Visualizzazione post con etichetta Eginardo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Eginardo. Mostra tutti i post

giovedì 5 ottobre 2023

Dal libro "La barba Fiorita" del Prof. Enzo Mancini: Il terremoto

Il terremoto

Il terremoto conferma che Aquisgrana era qui. Lo scrissi nel
1997 sulla pagina locale del "Resto del Carlino", in occasione di
una bella scossa, e oggi lo ripeto con la stessa convinzione.

Lo so che Aachen si trova sul graben del Reno e che anche
lì ci sono terremoti, ma con connotati e cadenze diverse. 

Lo ripeto soprattutto per qualche contrario alla tesi di Giovanni Carnevale, che è liberissimo di avere le proprie opinioni, ma se fosse intelligente come crede di essere si asterrebbe dagli insulti.

Ad Aachen i terremoti avvertiti dalla gente normale sono molti di meno, ma soprattutto non presentano innumerevoli repliche come da noi.

Eginardo nella “Vita Karoli” descrive chiaramente una serie di eventi sismici come quelli avvertiti dalla Provincia di Macerata: “ Accessit ad hoc creber aquensis palatii tremor et in domibus, ubi conversabatur, assiduus laqueariorum crepitus”. Si aggiunge a questo un frequente tremare del palazzo nelle case, dove ci si trova, un continuo scricchiolare dei soffitti.

Certo non è una prova, ma è un solido indizio, checché ne pensi qualche pseudo esperto leone da tastiera.

mercoledì 7 giugno 2023

I documenti del periodo carolingio ci sono, ma loro (I PROFESSORONI onniscienti) li snobbano. Per questo motivo ritorno sull'argomento, riproducendo ciò che ha scritto il l Prof. G: Carnevale.

  

Dal libro del Prof.

G I O V A N N I  CARNEVALE

La scoperta di

AQUISGRANA

in VAL DI CHIENTI

Pag.: 35 - 38:

IL TERMINE PALATIUM INDICA L’AREA DEL POTERE DI AQUISGRANA. IL PALATIUM ERA NEL PICENO.

 

Eginardo e Claudio di Torino usano, come si è visto, il solo termine di Palatium

per indicare il Palazzo di Aquisgrana.

Il Palatium lo troviamo, localizzato nel Fermano, in un documento del 787

redatto per ordine di Hildeprand, duca di Spoleto. (14) Il documento fa anche riferimento

a Guarino, genero di Hildeprand e conte dello stesso Palatium, cosicché

questo Palatium nel Fermano ha tutti i requisiti per essere Aquisgrana, ubi regis

comitatus erat. (15) Un conte di Palazzo poteva infatti esserci solo ad Aquisgrana.

La presenza del Palatium nel Fermano comporta un massiccio insediamento di

Franchi nel Piceno. Che ceppi di popolazione franca abitassero nel Piceno è

indubbio, perché ancora dopo il Mille, nei contratti locali o nelle disposizioni

testamentarie si specificava a quale legislazione i traenti intendessero attenersi, se

alla franca, o alla longobarda, o alla romana. Non si è però mai indagato né sull’origine

né sulla consistenza di tali insediamenti.

Ciò premesso, do in traduzione il documento che la cancelleria del Palatium

redasse nel 787 per volontà di Hildeprand, duca di Spoleto.

In nome del Signore Dio Gesù Cristo nostro Salvatore.

Regnando i signori nostri Carlo e Pipino suo figlio, re dei Franchi e dei

Longobardi e patrizio dei Romani, nell’anno del loro regno in Italia per grazia di

Dio XIV e VI.

In nome di Dio Onnipotente io Hildeprand, glorioso e sommo duca del Ducato

di Spoleto.

