domenica 21 luglio 2024

L'originale del testo pubblicato dal Resto del Carlino

 

AQUISGRANA NON È AD AACHEN

In risposta alla petizione di studiosi e parrocchiani al vescovo di Feermo

 

 

Maggio 2010: La tomba di Carlomagno non è nell’atrio della cattedrale di Aquisgrana (Il giornale); Grave of Charlemagne remains a mystery(Medial News); Germania:archeologi smentiscono leggenda su tomba di Carlomagno (Adn Kronos); La tomba di Carlo Magno? Non esiste (Avvenire); Carlo Magno non abita qui (La stampa).

La tomba originaria di Carlo Magno non si trova nell’atrio della cattedrale di Aquisgrana. Questa la notizia. Un gruppo di archeologi guidati da Andreas Schaub per tre anni ha cercato invano tracce della sepoltura dell’imperatore, morto nel 814. Le tracce più antiche trovate risalgono al XIII secolo, quattrocento anni dopo la  sua morte.  

 

San Claudio al Chienti e la Cappella palatina di Aquisgrana sono la stessa cosa. Storicamente e architetturalmente. Questa la tesi del prof. Giovanni Carnevale, resa pubblica nel 1993 e sviluppata in altre quattordici pubblicazioni. Tesi ignorata dagli studiosi. In verità c’è stata qualche sporadica manifestazione di dissenso senza tuttavia specificarne i motivi. Desta meraviglia che dopo molto tempo e soltanto dopo la sua morte la tesi del professore sia ritenuta storicamente infondata. Questi studiosi li hanno letti i libri del prof. Carnevale ? Onestà intellettuale richiede che la contrarietà ad una teoria sia resa manifesta con prove, argomentazioni e considerazioni storiche. Proponiamo alcuni esempi.  Il prof. Carnevale mette a fondamento della sua teoria l’affermazione di Theodulf, alto prelato alla corte di Carlo Magno,  che ha fatto costruire a Germigny des Prés una cappella instar eius quae in Aquis est, ossia simile alla cappella di Aquisgrana. Se questa poi non è minimamente rassomigliante a quella di Aachen che ha pianta ottagonale e non quadrata, qualche interrogativo si pone.  

Nel Capitulare de villis, straordinario documento carolingio, si fa riferimento a specie vegetali tipiche del clima mediterraneo e non nordico. In due capitoli si cita il vino cotto, prodotto tipico della nostra terra. Le vigne non crescevano ad Aachen per la piccola glaciazione del dal V al IX secolo.

Gli insigni studiosi firmatari della petizione  non debbono preoccuparsi se vacilla la tradizione che vuole Aquisgrana ad Aachen. Non è questione tale da minare i rapporti italo tedeschi e gli equilibri europei.

Tra gli illustri firmatari della petizione anche il famoso divulgatore storico Alessandro Barbero. Per contro rammentiamo che nel manuale scolastico di Gillo Dorfles, uno dei maggiori storici del’arte italiana, è citata la tesi del prof. Giovanni Carnevale.

Ai numerosi  firmatari parrocchiani, alcuni dei quali ignorano che San Claudio dal 1986 non è più pievania ma  parrocchia,  ricordiamo che la loro terra  ha avuto un passato ben più importante di Aachen.  Ivi insisteva la città romana di Pausulae, una vasta area archeologica, uno dei primi insediamenti cristiani d’Occidente sede di diocesi con un proprio vescovo.

In conclusione auspichiamo il confronto sugli argomenti trattati, di grande utilità più delle polemiche e petizioni.  

Piero Giustozzi 

mercoledì 3 luglio 2024

la improvvisa scomparsa del Dott. Nazzareno Graziosi rattrista tutti noi.

 Dott. Nazzareno Graziosi ha lasciato tutti noi orfani di un grande amico, un ricercatore storico , uno scrittore, un appassionato sostenitore e collaboratore della nostra Associazione .

Sentite condoglianze alla sua Teresa ed ai suoi famigliari.

