mercoledì 28 ottobre 2026

Uno studio del Prof. Enzo Mancini evidenzia come terremoti e eclissi di sole confermano Aquisgrana in Val di Chienti.

Lo  “Sciame Sismico”  di Eginardo
 
Mi sono riletto la “Vita Karoli” perché penso che alcuni punti di questa biografia dovrebbero essere meglio considerati da una onesta storiografia, alla luce di quanto detto da Giovanni Carnevale. Il quale non è stato mai preso in seria considerazione dal mondo accademico, checché ne dicano quelli dell’Università di Camerino. Sia UNICAM che UNIMC avrebbero avuto lustro dalla tesi del professore salesiano, invece ha prevalso il timore di sputtanarsi. E poi, come ha detto qualcuno molto più importante, “Nemo propheta in patria sua”.Di alcuni di questi punti di cui dicevo ho già scritto qualcosa, ma non sarà male rispolverarli.
 
Dunque Carlo muore il mattino del 28 gennaio 814, anno giuliano. Aveva 72 anni.
 
·       Era andato a caccia non lontano dalla reggia di Aquisgrana fino ai primi di novembre, all’età di 72 anni. Molto più plausibile dalle nostre parti, considerando anche l’età.
 
·       Nell’anno 811 Eginardo dice che era “ regni eius in Francia XLIII et in Italia XXXVI ”. Per Eginardo l’Italia non era quella di oggi, ma il territorio controllato dai Longobardi. Non nomina la Gallia e la Germania. Le considerava un territorio marginale del regno?
 
·       Nel testamento l’elenco delle venti chiese metropolitane a cui viene assegnato un contributo in denaro comincia con: Roma, Ravenna, Milano, Cividale del Friuli, Grado. Poi vengono quelle oltre le Alpi. Non è naturale pensare che l’elenco cominciasse dalle chiese più vicine a casa sua?
 
·       Costruì ad Aquisgrana una basilica di eccelsa bellezza e la adornò di oro, di argento e candelabri, di balaustre e di porte in bronzo massiccio. Fece venire ad Aquisgrana marmi e colonne da Roma e da Ravenna, non potendo trovarle altrove. San Claudio è equidistante da Roma e da Ravenna. Il trasporto oltre le Alpi sarebbe stato assai più difficile, e quindi improbabile. Poi in 1200 anni è sparita un sacco di roba, ma i muri no. Porte di bronzo, candelabri e balaustre se li sono portati in Germania, grazie soprattutto al vescovo Bernoardo.  L’oro e l’argento… credo ci siano arrivati prima i Romani.
 
·       Il giorno dell’Ascensione dell’813 collassò il portico colonnato che univa la reggia alla basilica. Resti di queste colonne sono ancora lì sotto, nei campi dietro la chiesa di san Claudio. Meglio che restino sottoterra, finché la tesi di don Carnevale non verrà presa in seria considerazione.
 
·       Si esercitava spesso nel nuoto. I mosaici della piscina adiacente alla reggia, a nord della chiesa, sono stati dispersi dall’aratro dei contadini; con un pezzo della tubatura di piombo che portava acqua alla piscina  mio zio ci si fece pallini per le cartucce. Ora c’è un campo da calcio.
 
·       Studiava astronomia sotto la guida di Alcuino. La cupola di san Giusto in san Maroto era il planetario di Carlomagno, costruito dagli stessi muratori che avevano costruito la basilica di Aquisgrana, i Saraceni ospitati a Sarrocciano, parte della parrocchia di san Claudio, venuti da “outremère”.
 
·       La palla di bronzo dorato che ornava il lucernario della basilica, lucernario come quello di san Vittore alle Chiuse, fu scagliata da un fulmine sopra la casa del vescovo, che era contigua alla basilica. L’edificio “a latere” della chiesa di san Claudio per mio padre era la casa del vescovo, perché quando lui era piccolo il vescovo di Fermo, Carlo Castelli,  ci abitava nei giorni feriali. Fino a 40 anni fa per il diritto canonico il vescovo di Fermo era il parroco di san Claudio. Come mai?
 