Sono noti i fatti per cui Rabenno, figlio del conte Rabenno della città di

Fermo, prese in moglie Haleruna che Hermifrid per diabolica ispirazione rapì con

violenza e sposò. In seguito a ciò Rabenno denunciò il fatto qui “in Palatio” e

successivamente si celebrò il processo a carico dello stesso Hermifrid. Secondo la

legge longobarda ambedue furono consegnati nelle mani di Rabenno. Poi Rabenno

di sua volontà fece loro dono della vita e alla sua presenza fece indossare ad

Haleruna l’abito di monaca e la fece consacrare da un sacerdote. E pur essendo

stato fatto tutto ciò, dopo se la riprese di nuovo in moglie. Di conseguenza tutti i

possedimenti della stessa Haleruna divennero di proprietà pubblica, secondo la

legge. Perdonò ugualmente ogni colpa allo stesso Hermifrid e lo restituì spontaneamente

a suo padre Spentone in seguito a “launigildo”. Dopo però, poiché stavano

di nuovo per cadere in peccato, lo stesso Rabenno lo uccise di sua mano. Perciò, in

base alle disposizioni di legge riportate dall’editto, il predetto Rabenno fu cacciato

da tutti i suoi possedimenti e la metà di essi divenne di dominio pubblico.

Perciò noi, suddetto glorioso e sommo duca, a nome dei suddetti re nostri

signori e nostro, doniamo e concediamo al Monastero di Santa Maria Madre di

Dio sito nella Sabina, nel luogo denominato Acuziano, dove lo stesso Rabenno si

è volontariamente fatto monaco, ossia a te, reverendissimo Altpert, abate santissimo,

nostro oratore, e a tutti i monaci dello stesso santo Monastero, tutta la suddetta

proprietà di costoro, quale è stata secondo diritto e ragione devoluta alla

proprietà pubblica, cioè le case, le terre, le vigne, i prati, le selve, i saliceti, gli

alberi fruttiferi e infruttiferi, i campi coltivati e incolti, i servi e le serve, i beni

mobili e immobili, tutto in blocco quale è divenuto di proprietà pubblica per diritto

e per ragione secondo la legge, e quale essi stessi prima avevano posseduto a

buon diritto, tutto insomma concediamo in possesso del detto Monastero. Perciò a

partire da oggi resti saldo e stabile possesso del detto Monastero e dei suoi abati

e non venga mai rivendicato da nessuno, conte, gastaldo o nostro “actore”. Io

Halifred diacono e notaio ho scritto ciò per ordine della suddetta autorità.

Rilasciato “in Palatio” per ordine di Spoleto nell’anno XIV della nostra elezione

a duca in nome di Dio, nel mese di agosto, indizione X.

Sotto il conte Guarino, nostro genero.

Il documento offre lo spunto per varie riflessioni:

** Carlo Magno nell’agosto del 787 era impegnato in Baviera contro il ribelle

duca Tassilone, ma dal documento risulta che in sua assenza Hildeprand aveva o si

arrogava il diritto di inviare da Spoleto ordini alla cancelleria del Palatium nel

Fermano, cui presiedeva un Conte di Palazzo. Hildeprand insomma agiva in nome

di Carlo Magno stesso. Il riconoscimento della carica di Guarino (sub Guarino

comite genero nostro) è quasi solo un atto di cortesia del suocero nei confronti del

genero. Eppure i procedimenti giudiziari rientravano nelle competenze del conte

di Palazzo. Eginardo al c. 24 riferisce che Carlo Magno se, mentre si vestiva, il

Conte di Palazzo gli riferiva che c’era una lite che non poteva essere risolta senza

una sua decisione, faceva subito introdurre i litiganti e pronunciava la sentenza.

Evidentemente, di fronte alla personalità e all’invadenza del suocero, il genero

lasciava fare.