Resterà sempre nei nostri cuori la sua vitalità, il suo altruismo,  la sua saggezza e la sua cultura.


martedì 11 giugno 2024

Ricordo della "FESTA DI AQUISGRANA"

 Uno dei momenti della giornata della "FESTA DI AQUISGRANA" : Spettacolo di musica celtica. (domenica ‎21 ‎agosto ‎2011).



lunedì 3 giugno 2024

Le spoglie di Carlo Magno non sono in Germania!

 Alberto Morresi con il suo libro: LA CONGIURA DI SANTA CROCE vi spiega perché il corpo di Carlo Magno, conservato in Germania, è invece quello di Carlo il Grosso.





Dal periodico "LA RUCOLA" una relazione del nostro socio Dott. Albino Gobbi

 


Esame al microscopio sgradito ai fiancheggiatori nostrani della storia tedesca 

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Nell’ambito di un Convegno del Centro Studi Storici Maceratesi, svoltosi all’Abazia di Fiastra il 19/11/2022, Furio Cappelli, volendo ironizzare sul Centro Studi San Claudio al Chienti, ha tenuto una relazione dal titolo provocatorio: “Una pieve in Val di Chienti, tra storia, metastoria e magia”. Se la relazione orale si poteva considerare rozza e superficiale, molto diverso è stato il testo scritto, pubblicato l’anno successivo sugli Annali del prestigioso sodalizio. Tra l’esposizione orale e la pubblicazione lo Storico ascolano ha studiato e approfondito seriamente l’architettura maceratese, lasciando nella versione scritta solo il titolo e la parte finale della relazione del 2022.

Se non si fosse dilungato troppo su una struttura sostanzialmente moderna come il Taj Mahal (del XVII sec.), però, avrebbe potuto approfondire maggiormente San Claudio e quindi non fare errori grossolani, come quando afferma a p. 26: “la chiesa rientra tuttora nell’ambito di quella distrettuazione, e l’arcivescovo in persona ne è il titolare, affidando la cura delle anime a un parroco locale che funge da vicario” (Cappelli Furio, Atti del LVII Convegno Centro studi storici maceratesi editore, 2023; stampato con il contributo di Regione Marche). No, San Claudio è parrocchia. Un Decreto Ministeriale del 19/12/1986 in G.U. n. 4 del 7/1/1987 la definì ente ecclesiastico civilmente riconosciuto. La parrocchia fu annotata nel registro delle persone giuridiche del Tribunale di Macerata al n. 53 il 03/04/1989. Dopo mille anni, il vicario abbaziale perdeva il suo titolo per acquisire quello di parroco. (Giustozzi Piero, Da Montolmo a San Claudio amici per il fiume e altre storie, p.124, Corridonia, 2023).

A pag. 24 (ibidem) Cappelli afferma che Germigny-des-Prés ha una ripartizione degli spazi in 9 quadrati. No. E, se Cappelli avesse studiato Gillo Dorfles, non avrebbe fatto un simile errore: è comunque comprensibile che non possa segnalare quello studioso triestino che ha osato citare in un suo manuale scolastico l’Innominabile (Carnevale Giovanni n.d.r.). Non è comprensibile, invece, che Cappelli non abbia letto, magari di nascosto, ciò che il prof. Dorfles ha scritto a p. 69 del secondo volume “Dall’arte paleocristiana all’arte gotica” (Dorfles G. Ragazzi M., Civiltà d’Arte, casa editrice Atlas). Ma ovviamente ha studiato la Sahler. Nella sua “nota del curatore” dell’edizione italiana del 2006, Furio Cappelli (Sahler H., S. Claudio al Chienti e le chiese romaniche a croce greca iscritta nelle Marche, ed. Lamusa, 2006, p. 7-10) condivideva l’impostazione della studiosa tedesca di una ispirazione lombarda della Chiesa di Corridonia. Nella relazione pubblicata nel 2023 sugli Atti del Centro Studi Storici Maceratesi, al contrario, fa derivare (giustamente) la planimetria dal Medio Oriente. Sull’alzato, cioè il costruito, ha dovuto, diplomaticamente, continuare a insistere sull’origine nordica del modello di San Claudio ma, essendo evidente che non assomiglia a San Satiro di Milano, a San Giovanni di Cantù ecc., ha preferito chiamare “in causa Ravenna” scrivendo: “è evidente un influsso nordico (o romagnolo se si preferisce), piuttosto che vagamente orientale” (ibidem p. 29).

