    Dove hanno fatto sondaggi, in Francia, tre persone su quattro hanno chiesto di abolirla. 
    Voi che ci governate in Italia fatene almeno una buona : risparmiateci questo stress gratuito e questa depressione. Vi assicuro che ci ​ saranno meno cittadini portati ad affermare: “Piove, governo ladro.”

Mancini Enzo​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ Macerata 19 ottobre 2021

martedì 31 agosto 2021

venerdì 16 luglio 2021

Donazione di Pipino? Illusorie promesse?

Il Dott. Graziosi molto legato alla storiografia classica/tradizionalista oscura nella sua relazione, intenzionalmente, le novità storiche relative ai rapporti tra Papato, Longobardi e Carolingi introdotte dalla tesi del Prof . G. Carnevale, elaborata  da una attenta rilettura delle fonti storiche.

Riporto uno stralcio del libro nel quale vien definita “VAGHEGGIATA “ la Donazione di Pipino


 ........

    Già a Roma nel 767 vi erano stati gravi disordini e le opposte fazioni avevano tentato di coinvolgere i Franchi e i Longobardi nelle loro contese. Stefano III, eletto papa il 1° agosto 768, quando aveva cominciato a temere che la collusione tra Carlo e i Longobardi si sarebbe risolta a danno della Santa Sede e del vagheggiato Stato Pontificio, si era accostato a Carlomanno che, non ancora ventenne, già era in contrasto col fratello Carlo, forse infastidito dal suo protagonismo in Italia e stimolato da sua moglie Gerberga, figlia di re Desiderio. 

    Nonostante l’attività diplomatica dispiegata dalla vedova di Pipino, il controllo di Roma si rivelò un inestricabile nodo gordiano fra i contrastanti interessi di Carlo, Carlomanno e Desiderio. 

    Gli eventi precipitarono quando il 4 dicembre 771 Carlomanno morì, Carlo Magno riunì nelle sue mani tutto il regno dei Franchi e Gerberga, la vedova di Carlomanno, si rifugiò presso il padre Desiderio, che intanto aveva ripreso i tentativi di piegare con la forza il papa ai suoi disegni politici. Nel settembre 773 Carlo pose l’assedio a Pavia. I Franchi del Piceno, rimasti isolati ed esposti alle rappresaglie del nemico, sotto la guida del “nobilissimo” Hildeprand si rifugiarono a Roma presso papa Adriano, che li accolse, ma volle che si “romanizzassero” tagliando le fluenti capigliature barbariche e gli giurassero fedeltà, perché considerava le terre da dove erano fuggiti Patrimonium S. Petri. 

    Perdurando ancora l’assedio a Pavia, Carlo Magno venne a Roma per incontrare i profughi e fissare con essi e con papa Adriano il futuro assetto sia del Piceno che di tutta l’Italia peninsulare. Il primo problema fu risolto procedendo all’immediata elezione a duca di Spoleto del “romanizzato” Hildeprand e, quanto al secondo, si fornì al papa una promissio che Roma avrebbe controllato tutta l’Italia peninsulare, con un confine che sarebbe andato dalla Cisa a Monselice. Né l’accordo per “romanizzare” subito il ducato di Spoleto, né la “promissio” sarebbero mai stati attuati. Lo avrebbero reso inattuabile lo sviluppo di Aquisgrana e l’ulteriore intensificarsi dell’insediamento franco nel Piceno. L’equivoco della configurazione politico-giuridica di Aquisgrana, teoricamente riconosciuta di pertinenza del Papato ma di fatto sede del nuovo Impero Romano d’Occidente, continuò a pesare sui futuri rapporti tra imperatori romani e papato. L’equivoco non fu mai sciolto. Prima di consacrare un nuovo imperatore Roma esigeva il rinnovamento della promissio poi tutto restava come prima. Solo la Chiesa della “Riforma” riuscirà, sulle rovine della Firmensis Monarchia e con la lotta per le investiture, a gettare le premesse del futuro Stato Pontificio.