** I Rabenno senior e junior erano conti di Fermo, ma Hildeprand li liquida con

uno sbrigativo filius cuiusdam Rabennonis comitis civitatis firmanae. Evidentemente

i conti Rabenno erano nobili longobardi senza più potere. A Rabenno

junior Hermifrid aveva potuto rapire la moglie; Hildeprand, in nome di Carlo

Magno, gli aveva sottratto metà dei beni e tutti quelli della moglie, fino a spingerlo

a trovar rifugio, come monaco, nell’abbazia di Farfa. Per il longobardo Rabenno

era stato senz’altro un’umiliazione e un errore aver chiesto ai Franchi del Palatium

che contro Hermifrid si istruisse un processo secundum legem longobardorum.

** Nel Palatium era attiva una cancelleria tanto qualificata che Hildeprand

attraverso essa poté fare, in nome di Carlo Magno, ciò che da Spoleto non avrebbe

potuto fare. Era cioè la cancelleria del Regno.

** Il documento la dice lunga sull’arroganza dei metodi con cui i Franchi si

andavano impadronendo del territorio fermano a danno dei Longobardi. Forse per

reazione a tutto ciò il longobardo Paolo Diacono maestro nella scuola palatina di

Aquisgrana fino al 787, dopo tale anno non volle più restare ad Aquisgrana, ma se

ne andò a Montecassino.

** La cancelleria del Palatium, dopo aver redatto il diploma per ordine di

Hildeprand, in chiusura, quasi a scanso di responsabilità, ci tiene a precisare che il

documento era stato redatto ex iussione suprascriptae potestatis, cui evidentemente

non si poteva dire di no. Come se non bastasse si aggiunge che è stato redatto

In Palatio ma per ordine di Spoleto, iussione Spoleti.

** Il tribunale del Palatium è il tribunale di suprema istanza del Regno. Non

dipende da Fermo perché ne giudica i conti e non dipende da Spoleto perché la

stessa Spoleto deve far ricorso al Palatium per rendere esecutivo in nome dei re

Carlo e Pipino un provvedimento preso dal duca.

** Indubbiamente Hildeprand aveva calcato pesantemente la mano nei confronti

dei Rabenno di Fermo e questo poteva aver suscitato resistenze locali e perplessità

sull’effettiva validità giuridica del documento rilasciato su pressioni del duca

di Spoleto, ma In Palatio e a nome dei re Carlo e Pipino. Trovo infatti anomalo

che Carlo, sette mesi dopo, abbia dovuto emettere un secondo documento, sulla

falsariga del primo, a integrazione dell’opera di Hildeprand. Il beneficiario abate

Altpert nel proprio interesse, ma anche la cancelleria del Regno, a scanso di

responsabilità, si rivolsero a Carlo, perché al provvedimento di Hildeprand venisse

riconosciuta indiscussa validità giuridica. E Carlo, da buon diplomatico, per arginare

la debordante invadenza di Hildeprand e precludergli un ulteriore uso personalistico

della cancelleria del Palatium non ne riconobbe esplicitamente la validità

giuridica ma emise un nuovo diploma identico al primo nella sostanza, per cui

l’abbazia di Farfa entrò in possesso dei beni di Rabenno per diretto conferimento

di Carlo Magno. Così facendo Carlo Magno riconobbe che il processo contro

Rabenno e Haleruna si era svolto legalmente, nel rispetto del diritto longobardo,

ma non riconobbe la validità del documento “estorto” da Hildeprand alla cancelleria

del Regno.

Do in traduzione il nuovo documento emesso direttamente da Carlo Magno,

pratica dichiarazione di nullità giuridica del primo, anche se ne ripete pressoché

alla lettera i contenuti. (16)

Carlo per grazia di Dio Re dei Franchi e dei Longobardi e Patrizio dei Romani.

Tutto ciò che per amore di Nostro Signore Gesù Cristo cediamo e doniamo ai

luoghi dei venerabili santi, riteniamo che in nome di Dio abbia pertinenza con la

prosperità e la stabilità del nostro regno.