A pag. 13 Cappelli afferma che l’architettura aveva goduto di una ininterrotta fortuna in quel crogiuolo di civiltà che fu il Medio Oriente. Riconosce, finalmente, l’eredità ellenistico-romana, mediata dalla Siria e l’eredità della Persia Sassanide che ha le proprie radici nei Babilonesi. Il capostipite del modello, per Cappelli, sarebbe il tempio di Kish, fatto costruire da Nabucodonosor nel 590 a.C. (ibidem p. 20) e la porta monumentale di Ishtar (575 a.C.) (ibidem p. 30). Lo schema venne trasmesso alla Persia a Susa (Ayadana) e al tempio partico del sole in Hatra (I sec. d.C.), per poi passare in Palestina nel II sec. nel sepolcro di Kasr an-NuweiJis (ibidem p.21) e poi nel castello di  Khavarnak in Mesopotamia, del 418 d.C. (ibidem p. 18); quindi nella grande basilica cristiana in Siria di Qal’at Sim’an (474-491) e nella chiesa centrale a croce greca iscritta di Rusafa, sull’Eufrate, che anche lo Studioso identifica come sala delle udienze dello sceicco al-Mundhir (569-582 d.C.), dopo il ritrovamento di una epigrafe. Subito dopo, nel 624-631, venne costruita la cattedrale nella storica capitale Armena di Bagaran “guarda caso in un naturale crocevia tra la Siria, la Persia e l’Anatolia” (ibidem p.23).

Cappelli dimentica però di citare la cattedrale del ‘Vaticano’ armeno di Wagharschapat che, avendo tutte le campate uguali, assomiglia maggiormente a San Claudio. Finalmente e giustamente, Cappelli si sofferma brevemente sul palazzo omayyade di Khirbet el Mafjar vicino Gerico, in Palestina (739 d.C.), che il prof. Carnevale nel 1992 (Provincia di Macerata anno II, n.2, aprile 1992) aveva posto come modello più simile della Chiesa di  San  Claudio,  e  l’accosta,  invece, all’oratorio vicino Orléans, in Francia, scrivendo infatti: “l’esempio più antico disponibile in Europa è l’oratorio del Salvatore…” (ibidem p. 23). Molto singolare è il rapporto che Cappelli stabilisce tra Germigny-des-Prés e la chiesa di Aachen, infatti scrive: “A complicare le cose nel Medioevo l’oratorio di Teodulfo era considerato una derivazione della cappella palatina voluta da Carlo Magno in onore del Salvatore e della Vergine nella sua reggia di Aquisgrana (l’attuale Aachen).”   […]  “Nel caso di Germigny-des-Prés le differenze con il prototipo sono troppo evidenti perché le si debba enumerare, come si spiega? Si trattava di una filiazione per così dire simbolica e morale, allusiva, il che era peraltro inevitabile perché una copia fedele sarebbe risultata inappropriata e difficilmente realizzabile a scala ridotta e a ridosso della fastosa realizzazione carolina, quando ancora non era stata ‘storicizzata’ (questo spiega il ben altro grado di fedeltà delle copie realizzate a partire dal sec. XI). L’allusione, in sostanza, reggeva sull’adozione di una pianta centrale, sulla presenza di un doppio polo liturgico sull’asse principale (est-ovest) e sulla cura degli aspetti decorativi, meno eclatanti ma comunque spiccanti nel caso di Teodulfo, il quale ricorse all’opera di musivari e plasticatori di notevole talento” (ibidem p.25).