.......

mercoledì 9 giugno 2021

Pubblichiamo una gradita relazione del Dott. Nazareno Graziosi

 

LA DONAZIONE DI PIPINO E LA NASCITA DELLO STATO PONTIFICIO

 

Trattando della toponomastica di Loro Piceno (Loro da alloro), tra le varie località correlabili alla mitologia dell’alloro, abbiamo inserito anche Monte Luro  (Montlur), frazione  di Tomba di Pesaro (dal 1938 Tavullia); l’antico castello, (chiamato Montem Lucari o Lucati) compare nella sedicente Donazione di Pipino, e con il nome di Castrum Lauri è citato in un documento del 1182” (da La Romagna Geografia e Storia - Emilio Rosetti – 1893).

PREMESSA: Sacrifici e Donazioni

Gli Antichi popoli italici donavano le primizie e la “decima”  alle numerose divinità,  con il celato desiderio di avere propizi i loro Dei (e relativi sacerdoti). I sacrifici e le offerte erano correlati ai riti, alle  preghiere e alle invocazioni. Il Ver sacrum, secondo Tito Livio XXII, era un voto con il quale i popoli italici (Piceni compresi, secondo Dionigi di A.- storia di R.-  L 1) consacravano e sacrificavano: vegetali, animali e uomini, nati nella primavera. In periodo storico la sorte dei giovani cambia: superata la pubertà, dovevano abbandonare la “patria”. Secondo Plinio (Nat. Hist.) i Piceni sarebbero originati dal Ver sacrum dei Sabini: abbiamo espresso dubbi su questo argomento1.

I sacrifici avevano varie finalità: purificatorie (Vedi Giovanni Rocchi - Tavole Iguvine – 2009) , espiatorie, propiziatorie.  I sacrifici cruenti e/o umani, se pur rari, dovevano essere praticati, come si desume dal mito di Ifigenia e dalla Genesi (22: 2/3).

A.          Secondo la mitologia greca, per riparare le colpe di Agamennone, doveva essere “sacrificata” la sua primogenita Ifigenia, la quale fu cambiata con una cerva dalla dea Artemide.

B.          Genesi 22:2:  “Prendi ora tuo figlio Isacco e offrilo in olocausto…” (Genesi 22:3). Abramo… si accinge a sacrificarlo; ma un angelo scende a bloccarlo e gli mostra un ariete da immolare come sostitutivo.”

In molte civiltà si afferma il concetto della (volontaria)  donazione della propria vita per il bene della patria, della società o per un ideale. Il cristianesimo interpreta la morte di Cristo come offerta per i peccati del mondo.

LE “DONAZIONI” DI IMPERATORI, RE E DUCHI

Esse vanno intese come imposizioni emanate al fine di dimostrare la propria potenza e l’autorevolezza; ma anche per evitare inutili spargimenti di sangue. Non vanno confuse con le regalie praticate dai re Merovingi, a partire da Clodoveo (466 / 511); i beneficiari di modesti territori erano i conventi, 3 e le chiese

La “sedicente donazione di Pipino”, stimola la curiosità e suscita interesse.

Si ritiene utile riportare alcuni testi relativi alla “Donatio Pipini”. Ricordato che: la Gallia Togata entra in ambito romano dopo il 268 a. C.2. Per conoscere quel territorio come Esarcato: “Si dee sapere qualmente nell’Anno 557 dalla Salute nostra, fu fatto un Maestrato nominato Esarco, da Giustino Imperatore… (L. Alberti Bolognese - Discrittione di tutta l’Italia - Venezia  1596):

·                   Dallo steso Alberti: “nel 568 l’Italia fu invasa e sottomessa dai Longobardi di Alboino. Costoro giunsero dalla regione della Pannonia… costringendo i Bizantini ad arretrare. Dopo aver occupato l’area dell’odierno Friuli Venezia-Giulia, i Longobardi estesero progressivamente il proprio dominio…, dando vita a un regno indipendente in grado di contrapporsi al dominio bizantino. Questa situazione fu di fatto ratificata nel 603, quando l’Italia venne politicamente divisa tra la Romània (da cui prende il nome la regione dell’attuale Romagna) e la Langobardia (da cui deriva il nome Lombardia)”.