Sia perciò noto a tutti i nostri fedeli presenti e futuri che il venerando Abate

Altpert e i monaci del Monastero di Santa Maria Madre di Dio e sempre Vergine,

che è situato nel luogo chiamato Acuziano, nella Sabina, hanno richiesto alla clemenza

del nostro regno alcuni beni che il duca Hildeprand, nostro fedele, ha

requisito o acquisito in seguito a processo, da un uomo di nome Rabenno e da sua

moglie Haleruna in base all’editto dei Longobardi, a causa di alcuni atti illeciti

da essi perpetrati, e cioè la metà di tutto il patrimonio del suddetto Rabenno e per

intero la proprietà di Haleruna: che tutto quel che possedevano nella città di

Fermo o nel suo territorio lo donassimo in elemosina o lo confermassimo al detto

Monastero di Santa Maria. Come a ciascuno dei nostri fedeli che presentano giuste

richieste, non abbiamo voluto dire di no alle loro richieste. Ordiniamo perciò e

comandiamo, che tutto ciò che il ricordato duca Hildeprand acquisì a giusto titolo,

secondo la legge, dal predetto Rabenno e da sua moglie Haleruna, sia in terre,

case, edifici, campi, selve, prati, pascoli, acque e corsi d’acqua, sia in vigne, alberi

fruttiferi e infruttiferi, luoghi colti e incolti, beni mobili e immobili, servi e

serve, tutto e in tutto lo tengano e lo posseggano per sempre, per conto del suddetto

monastero di Santa Maria, il prefato e venerabile abate Aldepert e i suoi

successori che saranno rettori del suddetto monastero, in virtù di quest’ordine,

come dono di sostegno da parte della serenità nostra. Se ne servano per l’illuminazione

della chiesa e il mantenimento dei monaci che ivi servono a Dio, per

sempre, come elemosina nostra e della consorte e dei nostri figli. Perché questo

documento abbia più valore e sia meglio conservato nei tempi futuri, lo abbiamo

sottoscritto di propria mano e lo abbiamo fatto sigillare col nostro anello. Firma

del gloriosissimo Carlo. Hercambald in sostituzione di Radone.

Rilasciato il 28 marzo negli anni XX e XIV del nostro regno. Redatto a

Ghilinheim nella nostra “villa”. In nome di Dio, felicemente.

Per concludere, il Palatium di Aquisgrana sul territorio di Fermo non può essere

fantomatico, anche perché possibili resti del Palatium sono già emersi dal sottosuolo

nelle immediate vicinanze di San Claudio al Chienti. 

sabato 21 novembre 2020

Una analisi del Prof. Enzo Mancini sulla decisione di Carlomanno di trasferisi da Soratte a Montecassino.

                                                                       Eginardo


Nacque verso il 770 d. C. , ma la data è incerta;  probabilmente a Seligenstadt, presso Francoforte, non troppo lontano dal monastero di Fulda.  In questo monastero ricevette l’istruzione di base e , sicuramente per essersi segnalato per la non comune memoria e per il suo cervello fino, fu inviato alla corte di Aquisgrana. Vi arrivò poco più che ventenne, nello  stesso periodo in cui vi giunse Alcuino di York, cioè verso il 792. Alcuino ossia Albino ossia Flacco fu definito da Eginardo:” l’uomo più dotto del suo tempo”. Eginardo fu certamente l’allievo più brillante di Alcuino, ma non certo un personaggio importante alla corte di Carlo Magno.  Il maestro lo chiamava amabilmente “Nardulus”, piccolo nardo,  scherzando un poco col suo nome e con la sua piccola taglia. Eginardo diventò importante a corte solo con Ludovico il Pio, e anche di più col suo primogenito Lotario. Non era un monaco, nonostante che nello sceneggiato RAI di pochi anni fa lo abbiano fatto vestire di saio già ai tempi di un giovane Carlo Magno, sbagliando sull’abito e sull’età.  Eginardo si fece monaco solo quando rimase vedovo della moglie Imma, in età avanzata.  Morì  quasi settantenne nell’840,  lo stesso anno di Ludovico il Pio. Da vedovo e monaco fece ritorno dalle parti dove era nato, facendovi costruire un monastero e una basilica.