Siccome Teodulfo è stato il committente di un oratorio, quadrato, che doveva imitare la chiesa fatta costruire da Carlo  Magno, come mai la chiesa di Aachen è ottagonale? E quindi non è stata imitata dall’oratorio quadrato di Germigny-des-Prés? A questo punto Cappelli può solo provare a convincere gli osservatori che un quadrato assomiglia a un ottagono e, per ottenere questo risultato fantasioso, si improvvisa poeta e usa gli aggettivi simbolica, morale, allusiva. Ma una struttura edilizia si può vedere, toccare, è quindi reale e non simbolica! Cosa c’entra la morale di cui parla? Cosa c’entra l’allusione di cui parla? Se anche solo elemento trovato in uno scavo archeologico potesse non avere alcun significato, allora sarebbe inutile scavare, sarebbe inutile l’Archeologia.

Anche quando lo Studioso ascolano afferma che la chiesa ottagonale di Aachen sarebbe stata “difficilmente realizzabile a scala ridotta” lascia sconcertati: ma veramente qualcuno potrebbe credere che un edificio non possa essere realizzato a scala ridotta? Cappelli ha attribuito a Teodulfo l’affermazione di aver fatto una “copia fedele” della chiesa di Carlo Magno, quando, invece, il Vescovo aveva scritto: “costruita sulla base del modello della cappella Palatina di Aquisgrana” (C. Heitz, Enciclopedia dell’Arte medievale, 1995): la traduzione di C. Heitz è sulla base del modello e non copia fedeleIndubbiamente ‘copia fedele’ è diverso da ‘sulla base del modello’. Perché la chiesa di Aachen sarebbe stata un “modello inappropriato”, secondo Cappelli, tanto che Teudulfo invece di farla ottagonale l’avrebbe fatta quadrata? È vero che i musivari e i plasticatori sono stati di notevole talento, ma sono vissuti e hanno operato nel 19° secolo quando la chiesa è stata rifatta. Infatti Heitz, pur citato in bibliografia da Cappelli, scrive: della “ricca decorazione a stucco di cui si sono fortunosamente conservati alcuni frammenti” (C. Heitz, Enciclopedia dell’Arte Medievale, 1995). Quindi della chiesa originale erano rimasti alcuni frammenti.

Ancora Cappelli scrive: “Secondo una vulgata disponibile su alcuni siti Web di area maceratese, l’oratorio francese non possedeva in realtà un’abside sul lato occidentale. Sulla base della relazione degli scavi condotti da Jean Hubert nel 1930, risulterebbe infatti che l’abside ovest era stata realizzata negli anni 1867-1876. Sul Web si legge inoltre che la stessa era ancora in piedi nel 1930 ma fu eliminata in un momento successivo, indeterminato. Ma questa abside, individuata proprio dagli scavi, era bensì presente in origine e venne demolita già in età romanica per dare poi luogo a un ampliamento dell’edificio a ovest, realizzato nel secolo XV-XVI e tuttora evidente, l’aspetto curioso dell’affermazione riscontrata, quale che ne sia il nobile scopo, non sta tanto nella “meticolosa” citazione di Hubert, quanto nella totale improponibilità dell’assunto a semplice livello di buonsenso. Se nel sec. XIX fosse stata davvero aggiunta un’abside di restauro, più o meno arbitraria, perché la trasformazione rinascimentale non venne contestualmente eliminata?” (ibidem p. 24 nota 2).

Sicuramente il sottoscritto non ha mai sostenuto che nel 1930 la chiesa originale di Germigny-des-Prés fosse ancora in piedi, compresa l’abside ovest, e in nessun sito Web di area maceratese è mai stato scritto che sia stata eliminata in un tempo indeterminato successivo. No, Hubert afferma di aver scavato nel 1930 e la Sahler, avendone riportato la piantina senza contestarla, l’ha quindi presa per buona ed è lei che Cappelli deve eventualmente contestare, senza fare giochi di prestigio per confondere gli studiosi. Sia nell’edizione in tedesco del 1998 che in quella del 2006 alla tavola 150 (diconsi tavola 150), la studiosa ha riportato la relazione di scavo di Jean Hubert, (di cui ho parlato sui numeri 272 p. 24 e 297 p. 17 de “la rucola”).

