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martedì 22 marzo 2016

Pubblichiamo una edizione aggiornata della relazione di Gianfranco Baleani: "San Francesco e la Francia Picena"

San Francesco e la Francia Picena
di
Gianfranco Baleani 

Io non sono uno storico, sono una persona a cui piace indagare quando nota delle incongruenze quindi, ciò che in sostanza faccio, è pormi delle domande e cercare ipotesi più probabili (o, se volete, meno improbabili) di quelle comunemente accettate. Obiettivo di questo mio intervento, è pertanto quello di stimolare, in chi mi ascolta, la messa in discussione dei presupposti e la ricerca di ipotesi alternative e più convincenti per meglio capire determinati avvenimenti o periodi storici. E’ in quest’ottica che deve essere considerato quanto sto per esporre.

Per quanto riguarda la scelta del nome Francesco (relativamente a San Francesco d’Assisi) la biografia comunemente accettata (basta consultare internet per rendersene conto) afferma quanto segue:
- Il padre (Pietro di Bernardone) commerciava con la Francia (intendiamo l’attuale Francia che a quel tempo nei documenti ufficiali si chiamava ancora Gallia, oppure la si indicava col nome delle varie regioni: Provenza, Aquitania, …) e Provenzale era la moglie (la Signora Pica) che discendeva dalla nobile famiglia dei Bourlemont, quando San Francesco nacque, il padre era in viaggio per lavoro e la madre lo fece battezzare col nome di Giovanni; quando il padre tornò decise che si sarebbe chiamato Francesco (che significava Francese) in onore della moglie (secondo alcuni) o di quel paese che l’aveva fatto arricchire (secondo altri).

In questo mio intervento cercherò di dimostrare la poca attendibilità di quanto appena riportato ed indicherò altre ipotesi ben più probabili riguardo alla scelta del nome Francesco.

La prima domanda da porsi è: perché Francesco? Ovvero, perché il figlio di Pietro di Bernardone nato ad Assisi nel 1182 e battezzato col nome di Giovanni fu sempre chiamato Francesco?
Considerata però la poca attendibilità delle fonti (che mescolano storia e leggenda) ci dovremmo anche domandare: è proprio vero che fu battezzato come Giovanni e poi il nome fu cambiato in Francesco oppure il nome fu da sempre Francesco ed è soltanto un’invenzione “ex post” degli agiografi quella di dargli lo stesso nome del Battista?
E’ necessario a questo punto aprire una breve parentesi per far notare il forte collegamento tra i due santi (San Giovanni Battista e San Francesco) che trova una conferma non solo nei quadri in cui vengono raffigurati insieme, bensì anche nel fatto che entrambi vivevano in povertà e che vestivano ruvide vesti.
Oltre a ciò, è utile analizzare quanto scrive Tommaso da Celano, suo primo biografo, nel libro “Vita seconda di San Francesco d’Assisi”:
“… Francesco ebbe questo nome dalla divina Provvidenza, affinché per la sua originalità e novità si diffondesse più facilmente in tutto il mondo la fama della sua missione. La madre lo aveva chiamato Giovanni (…) quella donna presentava nella sua condotta, per così dire, un segno visibile della sua virtù. Infatti, fu resa partecipe, come privilegio, di una certa somiglianza con l’antica santa Elisabetta, sia per il nome imposto al figlio, sia anche per lo spirito profetico (…) perciò il nome di Giovanni conviene alla missione che poi svolse, quello invece di Francesco alla sua fama (…) al di sopra della festa di ogni altro santo, (San Francesco ndr) riteneva solennissima quella di Giovanni Battista (…) Tra i nati di donna non sorse alcuno maggiore di quello, e nessuno più perfetto di questo tra i fondatori di Ordini religiosi. E’ una coincidenza degna di essere sottolineata. Giovanni profetò chiuso ancora nel segreto dell’utero materno, Francesco predisse il futuro da un carcere terreno, ignaro ancora del piano divino”. E’ utile sapere che il Celano, nella sua “Vita prima di San Francesco d’Assisi” (scritta qualche anno prima) non fa menzione alcuna al fatto che la madre lo avesse battezzato col nome di Giovanni, così come più tardi avverrà per la Legenda Maior di San Bonaventura il quale inserirà questo fatto soltanto nello scritto successivo: la Legenda minor.
Chiudiamo questa parentesi nella quale viene messa in luce la forte analogia attribuita ai due santi dagli scritti agiografici e riprendiamo la nostra analisi.