·          Da Antonio Matscheg (Lezioni di Storia Universale - 1866: pag 149 e seg.) “I Papi fino dal tempo dell'invasione dei Longobardi in Italia, avevano governato il ducato di Roma, col consenso dell'imperatore... Vari duchi longobardi ed anche Liutprando (loro re fino dal 712) si allearono col Papa, ma conquistarono per sè la Pentapoli, Ravenna ed altre città greche fra cui Sutri appartenente al ducato di Roma. Liutprando fece poi donazione di Sutri alla Santa Sede: prima Donazione di tal fatta. Ma il Papa, riavuta Sutri… indusse i  Veneziani a ristabilire l'esarca (Eutichio) in Ravenna, il che infatti seguì nel 729. Liutprando strinse alleanza coll'imperatore contro il Papa (Gregorio III dal 731 al 741)….  Liutprando perdute contro di lui quattro città del ducato, dopo aver ricorso inutilmente all'imperatore, chiamò in ajuto Carlo Martello maggiordomo dei Franchi, ma ebbe da esso solo buone parole. Il Papa Zaccheria (741 -752) indusse a pace Liutprando, il quale gli restituì le tolte città, ed inoltre per devozione verso la S. Sede fece ad essa donazione di parecchie altre città e terre. Il re Astolfo (749-756)… conquistò contro i Greci l'Esarcato e la Pentapoli, ed invase lo stesso ducato di Roma. Il Papa Stefano II… ricorse a Pipino il piccolo che era stato eletto re dei Franchi coll'assenso del Papa Zaccaria ; questi (Pipino) discese, vinse Astolfo e fece donazione alla S. Sede dell' Esarcato e della Pentapoli... Desiderio ultimo re dei Longobardi (756-774) venuto a guerra con Carlo Magno perdette il regno che passò ai Franchi (774)”.

·          Alessandro Manzoni – (Opere varie… Parigi 1853): all’Adelchi premette il “Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia”;  da pag 155:

“Alla metà dell'ottavo secolo il continente italico era occupato dai Longobardi, salvo …, l'Esarcato di Ravenna tenuto ancora dall' Impero (di Oriente)… Roma col suo ducato apparteneva pure in titolo agl'imperatori; ma l'autorità loro vi si andava di dì in dì restringendo ed affievolendo e vi cresceva quella dei pontefici. I Longobardi corsero (corsareggiavano)... alcune terre e tentarono anche di ridurle a stabile soggezione.  Nel 754 Astolfo re dei Longobardi invade, e minaccia le terre del ducato romano. Stefano Il° si porta a Parigi, e chiede soccorso a Pipino, ch'egli unge in re de' Franchi: scende questi in Italia, caccia Astolfo in Pavia e per la intromissione del papa, gli accorda un trattato, in cui Astolfo giura di sgomberare le città occupate. Nel 755 Ripartiti i Franchi, Astolfo non tiene il patto, anzi pone l' assedio a Roma, e ne devasta i contorni. Stefano ricorre di nuovo a Pipino ; questi scende di nuovo… spinge Astolfo in Pavia. Presso a questa città si presentarono a Pipino due messi di Costantino Copronimo imperatore, a pregarlo che rimettesse all'Impero le città dell'esarcato, le quali per le armi dei Franchi venivano ad essere spazzate di Longobardi. Ma Pipino giurò ch'egli aveva combattuto per amore di S . Pietro, e per mercede de' suoi peccati… e che ad altri non darebbe per nulla ciò che aveva già offerto a S . Pietro… Pipino tornossene in Francia e mandò al papa la donazione in iscritto”.