 

Nella legenda che illustra la piantina originale di Germigny-des-Prés, viene indicato in nero, alla prima riga, ciò che Hubert attribuisce al IX secolo, e le absidi in nero sono 5 (diconsi cinque). L’abside ad ovest non è nera ma bianca, come si vede dalla legenda all’ultima riga: questa abside, infatti, secondo la legenda, è stata fatta tra il 1867 e il 1876. Cappelli avrebbe dovuto far notare “l’aspetto curioso” alla Sahler perché è solo lei l’autrice della tavola 150 che, invece, sbagliando, mi attribuisce.

Essendo Cappelli il curatore dell’edizione italiana di “San Claudio al Chienti e le chiese romaniche a croce greca iscritta nelle Marche”, perché ha lasciato che Lei sbagliasse? Ma veramente ha sbagliato? O semplicemente nell’803 non era stata costruita questa sesta abside che è stata aggiunta nella ricostruzione del 1867, datazione, però, che è della Sahler, ma sicuramente non mia. Il 7 luglio 2019 un anonimo ha inserito su Wikimedia, subito ripresa da Wikipedia in lingua tedesca, una falsa piantina della chiesa di Germigny-des-Près. Cappelli conosce se il falso è stato redatto in Germania oppure in Italia, in ambienti vicini al mondo teutonico? Di fatto Cappelli, comunque, anche se in modo molto contorto e negando l’origine carolingia di San Claudio al Chienti, alla fine ha dovuto ammettere che la chiesa tedesca di Aachen non è Aquisgrana.

La piantina “vera”

Questa qui sotto è la piantina “vera” di Germigny-des-Près, quella pubblicata sia su La rucola n° 272 che sulla n° 297, in questo secondo numero insieme con la piantina “falsa” dove figurano solo 3 absidi anziché 5 (come invece ha San Claudio al Chienti). Vale a dire: ma quante se ne inventano per screditare  ciò che non fa comodo?

Piantina vera
Abteikirche von Germigny-des-Prés PIANTINA FALSA

Il consiglio di Albino

Consiglio al Centro Studi Storici Maceratesi di farsi pagare il prossimo volume in cui saranno riportate le tesi esposte nel convegno di Montecosaro (2024) dal governo tedesco e dalla Renania Settentrionale-Vestfalia e non da Regione Marche, come nel 2023. Visto che stanno lavorando per i tedeschi almeno non lo facciano pagare ai marchigiani!

Albino Gobbi

13 maggio 2024

Lo stand del Centro Studi San Claudio al Festival del Medioevo di Gubbio


 

Dai ricordi delle attività del Centro Studi San Claudio al Chienti: Vittorio Sgarbi in visita a San Claudio.

Ricordo di Vittorio Sgarbi quando visitò, presso l'abbazia di San Claudio, la personale dello scultore Sandro Piermarini 



giovedì 30 maggio 2024

La chiesa di "Sant'Angelo fino ai cieli" si trova dietro la fortezza di Castel Sant'Angelo?

 

 Liutprando nella sua Antapodosis, nel brano qui sotto riportato, ci descrive questo particolare della città di Roma.

"All'entrata della città di Roma vi è una fortezza 

 costruita con opera meravigliosa e di straordinaria
robustezza, davanti alla cui porta c'è un ponte
preziosissimo fabbricato sul Tevere, che è percorso da chi
entra e da chi esce da Roma: non vi è altra via di
passaggio, se non attraverso quello. Tuttavia ciò non si
può fare se non col consenso di chi custodisce la fortezza"
La fortezza stessa poi, per tralasciare il resto,
è di altezza
tale che, la chiesa che appare sulla sua cima, edificata in
onore dell'arcangelo Michele, sommo principe della
milizia celeste, vien detta "Chiesa di Sant' Angelo fino ai
cieli". Il re, per fiducia nella fortezza, lasciò lontano
l'esercito, e con pochi giunse a Roma."