In via preliminare, facciamo rilevare che “Francesco” (che, come abbiamo già detto, nella lingua medioevale del luogo significava “Francese”) era, in ogni caso, un nome a quel tempo raro ed insolito (come pure ci suggerisce il Celano che addirittura lo definisce nuovo ed originale) anche se il Fortini afferma che c’erano già stati alcuni “Francesco” ad Assisi  prima della nascita del Santo (v.nota a pag. 38 del libro”La vie de Saint Francois d’Assise” – autore l’abbé Omer Englebert -edizioni Albin Michel S.A. –Paris 1947 – All.englebert_2). A conferma della rarità del nome si può notare che la storia è piena di personaggi famosi che si chiamano Francesco (o Francois, Francisco, ecc…) ma sono tutti nati dopo il 1200: non c’è nessun personaggio storico col nome Francesco nato prima del Santo. Ciò non esclude che siano esistite persone di nome  Francesco già in precedenza, ma questo accadeva di rado visto che, statisticamente, tale nome è fra i più frequenti dopo il 13° secolo mentre è sconosciuto prima. In realtà, c’era un’area geografica dove esso era relativamente diffuso già da prima, ma di questo parleremo più avanti; per ora ci basti far notare che il suo uso era alquanto circoscritto, altrimenti si sarebbero sicuramente conosciuti personaggi storici con tale nome.