Curiosamente Eginardo oggi è più famoso di Alcuino, solo per aver scritto la “Vita Karoli”. Vero è che senza Eginardo  oggi Carlo Magno sarebbe stato considerato alla stregua di re Artù. Però Alcuino era di un’altra categoria, una mente enciclopedica, il sottovalutato inventore dell’UNIVERSITA’, il vero padre dell’Europa. Ma su Alcuino mi propongo di approfondire in seguito.  Ora vorrei tornare ad Eginardo e a quello che scrive nelle prime pagine della “Vita Karoli”.

Racconta che il fratello maggiore di Pipino il Breve, Carlomanno, stanco delle battaglie e degli impegni di governo del regno dei Franchi, si potrebbe anche ipotizzare per non essere molto in sintonia con l’ambizioso fratello, si ritirò sul monte Soratte, a vita monacale, a poco più di venti Km a Nord del grande raccordo anulare  di Roma. Lasciò così spazio a Pipino che di li a poco, con un vero colpo di stato, doveva esautorare Childerico III e farsi incoronare, con la benedizione di papa Stefano II, quale legittimo sovrano del regno Franco. Ma la pace del monastero era frequentemente interrotta da un andirivieni di nobili Franchi, dai quali Carlomanno era considerato molto più importante e popolare di Pipino. Di sicuro in battaglia  Carlomanno  aveva  molto  più carisma  e  seguito  del suo mingherlino  fratello,   passato alla storia come “il Breve”.  Quelli di San Claudio oggi lo avrebbero chiamato “Peppe lu Tappu”.   Allora Carlomanno, seccato delle visite di questi importuni,  se ne andò a Monte Cassino, dove concluse senza più scocciatori la sua esistenza terrena.

Ora ragioniamo. Se Pipino e i Franchi fossero stati  dalle parti di Liegi e di Aachen i nobili che andavano da Carlomanno sul monte Soratte avrebbero dovuto viaggiare per un sacco di tempo. Oggi il percorso in autostrada sarebbe di 1.400 Km circa; ma senza autostrada, senza ponti e gallerie il percorso sarebbe più che doppio . Ammesso che riuscissero a fare 50 Km al giorno, che sarebbe una buonissima media per quei tempi, la sola andata avrebbe richiesto quasi due mesi. Si potevano permettere questi signori di stare via da casa quasi quattro mesi solo per rendere omaggio al loro vecchio condottiero?  Forse sarà stato allora che  è nato il proverbio “chi va a Roma perde la poltrona”?  Ma se questi avevano viaggiato per quasi due mesi per arrivare al monte Soratte, si sarebbero scoraggiati di fare due giorni di strada in più per andare a Monte Cassino?  Credo proprio di no.  Se invece i notabili Franchi partivano dal territorio che oggi è la provincia di Macerata, per andare a Monte Cassino  anziché al monte Soratte, avrebbero dovuto impiegare il doppio del tempo di viaggio.  Allora sì che si spiega perché Carlomanno poté vivere in santa pace i suoi ultimi anni di vita terrena.

Mancini Enzo     Macerata 20  novembre 2020   (in tempi arancioni)

mercoledì 9 dicembre 2015

L'elefante di Carlo Magno è sepolto a San Claudio?




Riprendiamo la  notizia relativa all’elefante di Carlo Magno, per presentare quanto gentilmente ci viene riferito e concesso dal prof. Enzo Mancini. Dal suo libro “ Aquisgrana Restituta” , nel capitolo dedicato all’elefante, troviamo la notizia che, qualche decennio fa nel corso della trivellazione di un pozzo, in località San Claudio, furono portati alla luce dei denti di un animale. Gli operai addetti alla trivellazione non esitarono ad attribuirli ad un “ enorme animalaccio”. Al nascere della teoria di Aquisgrana in Val di Chienti, essendo andati perduti tali resti, il prof Mancini mi dice di aver accompagnato personalmente l’operaio, che aveva ritrovato questi strani denti, al museo di storia naturale di Camerino,  con lo scopo di farsi indicare, tra i reperti esposti, quelli che più somigliavano a quelli venuti alla luce dallo scavo. E’ da questa indagine che si comprese che essi erano straordinariamente identici a quelli di un elefante.