·       Carlo armò una flotta per contrastare le scorrerie dei Vichinghi, gli uomini del Nord, che assaltavano il litorale “Gallicum atque Germanicum”. Eginardo non usa il termine Francia. Anche lo evita per la Francia del sud: “ litus provinciae Narbonensis ac Septimaniae”. Ma è chiaro che per lui Aquisgrana è nel cuore della Francia. Che doveva dire di più, che era nella Francia Picena?
 
·       “Accessit ad hoc creber aquensis palatii tremor et in domibus, ubi conversabatur, assiduum laqueariorum crepitus”. Traduco. “Capitò inoltre un frequente tremore del palazzo di Aquisgrana e, nelle case in cui ci si riuniva, un ripetuto crepitio dei soffitti”. Fra le cose strane che annunciarono la morte di Carlomagno ci fu una sequenza sismica come quella del 2016 – 2017, verificatasi nel centro Italia, definita da INGV: sequenza sismica Amatrice – Norcia – Visso, con epicentri situati tra i Monti Sibillini, i Monti della Laga, i Monti dell’alto Aterno. I giornali parlarono di sciame sismico.  Ha detto Enzo Boschi che le caratteristiche sismiche di un territorio  non cambiano se non dopo milioni di anni. In 1200 anni ad Aachen questa sequenza, così ben descritta da Eginardo, non si è mai verificata: non è propria della struttura geologica denominata “Graben del Reno”.
 
·       Ci furono anche frequenti eclissi di sole e di luna fra i segni premonitori della morte dell’imperatore; prendiamo in considerazione le eclissi di sole dei due anni precedenti. Quella del 14 maggio 812, come dicono le coordinate del Canon der Finsternisse di Thedor von Oppolzer, a mezzogiorno fu totale in Marrocco, nel pomeriggio fu parziale per l’Italia, nel sud con oltre il 90 % di copertura del disco solare. Ad Aachen la copertura del sole era si e no del 50% . Specialmente se era nuvoloso, cioè spesso da quelle parti, non se ne accorgeva nessuno. C’è anche da considerare che a quei tempi le eclissi di sole non erano eventi previsti e attesi come ai giorni nostri. Come testimonia nella "Chronographia" Teofane il Confessore, proprio per l’anno 813, la popolazione era terrorizzata da una eclissi di sole totale, perché inaspettata.  In Italia se ne accorsero in tanti. L’eclissi di sole del 4 maggio 813 per l’Italia fu parziale; Fu totale a cominciare dalla penisola balcanica, poi per l’Ucraina, la Russia, per finire nella regione di Arcangelo. Ma dalle coste marchigiane la copertura era oltre il 90% e si verificò esattamente all’alba: un evento rarissimo da poter testimoniare. Dall’Adriatico si levò un sole nero, quasi nero, amplificato dalla lente dell’atmosfera. All’alba il sole si po’ fissare senza diventare ciechi e si percepisce molto più  grande, come al tramonto. Uno spettacolo a cui avrei voluto assistere, anche sacrificando un occhio. Da Aachen anche questa eclissi non poteva avere una copertura del disco solare maggiore della metà, offuscata inoltre dalle teutoniche brume. E poi per me all’alba i crucchi stavano tutti a dormire.
 

Mancini Enzo  - 28 ottobre 2026  -  dieci anni dopo lo sciame sismico 

lunedì 26 ottobre 2026

Quando il Piceno divenne una enclave dei Franchi e fu chiamata Francia Antiqua

 Overview dell'AI

I profughi provenienti dall'Aquitania nell'715, in fuga dalle incursioni dei Saraceni provenienti dalla penisola iberica (indicata storicamente come la Spagnola o Spagna), si sono stabiliti nelle regioni del Piceno e della Sabina, nell'Italia centrale, grazie alla donazione di vasti territori da parte del Duca di Spoleto Faroaldo II. [1]
Secondo le fonti e gli studi storiografici di Illdefonso Schuster l'accoglienza di queste popolazioni franche ed ispaniche ebbe una forte valenza geopolitica ed economica: [1]
  • Il ruolo dell'Abbazia di Farfa: I profughi furono accolti e smistati dall'importante monastero imperiale di Farfa. [1, 2]
  • La distribuzione strategica: Vennero insediati a piccoli gruppi nella Sabina (lungo la via Salaria consolare) e nel Piceno (lungo la via Salaria gallica). [1]
  • Il ripopolamento: Questa dislocazione permise un rapido ripopolamento delle valli dei fiumi marchigiani, in particolare quelle del Potenza, Chienti, Tenna, Ete e Aso, territori strategici situati ai confini tra il Ducato longobardo di Spoleto, i domini bizantini di Ravenna e lo Stato della Chiesa

Gli insediamenti dei profughi ispano-aquitani dell’715 nella valle del Chienti costituiscono un tassello fondamentale per comprendere la nascita del tessuto storico, agricolo e architettonico dell'Alto Medioevo marchigiano.