Ritornando a quanto affermato dalla biografia ufficiale, cominciamo a smontarne i pezzi iniziando col dimostrare che l’origine francese (inteso nel senso sopra indicato) della signora Pica non ha alcun fondamento.
Innanzitutto facciamo notare che il cognome Bourlemont fa riferimento ad una nobile famiglia che aveva i suoi possedimenti nella Francia nord-orientale (il bosco di Bourlemont era quello in cui Giovanna D’arco, più di due secoli dopo la nascita di San Francesco, ovvero intorno al 1425, sentiva “le voci”) quindi, era alquanto improbabile che Pietro l’avesse potuta conoscere in Provenza (che si trova a sud). Inoltre, i primi scritti sulla vita di San Francesco non dicono che la madre era francese; uno dei principali assertori di tale origine è P.Claude Frassen, francescano, che lo afferma nel suo libro”La règle du tiers-ordre de la Pènitence” scritto nel 1680. Questo sostiene  addirittura di aver visto, tra i documenti antichi della famiglia Bourlemont, un antico manoscritto in cui risulta che Pica apparteneva a tale casata, ma non ha mai prodotto tale documento quindi, come fa notare anche l’abbé Omer Englebert a pagina 36 del suo libro”La vie de Saint Francois d’Assise” edizioni Albin Michel S.A. –Paris 1947, l’asserzione è completamente fantasiosa. Qui di seguito riportiamo il passo citato in cui, con riferimento al Frassen, egli scrive: <>. Malheuresement, nul n’ayant jamais vu de fameux manuscrit, on peut considérer l’assertion de Frassen et de ceux qui la répètent comme entièrement fantaisiste.  (Pica - egli scrive - proviene dall’illustre casata dei Bourlemont, come risulta da un antico manoscritto conservato negli archivi di questa nobilissima famiglia >>. Purtroppo, non avendo nessuno mai visto il famoso manoscritto, possiamo considerare l'affermazione di Frassen e di coloro che la ripetono come del tutto fantasiosa).
Sul perché P.Claude Frassen abbia voluto scrivere (ma possiamo anche dire “inventare”, visto che non mostra le prove di ciò che afferma) non ci è dato sapere, ma forse ci può essere d’aiuto il fatto che proprio nel 1680, in Provenza, vescovo della diocesi di Fréjus-Toulon era, guarda caso, Luis D’Anglure de Bourlémont, membro appunto di tale potente famiglia, al quale avrebbe fatto sicuramente piacere scoprire che fra i suoi avi c’era anche la madre di San Francesco.
Pica, quindi, non era provenzale e ancor meno poteva essere (come una minoranza afferma) originaria della Picardia poiché questa regione si trova al nord della Francia, quasi ai confini con l’attuale Belgio.
Come sopra accennato, inoltre, non si deve dimenticare che a quel tempo il territorio dell’attuale Francia era chiamato Gallia e si iniziò a chiamarlo Francia in maniera ufficiale solo a partire dal 1190, quando Filippo Augusto iniziò ad essere denominato, nei documenti ufficiali, con la formula di rex Franciae invece di rex Francorum e nel 1190 San Francesco aveva già otto anni. Oltre a ciò, è difficile ipotizzare che da quel momento in poi tutti improvvisamente abbiano iniziato a chiamarla Francia, basti pensare che il nome Gallia resisterà ancora per quasi tutto il medioevo negli scritti in latino e che nel greco moderno viene ancora chiamata Gallia. E’ pertanto improbabile che si usi un soprannome facendo riferimento ad un nome geografico ancora poco in uso.
Escluso quindi che la madre provenisse dall’attuale Francia (al riguardo invito a leggere anche la nota n.4 a pag.36 del già citato libro di Englebert dove viene riportato un passo tratto da “Studi inediti” di P.Sabatier in cui l’autore fa rilevare quanto segue: nell’affermare che Pietro di Bernardone, nel voler chiamare suo figlio Francesco voleva onorare sua moglie che sarebbe stata di origine francese, afferma una cosa che non è basata sulla benché minima prova) prendiamo ora in esame altre incongruenze dell’ipotesi sopra esposta.
Il padre, si afferma, nel suo lavoro di mercante di stoffe si spingeva fino in Provenza, ma tale affermazione è tutta da provare poiché non c’è nessun elemento che lo dimostri e, in mancanza di prove, è probabile desumere che i viaggi all’estero fossero tipici dei mercanti della costa (Pisa, Genova, Venezia, Amalfi, …) mentre quelli dell’interno commerciassero, per lo più, tra il Tirreno e l’Adriatico, senza escludere che potessero effettuare, a volte, lavorazioni sui prodotti e quindi essere non soltanto puri mercanti.
Non si riesce inoltre a comprendere come mai, se Pietro faceva tutti questi viaggi oltralpe, abbia smesso improvvisamente di farli quando il figlio  era cresciuto e lo aiutava nel suo lavoro, visto che nessuna fonte riporta di simili viaggi fatti da Francesco insieme al padre o da solo (si parla soltanto di viaggi in Italia).
Possiamo quindi affermare, con ragionevole certezza, che rapporti diretti tra il padre di San Francesco e la Gallia, ovvero l’attuale Francia, erano estremamente improbabili.
Un’altra cosa che il buonsenso fa giudicare poco probabile è il fatto che un genitore dia al figlio un soprannome che faccia riferimento ad una località geografica che gli ha fatto fare buoni affari: chi chiamerebbe oggi il proprio figlio Americano se fa buoni affari con l’America o Russo se li fa con la Russia?
Dopo aver smontato l’ipotesi espressa all’inizio, resta però la domanda: perché, se il suo nome di battesimo era Giovanni (ammesso che così fosse), tutti (inclusi i genitori) lo chiamavano Francesco?
L’enigma appare a questo punto irrisolvibile, ma lo è soltanto se non si mette in discussione la premessa secondo cui, quando si parla di Francia, si intende sempre e soltanto quella che attualmente viene così chiamata. In realtà, le aree geografiche prendono spesso il nome di chi le abita, ad esempio: la Normandia deriva dai Normanni che vi si erano stabiliti, l’Inghilterra dagli Angli che l’avevano occupata, la Scozia dagli Scoti che la abitavano, … .
Una prima domanda che ci possiamo porre è quindi: c’era nel medio evo un’area geografica in Italia che era abitata in maniera consistente dai franchi?
La storia ci dice che l’area dell’attuale Piceno marchigiano era caratterizzata da una forte presenza franca. Ne resta una traccia addirittura nel nome stesso della regione che da “Regio Picena”, con il franco Mark che significa Marca (il Markgraf in franco era il Margravio o Conte della Marca, intesa quest’ultima come terra di confine, in opposizione al Landgraf che era il Langravio o Conte territoriale, ovvero di un territorio non di confine) è divenuta (essendoci nel territorio più di una Marca) al plurale Marche.
La seconda domanda da porci è quindi: tale presenza era talmente importante da far chiamare quell’area Francia?
Per rispondere a questa domanda è utile analizzare alcuni scritti che, trattando di cose umbro-marchigiane, fanno riferimento alla Francia.
Uno di questi è il capitolo 13° dei “Fioretti di San Francesco” che parla del santo che, insieme ad un suo confratello, dalla valle di Spoleto andavano a piedi nella “provincia di Francia”, ad un certo punto del viaggio, decidono di cambiare itinerario e di recarsi a Roma che raggiungono in poco tempo, quindi far ritorno nel luogo da dove erano partiti. Dalla lettura di tale racconto, che vi invito a fare, si evincono abbastanza chiaramente due cose:
1)     che la “provincia di Francia” era un luogo non lontano dall’Umbria
2)     che, essendo denominata “provincia” non si poteva certo riferire al territorio dell’attuale Francia, che anche a quel tempo era una delle nazioni più grandi d’Europa.
Un’altra testimonianza della Francia Picena è riportata nel sito web del Centro Studi Val di Chienti” in un articolo (siete invitati a leggere anche questo) che analizza il passo del Telesforo Benigni che nella sua opera “SANGINESIO ILLUSTRATA” (che tratta di questioni alquanto locali, addirittura di una ristretta area del maceratese) riporta che il detto, riferito alla guerra tra San Ginesio e Ripe vinta dal primo: “costa più che le Ripe a San Ginesio” in Francia era notissimo. Questa Francia non poteva certo essere quella al di là delle alpi.
Ulteriori indizi si possono ritrovare negli studi fatti dal professor Febo Allevi (docente di Storia delle tradizioni popolari e di Storia della critica letteraria all’Università di Macerata dal 1971 al 1981) considerato uno dei massimi conoscitori della storia del territorio marchigiano.
Nel saggio “I Franchi e le tradizioni epico-cavalleresche nella Marca” contenuto in “Tra storia leggende e poesia” pubblicato postumo (nel 2005) sulla base di appunti che il professore aveva lasciato (e che i curatori dell’opera hanno riordinato) si illustra, documentandola, la forte presenza franca nel territorio Piceno già dalla fine del VII secolo e l’utilizzo del nome “Francesco” quale nome proprio di persona. Oltre a questo, troviamo quello di “Via Francesca” con il quale venivano chiamate ben due strade, quello di “Val di Francia” (dalle parti di Cancelli nel Fabrianese) nonché quello dato ad un tipo di moneta: “Solidos Franciscos” che si ritrova in diversi documenti dell’alto medioevo e potremmo continuare ancora.
Ma quale fu la causa principale di questa forte presenza franca?
La risposta la troviamo nella storia dell’Abbazia Benedettina di Farfa che era ubicata nella Sabina, ma aveva grandi possedimenti nel Piceno dove, per diversi anni a partire dalla fine del IX secolo, i monaci addirittura trasferirono la loro sede (più esattamente a Santa Vittoria in Matenano).
Ciò avvenne quando Farfa fu distrutta ed incendiata dai saraceni e, a conferma del legame fra questa abbazia ed i franchi, è interessante notare cosa viene riportato riguardo al gruppo di monaci che non si diresse a Santa Vittoria, ma andò a Roma (fonte wikipedia): “Uno dei tre gruppi di monaci fuggiaschi, trovò riparo a Roma. Restò traccia della presenza dei monaci nell'insula francese di Roma: nei pressi della chiesa di San Luigi dei Francesi e nei luoghi che avevano ospitato le Terme di Nerone furono ritrovate - durante i lavori di restauro dei sotterranei di palazzo Madama, ad opera dell'amministrazione del Senato alla fine degli anni Ottanta del XX secolo - tracce di un cimitero appartenente al capitolo degli abati di Farfa”.
Nell’ Abbazia di Farfa, come è documentato, quando fu riorganizzata a partire dalla fine del VII secolo, i primi abati furono tutti di origine franca. Come riportato anche dall’Enciclopedia Treccani on-line: I primi abati che si susseguirono al governo dell'abbazia erano tutti originari dell'Aquitania, a quell'epoca in preda alle scorrerie arabe provenienti dai territori del regno visigoto. È possibile che il cenobio sabino, abitato fin dalle origini da monaci transalpini, sia diventato punto di riferimento in Italia per i profughi, vittime delle incursioni musulmane; a conferma di ciò le fonti attestano come gli abati Auneperto, Fulcoaldo, Wandelperto e Alano, avvicendatisi al governo dell'abbazia dal 720 al 769, appartenessero ad alcune tra le più importanti famiglie di Tolosa, che già da alcuni decenni si erano stabilite nella regione sabina.
A riprova del radicamento dei franchi in queste terre, inoltre, non si deve dimenticare il fatto che dal 891 al 898 presero il titolo di imperatore: prima Guido (della famiglia dei Guidoni, collaterali dei Carolingi) duca di Spoleto e marchese di Camerino, poi suo figlio Lamberto.
L’argomento è interessante e, in questa sede, per i nostri fini è già stato trattato abbastanza, chi volesse fare ulteriori approfondimenti può consultare l’opera sopra citata. E’ doveroso però specificare che, così come indico tale testo utile per gli indizi che cercavamo, allo stesso tempo, per rispetto del compianto professor Allevi, è necessario sottolineare che, non avendolo pubblicato in vita, egli forse non riteneva ancora pronto il lavoro preparatorio da lui sviluppato, si invita pertanto a leggerlo senza cadere in interpretazioni superficiali e poco rispettose della sua memoria. Quello che ci deve interessare, infatti, non è difendere aprioristicamente una teoria o un’altra strumentalizzando i lavori altrui, bensì progredire nella conoscenza.
Della Francia Picena, infine, ha ampiamente parlato il Prof. Giovanni Carnevale nei suoi ormai numerosi libri. Tali scritti non sono sintetizzabili in poche righe, quindi invitiamo a leggerli anche perché spiegano come mai ci sia stata una vera e propria “damnatio memoriae” per quanto riguarda la presenza franca nelle Marche.
Con la Francia situata nel Piceno marchigiano, molte tessere del mosaico trovano la loro collocazione:
1)     La signora Pica poteva a questo punto essere anche francese (nel senso di Francia Picena)
2)     Il padre di San Francesco commerciava sicuramente con la Francia Picena e qui avrebbe potuto conoscere sua moglie.
3)     Si potrebbe ipotizzare che Giovanni potesse, fin da piccolo, aver preso dalla mamma l’accento “francese”, usare espressioni verbali tipiche di tale idioma ed avere comportamenti che, ad Assisi, venivano associati ad una provenienza dalla Francia Picena, ma a mio avviso ci sono altre due ipotesi che reputo più probabili e sono quelle che vado ad illustrare nel punto successivo
4)     Capita ancor oggi che si voglia dare al proprio figlio il nome di un suo avo scomparso e capita altresì che, se l’avo (o più in generale una persona cara) viene a mancare poco dopo che il bimbo è stato battezzato, in famiglia si inizia a chiamarlo col nome della persona defunta. Ora, se la signora Pica veniva dalla Francia Picena, poteva avere un padre o un familiare (o una persona cara a lei o a suo marito) di nome Francesco (nome che, come abbiamo visto, era diffuso in quella zona) che è venuto a mancare poco dopo il battesimo di Giovanni ed a questo, da quel momento, hanno iniziato a chiamarlo Francesco. Oppure, l’altra ipotesi è che, vista la vicinanza ed il forte interscambio tra Assisi ed il Piceno, il nome Francesco sia iniziato ad essere usato, ancorché non diffusamente, nella valle di Spoleto ed il Santo sia stato sin dall’inizio battezzato col nome di Francesco (in questo caso, la storia secondo cui fu battezzato col nome Giovanni sarebbe un’invenzione fatta “ex post” dagli agiografi per rafforzare il collegamento con il Battista).