·          Dal  sito del Comune di Sassofeltrio: “Fonti storiche lo citano fin dal 756 d.C. quando Sassofeltrio entrò a far parte dello Stato della Chiesa con la donazione fatta da Pipino Re dei Franchi al Beato Pietro”.…

·          Da Cathopedia, (enciclopedia cattolica) La donazione di Pipino il Breve a papa Stefano II (754). “La Promissio Carisiaca (nota anche come Donatio Carisiaca, donazione di Pipino, trattato di Quierzy o donazione di Quierzy) sarebbe stato un atto… con il quale Pipino il Breve, nel 754 avrebbe promesso a papa Stefano II la restituzione delle terre strappate alla Chiesa dal re longobardo Astolfo. Il territorio in questione corrispondeva all'Esarcato di Ravenna , Pentapoli, il ducato di Spoleto e quello di Benevento, le terre dalla Lunigiana a Parma e a Monselice e, la Corsica e Venezia.

Pipino e il Pontefice avevano avuto già altri incontri in precedenza... a Braisne (1º marzo del 754) e una seconda a Quierzy, in Francia, il 14 aprile, giorno di Pasqua, in cui si decise di muovere guerra ai Longobardi.

Le terre che vennero riconquistate furono poi effettivamente donate alla Chiesa nel 756, sancendo la creazione dello Stato Pontificio… già istituito dalla donazione di Sutri.

·          Da Treccani enciclopedia: “CAPITOLARE DI Quierzy … Centro della Francia settentrionale, nel dipartimento dell’Aisne…, presso la riva sinistra dell’Oise. I sovrani dell’età merovingia e carolingia vi avevano una loro residenza (Carisiacum palatium) …PATTO DI Q. stretto nel 754 tra papa Stefano II e Pipino il Breve re dei Franchi: quest’ultimo, in cambio della rinnovata consacrazione da parte del papa della sua nuova dinastia, si impegnava a scendere in Italia contro il re longobardo Astolfo; in caso di vittoria, alcuni territori, tra cui la Corsica e i ducati di Spoleto e di Benevento, dovevano annettersi al ducato di Roma, considerato come già appartenente alla Chiesa.”

·          Da Treccani: “Fermo Antico centro dei Piceni, fu poi colonia romana di diritto latino (Firmum Picenum)...fu compresa nella donazione di re Pipino alla Chiesa, divenendo poco dopo (776 circa) il centro del comitato, poi della Marca fermana… Nel 1808 fece parte del Regno d’Italia, capoluogo del dipartimento del Tronto”.

CONCLUSIONE

Dai testi sopra riportati (e altri), è difficile credere che la “Donazione di Pipino” possa essere definita “sedicente” anche se la pergamena originale non è reperibile.

Pipino ha spesso  valicato le Alpi; l’Italia centrale era sotto il suo controllo con le donazioni... e con le armi.

L’utilità del supporto della Chiesa è da collegarsi alla conversione di Clodoveo.

Forse Pipino portava con sé il figlio. Poi Carlo Magno ha seguito gli insegnamenti; la strada e le “vie” le aveva aperte il padre.

La “Donatio Pipini” (intesa come elargizione alla Chiesa) sopravvive ai secoli e prende il nome di Concessio, come desumibile dal  Foglietti in Documenti Dei Secoli XI E XI – 1879: (pagina 4) “Concessio quam fecit Rampa Ecclesie Firm . …, Anno 1055… pro quia d. Carolo imperator consítuerat (stabiliva) nel suo capitulario”, si spera di trovare quel “capitulario”.

NOTE

1.    Il ver sacrum e il Piceno (https://www.larucola.org/2020/08/13/ricostruire-la-storia-attraverso-i-testi-di-antichi-autori-il-ver-sacrum-e-il-piceno/)

2.     Il territorio dei Piceni... (www.larucola.org/2020/09/20/il-territorio-dei-piceni-era-piu-vasto-di-quanto-si-crede-comprendeva-anche-rimini/)

3.    Clodoveo tra guerre e religione https://www.larucola.org/2017/11/17/i-salii-uniti-con-altri-popoli-si-sostituiscono-al-potere-dei-romani/


giovedì 27 maggio 2021

Il Prof. Enzo Mancini ci parla dello "Studium Parisiense".