La scelta geografica e il modello curtense
I Franchi in fuga dai Saraceni non vennero lasciati vagare, ma furono dislocati secondo un preciso disegno di colonizzazione pianificata gestito dall'Abbazia di Farfa: [1]
  • La media e bassa valle: I profughi vennero stanziati principalmente lungo l'asse fluviale del Chienti, nei territori compresi tra le odierne località di Tolentino, Corridonia (all'epoca zona di San Claudio), Montecosaro e Civitanova Marche. [1, 2]
  • Il sistema dei "Casali" e delle "Curtes": Le famiglie dei coloni ricevettero in concessione quote di terra (fondi e boschi) precedentemente incolte o abbandonate. Furono organizzate in piccole comunità rurali (denominate casalia o curtes), con l'obbligo di bonificare le paludi fluviali e riavviare le coltivazioni di cereali e la viticoltura.
L'arrivo di questa massa di immigrati dall'Aquitania portò nella valle del Chienti maestranze, stili e modelli costruttivi che si fusero con le preesistenze romane. Le massime espressioni architettoniche che seguirono negli anni successivi sono visibili in due monumenti simbolo della valle: [1]
  • San Claudio al Chienti (Corridonia): Questa splendida chiesa, con la sua caratteristica struttura a pianta quadrata, due livelli sovrapposti e due torri cilindriche in facciata, che ha il suo prototipo architettonico nel frigidarium di Khirbat al Mafjar, che sarà il sito dell'importantissimo centro religioso di epoca carolingia. [1]
  • Santa Maria a Piè di Chienti (Montecosaro): Situata più a valle, questa abbazia presenta un impianto con deambulatorio e cappelle radiali absidali, una tipologia architettonica tipica delle abbazie cluniacensi.

domenica 18 ottobre 2026

AI intelligenza molto artificiale!


aiai 
Succedono cose strane con questa AI (intelligenza artificiale)
 
Prima di scrivere “Aquisgrana Restituta”, più di trenta anni orsono, cominciai a leggere tutto quello che trovavo sul medioevo, in particolar modo sul periodo carolingio. Cominciai con i libri di scuola che ancora avevo per casa, poi passai molto del mio tempo libero alla biblioteca “Mozzi – Borgetti”    di Macerata. Volevo capirci di più.
 
Non ricordo se fu in un libro di scuola o in biblioteca, non ricordo l’autore dello scritto, ma ricordo di aver letto alcune pagine di un autore molto quotato a livello universitario. Forse Henry Pirenne o forse uno meno famoso: purtroppo non me lo sono segnato, come consigliava giustamente Massimo Troisi. Ma se i libri stampati su carta non verranno messi al rogo prima o poi lo ritrovo.    Cosa diceva in poche parole?  
 
Ad Aquisgrana una civiltà fluviale. Parlava dei tempi di Carlomagno.
 
Ricordo che quasi mi misi a ridere: Aachen dista 30 Km dalla Mosa e 50 Km dal Reno; Il Wurm, il fiume di Aachen è un fosso.
 
Oggi per curiosità ho chiesto all’intelligenza artificiale quale fosse lo storico che aveva parlato di questa strana civiltà fluviale. 
 
Risposta AI: è colpa del revisionista Giovanni Carnevale.            
 