Se non altro, per esclusione, sembrano essere queste ultime due (e soprattutto l’ultima) le spiegazioni più probabili perché, se si fosse trattato di un soprannome legato al comportamento o all’accento, questo sarebbe stato dato in età almeno preadolescenziale e non sarebbe riuscito a cancellare completamente il nome di battesimo, inoltre, difficilmente un genitore chiamerebbe il proprio figlio con un soprannome affibbiatogli da altri.

Riepilogando, quindi, risulta priva di adeguato fondamento la tesi maggiormente accreditata, riguardo al perché del nome Francesco mentre, le due ipotesi maggiormente probabili, si basano entrambe sull’esistenza di una Francia Picena che era, se non l’unico, certamente uno dei pochissimi territori  in cui era diffuso il nome Francesco.
Ciò, oltre a dare una risposta più adeguata al quesito posto inizialmente (perché Francesco?) prova anche a rompere quel muro di indifferenza e a volte di scherno che impedisce la divulgazione di conoscenze storiche documentate che indicano nel Piceno marchigiano il territorio in cui, perlomeno a partire dalla fine del VII secolo, si assiste ad una forte presenza franca ed impedisce altresì che si studi in maniera approfondita il contributo che tale presenza ha dato allo sviluppo della dinastia Carolingia.
Detta in altri termini, quando si studiano fenomeni o periodi storici difficili da comprendere anche per mancanza di informazioni certe, spesso è necessario mettere in discussione le teorie comunemente accettate per poter avanzare nella conoscenza.
Inoltre, nel caso in cui si formulino delle ipotesi basate, in parte su prove certe ed in parte su indizi, l’eventuale dimostrazione che gli indizi sono errati, non fa venir meno la parte che si basa su prove certe; in altri termini: se si venisse a scoprire con certezza un motivo diverso da quelli qui ipotizzati circa il nome di San Francesco, ciò non fa assolutamente venir meno la veridicità delle prove riguardanti la Francia Picena, così come tale veridicità non sarebbe messa in discussione dall’eventuale confutazione delle teorie riguardanti Aquisgrana in val di Chienti.