Riportiamo ora la copertina del libro del prof. Enzo Mancini, le pagine relative al capitolo dell’elefante e una recentissima relazione che il prof.  Mancini cortesemente ci ha espressamente preparato per il nostro sito.








































Abul Abbas (analisi del prof. Enzo Mancini)

In data 802 d.C. alla corte di Aquisgrana pervenne, dopo un viaggio di circa quattro anni, un elefante, scortato dall’ebreo Isacco, dono del capo abasside Harun Al Rashid, califfo di Bagdad, più famoso in letteratura come il signore delle mille e una notte.
Riguardo a questo animale ormai storia e leggenda si intrecciano in modo inestricabile, tanto che quello che si può prendere per buono è solo la frase precedente, perché attestata dal biografo ufficiale di Carlo Magno, Eginardo. Che cita l’elefante ma non il suo mahout. Che poi si chiamasse Isacco o Abramo, non è decisivo in questo contesto. Cerco di spiegarmi meglio.
Fra gli storici la più diffusa versione è che questo elefante arrivò per mare a Porto Venere, in Liguria, da lì fu portato a Vercelli dove, con l’avvento della stagione propizia, gli furono fatte attraversare le Alpi.
Ma c’è chi scrive, senza purtroppo citare le fonti, che detto pachiderma sbarcò a Pisa, per essere portato a Pavia. Ma, per evitare di dover ripetere la rischiosa impresa di Annibale, fu di nuovo imbarcato in Liguria per approdare a Marsiglia. Da là non era poi così difficile farlo giungere ad Aix- la - Chapelle, oltre le Ardenne, risalendo la valle del Rodano.
Nel mio sforzo di trovare le fonti documentali ho letto negli “ Annales qui dicuntur Einhardii” che l’elefante  morì nell’810, dopo aver attraversato il Reno, in località Lippenheim. Ma questo brano riguardante l’elefante è una evidente interpolazione, evidenziata e sottolineata nella prima edizione degli MGH, non più nella più recente versione.
Ora io mi domando: come ci si può fidare completamente di questi “Annales”, pieni di cancellature, interpolazioni, correzioni, scritti e riscritti dopo molti anni dai fatti, in latino ma con i toponimi in perfetto tedesco, località comparse tre, quattro, cinque… secoli dopo. Come mi meraviglia che gli storici tedeschi, che sanno da più di cento anni che Aachen non è l’Aquisgrana carolingia, continuino a spacciarla per tale senza fare una piega. Ma dopo lo scandalo della Volkswagen mi meraviglio di meno. 
E mi viene in mente un pensiero strampalato: non potrebbe succedere fra mille e più anni, speriamo di più, se ci fossero guerre atomiche, che gli storici futuri siano costretti a ricavare la storia del Nazismo dalle vignette di Sturmtruppen?
Questa considerazione soprattutto per i tanti sapientoni che sul web fanno commenti impropri, misti a grasse risate, al sentire che c’è qualcuno che vuol riscrivere la storia di Carlo Magno. Dice bene Umberto Eco che Internet ha posto sullo stesso piano il premio Nobel con lo scemo del villaggio.
Tornando al nostro pachiderma, che sia sopravvissuto allo stress di quattro anni di viaggio e a otto inverni della Westfalia a me pare poco credibile. Nella “Storia d’Italia” di Montanelli - Gervaso si legge che l’elefante non morì di polmonite, ma per aver mangiato troppo foraggio fresco, fornitogli dalle stesse mani dell’imperatore, che per il dispiacere proclamò addirittura una giornata di lutto nazionale. Che l’elefante era asiatico lo sapevo già da tempo: quello africano non è addomesticabile. 