Sono disposto a giurare anche sotto tortura che Don Carnevale, dal 1993 fino al decesso, non ha mai parlato di una civiltà fluviale ad Aquisgrana.                                                                   
 
Mancini Enzo 12 ottobre 2026

mercoledì 7 ottobre 2026

Perché la via francigena dai documenti (chiedi a Google) non risulta nelle Marche

Da Google :

La Via Francigena non attraversa direttamente le Marche con il suo tracciato ufficiale storico riconosciuto (che in Italia scende dal Passo della Cisa giù in Toscana e Lazio verso Roma). [1]
Tuttavia, nel Medioevo il territorio marchigiano era ampiamente percorso da pellegrini e viandanti attraverso una rete di direttrici storiche, valli fluviali e raccordi trasversali che collegavano la Francigena e la via Salaria ai santuari locali e a Roma
LA RISPOSTA È SEMPLICE LE MARCHE, CIOÈ LA FRANCIA PICENA, È UN IL PUNTO DI ARRIVO DELLA VIA DI FRANCIGENA, QUINDI NON ESISTONO STRADE PER LA VIA FRANCIGENA. 

lunedì 5 ottobre 2026

I quattro "saggi" secondo l'analisi del Prof Enzo Mancini.

Camerino

Partorì la montagna e …
 
Un bel giorno di quest’anno ho sentito dire che all’Università di Camerino parlavano di san Claudio. Non avendo di meglio da fare sono andato di buon grado verso la montagna, dove nel lontano 1975 mi consegnarono il diploma di laurea, firmato nientepopodimenoché da un conte palatino del Sacro Romano Impero.                                                  
Ho ascoltato la presentazione di una monografia su san Claudio al Chienti – note geoambientali, storiche e architettoniche, a cura di Gilberto Pambianchi, finito di stampare nel mese di dicembre 2025 presso Publicolor; frutto di UNICAM in partenariato con la Regione Marche, un progetto chiamato PICENUM HERITAGE. Alla fine ho anche acquistato il libro, dando l’impressione di avallarne in qualche modo il contenuto. Mi sono reso conto in ritardo che la montagna aveva partorito un topo. Responsabile del topo, pardon, del progetto, il signor Gilberto Pambianchi. La prefazione di Alessandro Delpriori dice:
“… Esemplare è quanto fatto per San Claudio  racchiuso in questo libro. I quattro saggi che lo compongono hanno il merito di smitizzare certa letteratura locale, fiorita attorno a un clamoroso abbaglio che ha determinato una narrazione antistorica e partigiana, che voleva vedere in questo insediamento la vera Aquisgrana, questione ormai ampiamente chiarita e su cui non serve tornare. E infatti nel libro non se ne fa praticamente menzione se non in una nota del prof. Catani per prenderne le distanze.”
 
Seguono i quattro saggi
 
1)    Giovanni Scoccianti: chiamato storico forse perché il più informato della teoria di Giovanni Carnevale; (altrimenti non saprei a che titolo si trovi fra cotanti relatori).
 
2)    Evoluzione geomorfologica e ambientale della piana alluvionale circostante l’Abazia di San Claudio: presentata da Farabollini P. cui hanno contribuito anche Aringoli D. – Bendia F. – Bufalini M. – Gentilucci M. – Lampa F. – Materazzi M. – Pambianchi G. (Nulla da eccepire).
 
3)    Enzo Catani: Paleonimi Latini al plurale: l’esempio di Pausulae nel Piceno. ( un’ora di sproloquio per dire che Pausulae è plurale!)
 
4)    Gerardo Doti: San Claudio al Chienti: note storico – architettoniche, geometria, parametri murari. ( Mi ha dato l’impressione di uno che senza volerlo si è trovato in cattiva compagnia).
 
Concludendo la mia recensione sulla monografia vorrei dire, principalmente al signor Delpriori, quanto segue. Quanto da lei scritto nella prefazione è semplicemente assurdo per un ateneo scientifico. Come ha spiegato Galilei, una affermazione scientifica deve essere supportata da prove, di cui nella monografia non si trova traccia. Quando la questione è stata ampiamente chiarita? Non basta dire che Giovanni Carnevale, e con lui i suoi sostenitori hanno preso un “clamoroso abbaglio”, perché lo dico io… “e voi non siete un…” (vedere il Marchese del Grillo per completare).
 
Mancini Enzo          
4 ottobre 2026 
 
(Festa del patrono d’Italia, soprannominato Francesco perché frequentava, col padre o col nonno o da solo,  la Francia Picena.)