Sarebbe auspicabile che gli storici di professione, invece di rifiutare in blocco tutta la teoria del professor Carnevale, ripartano dalla base certa relativa alla presenza Franca nel Piceno e sviluppino i loro studi per capire fino a che punto tale presenza contribuì all’ascesa Carolingia.

lunedì 22 febbraio 2016

"La nascita della lingua italiana e la questione francescana" del Dott. Enzo Mancini

La nascita della lingua italiana e la questione francescana

L’impulso a buttare giù queste due righe mi è venuto dall’essere casualmente incappato in un blog in cui un siciliano riportava gongolando l’ipotesi di uno studioso che  diceva che l’italiano come lingua è nato in Sicilia, dalla scuola siciliana fiorita alla corte di Federico II. Non sono d’accordo. Quando è troppo è troppo!
Perché la scoperta di Aquisgrana in val di Chienti getta nuova luce anche sulla nascita del nostro idioma nazionale.
Quando la storia ufficiale accetterà la tesi di Giovanni Carnevale ed ammetterà che il binomio “ ROMA ET FRANCIA” nell’alto Medioevo era situato nell’attuale Piceno, sarà più chiaro per tutti anche come ha avuto inizio la nostra lingua italiana.
La dicitura “Roma et Francia” compare nel famoso, ( si fa per dire), astrolabio carolingio, conservato nel museo de” l’Istitut du monde Arabe” a Parigi, a un tiro di schioppo da Notre-Dame, sulla “rive gauche “ della Senna.
Questo astrolabio, scoperto da Marcel Destombes, rappresenta un rompicapo irrisolto per i medievisti, che chiudono la questione, come succede spesso in questi casi, dichiarando l’oggetto un falso. Ma, se ha senso falsificare un documento, che senso ha falsificare un oggetto, io mi domando.
Questo astrolabio attesta che quando fu costruito, verso la fine del X secolo, perché i caratteri utilizzati sono di quel periodo, la Francia era un po’ più a Sud e Roma un po’ più a Nord rispetto alla collocazione attuale.
Ma ora il discorso che mi interessa sviluppare è la questione della nascita della lingua italiana, sulla quale circolano anche da parte degli esperti ipotesi discutibili. Ne esiste una sbilanciata verso Nord, che attribuisce gli albori della lingua all’incontro fra il Latino parlato e le “chansons” dei trovatori provenzali; un’altra, sbilanciata a Sud, vuol dare il merito alla scuola siciliana, quel gruppo di poeti che animavano la vita di corte di Federico II.
Io non sono uno studioso della lingua né un esperto di glosse e di fonemi, ma mi son fatto un’idea su come è nata la lingua italiana e cercherò di esporla, appoggiandomi al noto proverbio: “in medio stat veritas”. E’ vero, ho sbagliato, “ in medio stat virtus” “et veritas stat in vino”, ma è un errore che ormai fanno in molti: non facciamone una questione di lana caprina, semmai ne riparliamo in un’altra occasione.
Nel “ De vulgari eloquentia” Dante, o chi per lui, ( non è matematico che l’autore della Divina Commedia abbia scritto anche questo trattato), attesta che ai suoi tempi nella nostra penisola si potevano distinguere 14 dialetti. Quale fra questi può assurgere alla nobiltà di lingua? Vengono scartati  tutti ma, prima di concludere, il discorso si interrompe. Sembra che nelle intenzioni dell’autore il trattato scritto in latino doveva essere di quattro libri, ma si ferma al secondo, senza una precisa presa di posizione. Siccome per ultimo si parla del dialetto toscano, si direbbe che sarebbe questo quello più titolato ad essere elevato al rango di lingua per il sommo poeta.
Posso immaginare che se Dante avesse completato il “De vulgari eloquentia” alla fine avrebbe scritto: “L’Italiano l’ho inventato io!”