Che era anche albino l’ho scoperto solo tre anni fa, dopo aver letto un articolo sul giornale locale “la Rucola”, dell’aprile 2012. Incuriosito, ho cercato in rete notizie su questa immagine: un elefante bianco, con piccole orecchie e privo di zanne, che sul groppone porta una specie di castello. Non è difficile, io credo, individuare in questo castello la fisionomia della chiesa di san Claudio al Chienti, come doveva essere quando, oltre alle due torri cilindriche, possedeva ancora la cupola centrale. Non è difficile soprattutto per chi nei paraggi di san Claudio ci è vissuto parecchi anni: altri possono avere opinioni diverse.
Questa immagine è di un affresco che ora è conservato al museo del Prado di Madrid, ma che ha una lunga storia. Proviene dall’eremo mozarabico di san Baudelio de Berlanga, nella provincia di Soria. L’edificio si trova in una zona desertica dell’alta valle del Duero. Fu riscoperto nel 1917, un po’ come san Claudio, ed oggi, dopo essere stato per anni adibito a stalla per le pecore, è diventato monumento nazionale per gli Spagnoli. Essendo di proprietà privata molti degli affreschi furono venduti, fra cui quello che ci interessa, sparpagliandosi per vari musei degli Stati Uniti. Nel 1957 la Spagna ne tornò in possesso, ma non li rimise in loco, ma nella capitale. E che l’elefante albino raffiguri Abul Abbas, donato a Carlo Magno dal califfo di Bagdad, lo hanno detto gli Spagnoli, e non ci sono ragioni per dubitarne. La presenza dell’affresco nella “Iglesia de san Baudelio”, definita anche come “ cappella Sistina dell’arte mozarabica”, sarebbe dovuta al fatto che nel medioevo l’elefante albino sarebbe assurto a simbolo mitico dell’ideale di purezza e castità.
Noi aggiungiamo che, se l’elefante è Abul Abbas, quello sul groppone non è un castello, ma l’Aula Aquensis, la cappella Palatina di Aquisgrana, cioè l’abbazia di san Claudio al Chienti.
Una riflessione sul viaggio marittimo di Abul Abbas. I messaggeri che  Carlo Magno inviava in Grecia e in Asia minore viaggiavano in Adriatico: “ille gurgitulus” lo definiva l’imperatore.
Perché Isacco doveva andare sul Tirreno? Che poi era area sotto controllo omayade, in quel periodo in contrasto con gli Abassidi di Bagdad. L’avvento degli Abassidi aveva portato anche ad un periodo di pace fra Bagdad e Costantinopoli. Perché Isacco, uomo giudizioso, doveva andare a percorrere un’area sotto influenza nemica e infestata dai pirati saraceni nordafricani? Ma soprattutto, se Isacco aveva accompagnato altre ambascerie carolingie dirette in Grecia e in Asia minore, perché per trasportare un carico prezioso e pesante doveva scegliere una strada più lunga e più insicura?
Altra riflessione: ai tempi dell’impero Romano il porto di Cupra Marittima era importante. Il tempio della dea Cupra era stato restaurato dall’imperatore Adriano. Importante lo doveva essere anche nell’VIII secolo. E Cupra per i Romani era la dea Bona, Afrodite Cipria, Venere per i Latini. Vuoi vedere che Isacco scaricò l’elefante a Cupra Marittima e che Abul Abbas ha attraversato al massimo il Reno che scorre in Romagna? L’ipotesi può sembrare frutto di troppo fervida fantasia?
Ma che ne direste se all’ombra delle torri cilindriche di san Claudio si trovasse lo scheletro di un elefante asiatico con le zanne poco sviluppate? 
Io nutro buone speranze in proposito.