              Dove era Parigi, cioè l’Universitate Parisius, nel “ saeculum obscurum”? 
         In un articolo del 5 marzo 2020 su “ la Rucola” la signora Simonetta Borgiani mi fa presente il suo dissentire dalla mia ricostruzione sulla localizzazione della Parigi primigenia nella Francia Picena. 
         Mi scuso di aver letto l’articolo solo dopo un anno, ma non c’è prescrizione in questi argomenti.             Anche un’altra Simonetta, la Torresi, ha scritto di Parigi localizzata nell’attuale Macerata. La seconda Simonetta, già a conoscenza della mia opinione, mi ha voluto scusare dicendomi che avevo letto libri diversi dai suoi. 
        Ma io vorrei far presente che non ho nessun problema ad ascoltare ricostruzioni diverse dalle mie, anzi sono contento che se ne parli, che a qualcuno l’argomento interessi. 
        Comunque mi pare opportuno puntualizzare qualche aspetto della questione. 
        Se “Lutetia parisiorum” è un toponimo, un luogo che oggi è diventato Parigi, la metropoli transalpina, lo “Studium Parisiense” era una scuola, quella di più alto livello che poteva starci in quei tempi. 
        Questo ho capito e di questo sono convinto. 
        Scrive l’abate Frobenius Forster, un erudito tedesco del XVIII secolo, che un tal Tritemio, non meglio identificato, ha scritto prima di lui, che lo “Studium Parisiense” fosse “ a Roma translatum”. Quindi nella Francia Picena Parigi non era un toponimo ma una scuola che si poteva spostare da un paese ad un altro
        Perciò non posso escludere che in un periodo più “obscurum “ del solito, come ai tempi del processo cadaverico di papa Formoso, questo "studium" si potesse trovare nei luoghi dove oggi si trova Macerata. (Secondo me questo processo orripilante si svolse nel castello di Lornano, a Ornat, dove un diacono pronunciò, a posto del papa defunto, la professione di colpa.- Pag. 201 del volume IV di Storia della Chiesa – diretta da Hubert Jedin ). 
        Ma ai tempi di Pipino il Breve e di Carlo Magno secondo me lo "Studium Parisiense" si trovava a San Ginesio, o meglio presso il "monasterium sancti Dionisii". 
        Invece ai tempi di san Francesco e di Dante, lo studium si trovava a Camerino, che è, sempre secondo me, il luogo da considerare “la culla della lingua italiana”. E anche il luogo che vide nascere l’amore di Abelardo per Eloisa, ma questo non ditelo ai Francesi. 
        Spero che don Giovanni non mi si rivolti nella tomba, perché non era d’accordo su queste mie uscite. Perché le prove non le ho; lo desumo dai libri che ho letto, (compresi quelli di Giovanni Carnevale e di Simonetta Torresi). 
        Spiegarmi meglio per ora mi risulta difficile; forse lo farò quando e se avrò tempo. In parte ad essere precisi l’ho già fatto in articoli precedenti. 
        Per avere le prove forse dovremo aspettare l’invenzione della macchina del tempo. Ma può darsi che in futuro l’archeologia potrà fare il miracolo anche senza questa macchina. 
        Però solo quando gli archeologi prenderanno sul serio la teoria di Giovanni Carnevale. Chi vivrà vedrà. 
         Mancini Enzo                          Macerata 23 maggio 2021

lunedì 10 maggio 2021

Il Prof. Enzo Mancini ricorda il Prof. Giovanni Carnevale ad un mese dalla sua scomparsa.

A egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti, o Pindemonte. Chissà perché al sentire la notizia della morte di Giovanni Carnevale mi son venuti subito in mente questi versi del Foscolo. “I sepolcri” li scrisse a seguito del napoleonico editto di Saint Cloud. Il mio maestro Nazareno Sardellini in terza elementare me ne parlò chiamandolo editto di San Claudio, confondendomi un poco le idee. La mia scuola elementare era a pochi metri dalla chiesa di San Claudio al Chienti. Per me san Claudio era solo quello e non una vaga località francese che oggi è stata fagocitata dalla metropoli di Parigi. Certo è che senza aver conosciuto questo salesiano, appena passato a miglior vita, mai avrei potuto immaginare di interessarmi a Carlo Magno. Venni a sapere dell’eclatante articolo di don Carnevale, comparso sulla rivista della provincia di Macerata, solo dopo vari mesi, grazie ad un amico che era anche il mio abituale fotografo, Franco Bartolo. Anzi ad essere precisi lo scoop storico uscì ad aprile 1992 e il mio fotografo me ne parlò che era la primavera del 1993: a riprova che quell’articolo era passato sotto silenzio e che non era uscito dall’ambito locale. Io invece caddi dalle nuvole! L’assessore della provincia responsabile di quella rivista, (ricordo il nome ma non merita una citazione), dopo qualche anno se ne lavò le mani come Pilato, dichiarando che mai avrebbe dato il consenso a pubblicare quell’articolo se fosse stato a conoscenza del contenuto. Avrebbe fatto migliore figura a starsene zitto, questo tipico esempio di politico azzeccagarbugli che gravita in questo territorio. I tipi come lui accreditano la fama di provincialismo di Macerata, con cui si divertono “ i Vitelloni” nei salotti della Roma Bene. (Io aborro…) Come se senza di lui lo “Scoop” non ci sarebbe mai stato! Insomma la morte del professor Carnevale mi affolla la mente di ricordi. Nel 1993 mi sentii in dovere di approfondire. Ero della razza mia il primo ad aver studiato al Liceo Classico, anche se poi mi sono laureato in Scienze Biologiche. Nei libri del Liceo avevo letto della disputa sul “Capitulare de villis”. Lo storico austriaco Alfonz Dopsch aveva già dimostrato che Aachen non poteva essere l’Aquisgrana di Carlo Magno, a causa della flora mediterranea citata nel documento, ma la Germania nazista non gli aveva dato credito. Non gli dette peso neanche Marc Bloch, forse per ripicca nel mondo accademico . All’università di Camerino avevo studiato Fitogeografia e mi era chiaro il concetto che le piante non possono mentire. Non ricordo quando ma mi ero imbattuto nel saggio della signora Barbara Fois Ennas sul Capitulare de villis. Mi colpì l’affermazione della docente dell’Università di Cagliari che questa terra misteriosa poteva essere molto meglio la Sardegna che la regione fra la Mosella e il Reno. Per farla breve prima di andare ad ascoltare per la prima volta don Carnevale avevo cercato di documentarmi. Era già l’autunno del 1993 quando mi recai a Treia, nel piccolo auditorium del comune. Non c’era tanta gente, si e no venti persone. Nella sala dove si svolgeva la conferenza c’erano dei banchi di scuola con la buca per il calamaio. Mi sembrò di essere ritornato scolaretto, anche perché nel banco dietro di me sedevano due illustri presidi che mi mettevano soggezione. Erano solo due o tre anni che ero passato di ruolo come insegnante. Dopo poco che don Carnevale aveva iniziato ad esporre la sua teoria sentii i due vicini di banco trattenersi a stento dallo sbellicarsi dalle risa. Era una normale reazione di docenti di lunga carriera. Uno era il preside Vita, che a dispetto del cognome morì pochi mesi dopo. L’altro preside, Cardarelli, dopo l’iniziale dissenso, mi hanno detto che si era convertito alla tesi del professore salesiano. Ritornando a Treia, poco dopo che i due presidi si erano ricomposti, don Giovanni chiese espressamente aiuto “di fronte ad un maremagnum di bibliografia da consultare e documenti da rileggere”. Allora ebbi il coraggio di intervenire dicendo che nel “Capitulare de villis” il sire comandava di produrre il vino cotto, prodotto tipico della nostra provincia, con la famosa sagra di Loro Piceno. Mi resi conto che non lo aveva ancora letto. Questo fu il mio primo contributo prima di pubblicare “Aquisgrana Restituta”. Ma don Giovanni era un tipo tosto: si divertiva di più quando veniva contraddetto piuttosto che quando lo allisciavano. Un poco mi seccò ma poi me ne feci una ragione. Comunque poi il “Capitulare” se lo studiò molto meglio di quanto potevo fare io. "Requiescat in pace”. Quando stava già sulla sedia a rotelle ogni tanto lo andavo a trovare e si discuteva. Non era facile sostenere la mia opinione quando era diversa dalla sua: si accalorava e agitava le sue manone che mi preoccupavo mi potesse arrivare un sonoro scapaccione, nonostante la vecchiaia e l’infermità. Mi dispiace che se ne sia andato prima che il mondo accademico riconoscesse il valore della sua scoperta, ma lui era il primo ad ammettere che ci sarebbero voluti: “molti e molti anni dopo la mia morte. Per accettare Copernico ci son voluti due secoli” Don Giovanni era anche un esperto di Dante Alighieri; come Dante non ebbe un buon rapporto con la madrepatria Firenze anche lui non ha avuto un buon rapporto con la cultura italiana, e nemmeno con quella estera. Ho affermato più volte che avrebbe meritato un Nobel, eppure non lo hanno nemmeno citato su Wikipedia. Ma credo di essere un facile profeta rivolgendomi al vecchio salesiano e prendendo in prestito una terzina del XV canto dell’Inferno: "La tua fortuna tanto onor ti serba che l'una parte e l'altra avranno fame di te; ma lungi fia dal becco l’erba” Per accettare don Giovanni Carnevale mi auguro ci vogliano meno di duecento anni, ma non succederà prima che se ne vadano da questa valle di lacrime anche Franco Cardini e Alessandro Barbero. Quelli cioè che dicono di applicare alla storia un metodo scientifico, che invece scientifico non è. Naturalmente anche il sottoscritto starà in quel momento a far terra per i ceci. Amen. Macerata 11 maggio 2021 (ad un mese dalla morte di Giovanni Carnevale ) Mancini Enzo