Credo che Dante, nella sua boria, fosse cosciente che la sua opera potesse essere considerata come l’alba della lingua italiana, e sono molti gli italiani che sono di questo avviso. Non è possibile negare che la lingua volgare con lui diventa “illustre”. Però, pur riconoscendo l’enorme importanza del sommo poeta nell’inaugurare la letteratura italiana, ho in testa un pensiero diverso: che la lingua italiana era già nata prima di Dante, dal dialetto che si parlava nel ducato di Spoleto,  dislocato fra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo. (Per qualcuno il termine ducato di Spoleto sarebbe da sostituire con “regno dei Franchi”, ma per ora non la posso tirare per le lunghe.)
Questo dialetto nel trattato di cui parliamo viene scartato per terzo, senza nemmeno una spiegazione, un motivo più o meno plausibile, come si fa per tutti gli altri, come se fosse il meno indicato fra i quattordici presi in considerazione.
Ma il ducato di Spoleto intorno al XII secolo era una entità politica importante, di cui rimane traccia evidente nei dialetti attuali.
Quando da ragazzo giravo per il centro Italia per praticare lo sport della bicicletta rimanevo meravigliato che a Spoleto, a Foligno, a Spello i contadini parlavano come me, che venivo dalla campagna della valle del Chienti. Mi sorprendeva constatare che c’era più differenza linguistica fra me e un pescatore di Civitanova, distante circa dieci chilometri da casa mia, che fra me  e un abitante  di Trevi, a cento chilometri e dalla parte opposta dei Sibillini.
Nel ducato di Spoleto si poteva muovere senza problemi Pietro di Bernardone dei Moriconi per i suoi commerci, senza dover pagare gabelle e senza incontrare briganti, che invece pullulavano al di fuori dei confini del ducato.
Sor Pietro, come fu cresciuto abbastanza, si portava appresso il figlio per insegnarli il mestiere e le strade. E veniva qui, in provincia di Macerata e di Fermo, nella Francia da cui veniva suo padre, che ad Assisi chiamavano “il francese”, cioè Francesco.
Quando Bernardone morì per sor Pietro fu naturale, come mi  ha fatto notare Gianfranco Baleani, chiamare il suo primogenito con lo stesso soprannome, anche se lo avevano battezzato come Giovanni.
La lingua madre di san Francesco era quindi lo stesso dialetto che parlava mio padre, contadino della Mensa arcivescovile di Fermo, conosciuto come “lu fermà”.
E san Francesco scrisse il Cantico delle Creature, che è il primo componimento poetico completo della letteratura italiana, per il quale contribuì quasi sicuramente frà Pacifico, di San Severino, che prima di entrare nell’ordine dei frati minori era stato “re dei versi”.
Dalle Marche, o meglio dalla Francia, veniva la maggior parte dei frati minori. Diceva Carlo Bo: “ San Francesco è nato ad Assisi, ma il francescanesimo nasce nelle Marche”.


Questi frati che nei capitoli “delle stuoie”ascoltavano “il Poverello” poi andavano a predicare in tutta la penisola, e la maggior parte parlava la lingua del ducato di Spoleto. Per predicare e confessare la gente bisogna capirla e farsi capire.
Questo dialetto per tale motivo è stato quindi “cardinale”.
Il fenomeno del francescanesimo come incipit della lingua italiana non può essere ignorato, come non si può dimenticare che contribuì notevolmente alla vittoria del papato su Federico II.
Quest’ultimo infatti non sottovalutò per niente il fenomeno dei frati minori e tramite frate Elia da Cortona cercò in tutti i modi di portarli dalla sua parte. E frate Elia, che era nato ad Assisi, detto da Cortona perché ci morì,  anche lui era di lingua madre del dialetto di Spoleto. Ma il papa aveva un’arma che a quei tempi era molto efficace: l’arma della scomunica. E a quei tempi la misericordia non andava ancora di moda.
Ma questo dialetto è stato anche “aulico”. Perché era la lingua madre di Federico II , nato a Jesi, battezzato ad Assisi, allevato a Foligno  nei primi tre anni di vita.
Questo grande uomo, “stupor mundi”, da adulto parlava diverse lingue, ma non dimentichiamoci che la sua lingua madre era quella del ducato di Spoleto.
Perciò i poeti, che furono denominati come “scuola siciliana” dallo stesso Dante,  alla corte di Federico II dovevano adeguarsi alla lingua dell’imperatore, non il contrario. Ultimo argomento, (- last but not least - direbbero oltre Manica), riguarda la curia papale. Se la sua sede era dalle parti di Urbisaglia, anche i cardinali e il papa, che fra di loro e nelle funzioni usavano il Latino, per farsi capire dal popolo o dalla perpetua dovevano usare il dialetto del ducato di Spoleto. Poi dovettero scappare dalla val di Chienti: erano quasi tutti Ghibellini. Dovette andare a Perugia, Orvieto, Viterbo, forse anche nella Roma del Lazio, dove erano di più i Guelfi.
Per concludere, il dialetto del ducato di Spoleto grazie a san Francesco, a Federico II e alla Curia papale può essere considerato “ cardinale, aulico e curiale”.
Dante arrivò poco meno di un secolo dopo ed ebbe modo, nel suo esilio, di frequentare anche la Francia Picena, dove poteva spostarsi senza problemi, anche se le biografie ufficiali parlano di un fantomatico viaggio del sommo poeta a Parigi.
Oggi il nostro dialetto, che si parla ad Est e ad Ovest dei Sibillini, viene preso in giro nella Capitale, nei film, nei teatri, considerato un “parlar burino”.
Ma i burini sono loro, perché l’Italiano non è nato a Roma e nemmeno a Firenze, ma qui, fra Marche e Umbria. Non solo perché questo territorio è il baricentro geografico della penisola italiana, ma anche perché San Francesco quando andava in Francia veniva da noi.
Nelle biografie ufficiali del Santo viene appena  ammessa la sua presenza  ad Ancona, per imbarcarsi per la Terra Santa, ma per la tradizione dei francescani  da noi era di casa.
La scorsa estate ho ascoltato a Gubbio una conferenza di uno dei massimi conoscitori viventi della vita e della spiritualità di san Francesco, il medievista Jacques Dalarun, un francese che avrebbe voluto essere nato qui, nella terra dei Fioretti.
Avendo scoperto un manoscritto nuovo, un intermedio fra la vita prima e la vita seconda di Tommaso da Celano, riteneva di essere vicino alla soluzione della questione francescana, che qualcuno ha definito “un ginepraio inestricabile”.


Con tutto il rispetto, signor Dalarun, il ginepraio resterà tale, fino a quando i medievisti continueranno a scrivere che Pietro di Bernardone si era arricchito commerciando con le regioni che si trovano nella Francia odierna.
Prima di tutto perché il tempo è denaro, dicono i commercianti; di tempo ne avrebbe dovuto spendere parecchio in viaggio. Poi doveva farsi accompagnare da un piccolo esercito ben armato per non farsi depredare dai numerosi briganti. Poi doveva godere di chissà quanti lasciapassare per superare indenne le numerose fermate per pagare le  pesanti gabelle. Quando li faceva i soldi?
San Francesco poteva sì viaggiare tranquillo: si portava dietro  solo gli stracci di cui era vestito! Eppure anche così subì l’attacco dei predoni.
Come poteva evitarli sor Pietro di Bernardone dei Moriconi, carico di merce e di monete sonanti?
Spero di non offendere nessuno, ma trovo che i medievisti spesso
“filtrano il moscerino e ingoiano il cammello”.
Altra cosa che mi sembra strana è come non trapeli il minimo incontro del “Poverello“ con i Catari, che della crociata contro gli Albigesi non ci sia traccia nelle varie biografie del santo. Sono sicuro che se san Francesco ne fosse stato al corrente
non si sarebbe risparmiato di ricordare al papa la misericordia di Dio.

Concludendo il discorso principale, il proto – italiano, nato principalmente dal dialetto del ducato di Spoleto, nel centro Italia, è diventato cardinale grazie a san Francesco e ai suoi frati minori, la corte di Federico  II  lo ha reso  aulico, la curia papale lo ha fatto curiale, infine grazie a Dante è diventato anche illustre.
Se qualcuno pensa che ho scritto queste righe per l’effetto dei fumi dell’alcool etilico non si trattenga dall’esternarlo, ma si ricordi che “ in vino veritas”.
Fra questi ci sarà sicuramente don Carnevale, che non mi ha nascosto per niente la sua riprovazione, anzi, quando gli ho letto la bozza di questo articolo ho temuto che mi arrivasse uno sganassone, nonostante fosse seduto nella sua sedia a rotelle.
La giusta critica di don Giovanni è principalmente che un discorso del genere uno storico serio non lo può fare senza citare le fonti. Ma io faccio lo storico solo per hobby, lo facciano gli storici professionisti. Io non mi posso addentrare nella selva oscura della bibliografia col rischio di non poterne più uscire, meglio sorvolarla con un piccolo drone; e inoltre chi è senza peccato scagli la prima pietra, a cominciare da quelli di Capracotta. Ma soprattutto in Germania, dove da più di cento anni sono a conoscenza del fatto che Aachen non può essere l’Aquisgrana carolingia, non possono continuare a dire: “ Le ossa che abbiamo qui nel sarcofago di Proserpina sono veramente di Carlo Magno ( perché… perché lo diciamo noi! )”
Nessuno dei giornali italiani che hanno riportato la cosiddetta notizia, circa un anno fa, ha rilevato il “ non senso”.

                                                    Macerata 19 febbraio 2016       Mancini Enzo