domenica 11 aprile 2021

Il prof. Giovanni Carnevale è salito al Cielo.

Il Professore Giovanni Carnevale, dopo una breve malattia, oggi 11 aprile 2021 alle ore 14,30 ha lasciato la sua vita terrena. Professore, sacerdote e umanista di grande intelligenza, di profonda e poliedrica cultura, era dotato di una oratoria trascinante che gli ha fatto conquistare un folto stuolo di amici e sotenitori. Grazie alla vastità del suo sapere e alla sua capacità di sintesi tra la varie discipline è riuscito ad elaborare la tesi dell'AQUISGRANA ITALIANA IN VAL DI CHIENTI, che cambierà la storia dell'alto Medioevo europeo. I soci del Centro Studi San Claudio al Chienti, dandone il triste annuncio, rinnovano l'impegno ad approfondire, diffondere e non far cadere nell'oblio la tesi e gli insegnamenti di questo Grande Genio che oggi ci ha lasciato. CENTRO STUDI SAN CLAUDIO AL CHIENTI

lunedì 22 marzo 2021

MILLE ANNI DI STORIA DA RISCRIVERE, di Enzo Mancini

           Annoiato da una brutta edizione della classica di primavera, la corsa ciclistica Milano – Sanremo, questo sabato ho fatto la conoscenza di Pietro Ratto, ascoltando il video di presentazione del suo libro: “ La Storia dei vincitori e i suoi miti”.

Il libro è del 2017, il video, (1000 anni di Storia da riscrivere) del 2018; se l’avessi visto prima avrei anche letto il libro: appena posso colmerò questa lacuna. Ma non posso fare a meno di riportare testualmente quanto dice questo signore verso la fine del video, a beneficio soprattutto di chi si strappa le vesti di fronte alla teoria di Giovanni Carnevale su Aquisgrana a san Claudio al Chienti.

 

“…Come si fa a scrivere un libro di Storia? Quando una casa editrice ti dice:- Mi realizzi un manuale di Storia per il triennio dei Licei?- Cosa fai? Prendi un altro manuale di Storia e lo copi. Semplicemente modifichi certe cose e parli prima… della Francia degli anni 30 del 900 piuttosto che dell’Inghilterra… dai un taglio di un tipo o di un altro, ma gli eventi vengono ricopiati tali e quali.

Perché nessuno si prende la briga di andare a cercare i documenti e di riscriverli da capo. Allora i libri si scrivono copiando i libri. Non c’è nessuno che ha voglia di mettersi lì…qui mi pongo il problema … ad esempio delle datazioni.

Ci sono dei dubbi enormi sulle cronologie ufficiali… ci sono problemi… relativamente solo alle capacità di molti storici di leggere sui documenti le date in modo corretto, perché le date vengono riportate nei documenti antichi con tante di quelle diverse variazioni e indizioni che in realtà molti degli storici ufficiali non si pongono neanche il problema o non lo considerano.

 Quindi c’è proprio un problema alla base, di cronologia, che tra l’altro è nata molto recentemente.

Perché non è che nell’ anno 1.000 sapessero di essere nell’ anno 1.000. Per cui la famosa balla che ci hanno insegnato a scuola che nel 999 erano tutti agitati… (perché sarebbe arrivata la fine del mondo)…non è possibile perché non sapevano di essere nel 999… per non dire molto peggio…perché le pergamene antiche, le pergamene medievali sono difficilissime da leggere; c’è tutto un discorso di abbreviazioni scribali, per cui ci vuole una preparazione enorme e una mole di dizionari e di enciclopedie notevolissima.

Quindi nessuno va a rileggersi i documenti. Si ricopia. E chi insegna, insegna a memoria… all ’ insegnante interessa che venga ripetuta la sua lezione… non c’è tanto da capire, non è latino, non è matematica.

Qual’ è  l’errore di fondo? Che la Storia sia qualcosa di facile, semplicissimo, da assumere a buon mercato, senza sforzo critico, senza ragionarci su… Questo fa sì che ci si passi il testimone gli uni con gli altri, da insegnanti ad allievi, da storici a insegnanti, ripetendo tutti a memoria le stesse cose.

E quando succede che qualcuno prova ad accendere la luce su un punto e magari trova qualcosa che non funziona, che va in modo diverso, viene subito  screditato come: “e chi si crede di essere questo” e “chissà che storico è costui”. E l’alunno che magari si riferisce a un mio libro si vede il voto abbassato, gli viene consigliato di cambiare letture.  Questo da parte di altri colleghi, che in questo modo fanno questa guerra fra galline, tra poveri.

Ma cosa sacrifichiamo è “la Verità”. Perché io non posso in nessun modo dire, ma nemmeno credere, che qualcuno possa arrivare alla verità. Ed è questo anche il bello, perché anche il fatto di non poter arrivare alla verità è ciò che ci permette di continuare a cercarla. E cercare la verità è il senso della nostra esistenza, è ciò che ci rende uomini.”

 

Parole sante, collega insegnante. Finalmente qualcuno che parla senza peli sulla lingua. Immagino insegnante  in un  Liceo e non dell’Università, perché le avrebbero da un pezzo tagliato lo stipendio in un Ateneo.

Ma ho da dirle che “ Mille anni di Storia da riscrivere” sono pochi.

Ci metta almeno anche il periodo Carolingio.

Inoltre ho un’osservazione da fare.

Pietro Ratto sarà scomodo ma sta su Wikipedia. Perché don Giovanni Carnevale no?

 

 

Macerata,  20 marzo 2021                                   Mancini Enzo