L'attuale storiografia identifica la fortezza descritta come il Mausoleo di Adriano ((Castel Sant'Angelo).

Chi sa indicarmi quindi quale sarebbe la chiesa che "appare sulla cima" dietro la fortezza!



venerdì 22 marzo 2024

Il Prof. Enzo Mancini ringrazia per l'assist dei medievisti di Montecosaro

 Morresi Alberto  mi ha mandato uno scritto di un signore che proclama con soddisfazione:

 
“Caro Alvise, FINE DELLA FAVOLA. Una delle tante prove documentali che Aquisgrana  era l’attuale Aachen, ( anche ai tempi di Carlo Magno). Nella lettera n.14 indirizzata a fratel Gerwando, bibliotecario della Scuola Palatina, Eginardo scrive: - Raro celerius quam septem dierum spatio de Aquis ad Martyrum limina potui pervenire. –“
 
Per l’HATER di Giovanni Carnevale questa frase prova matematicamente che Eginardo in sette giorni si spostava dalla sua abbazia, a Seligenstadt,  ad Aachen,  cioè da casa sua a quella che ufficialmente è l’Aquisgrana carolingia. E ciò prova altrettanto matematicamente che Aachen era la capitale di Carlo Magno.                                                                                                                                                                                  Logica sopraffina, degna dei medievisti di Montecosaro.
 
Eginardo dice semplicemente a fratel “Gerwardo”, non Gerwando, che aveva problemi a viaggiare, con i suoi acciacchi di anziano:  “Raramente in passato potei arrivare in meno di sette giorni da Aquisgrana a Roma”.  Era il doppio di quello che ci mettevano in media a quei tempi per andare da San Claudio al Chienti a Roma. “Non potete pretendere  che lo faccia ora che sono più vecchio.”  Vorrebbe dire.
 
La locuzione “Martyrum limina” equivale ad “Apostolorum limina”, cioè Roma.  Chiedano lor signori ai medievisti seri. Tanto che nella stessa lettera, poche righe dopo, Eginardo, per dire che qualcuno si era rifugiato presso di lui, a Seligenstadt,  scrive: “Quidam servus… confugit ad limina sanctorum Marcellini et Petri”.  Aveva da poco commesso il “sacro furto” di reliquie dei martiri romani.
 
Messaggio per gli HATERS di don Carnevale: “OPTO UT SEMPER BENE VALEATIS”, come chiude la lettera in questione, così ci date una mano a provare che il professor Carnevale ha ragione!
 
Vale anche per Florian Hartmann, per Tommaso Di Carpegna Falconieri e tanti altri: continuate così che vi troverete più presto in un “cul de sac”. Continuate a sottoscrivere che il “Grande Carletto” si rimpinzava ad AACHEN di “cucumeres et pepones” coltivati in loco,  come attesta il “Capitulare de villis”.
 
Mentre Wolfgang Behringer dell’Università del Saarland attesta che l’Alto Medioevo coincise con un periodo più freddo della media,  basandosi su dati ( questi si scientifici) ricavati da carote di ghiaccio, di torba, da studi dendrologici, palinologici e altro, nonché da fonti documentali.
 
Però cerca di non dirlo troppo forte, spendendoci due paginette su trecento circa, nel suo libro:  Kulturgeschichte des Klimas. Von der Eiszeit zur globalen Erwarmung”.                                                (Storia culturale del clima. Dall’era glaciale al riscaldamento globale)
 
Chissà perché? Forse perché è tedesco?
 
Mancini Enzo  22 marzo 2024
 

giovedì 21 marzo 2024

Nimega o Numana?

Dai documenti la data di nascita di Ottone III è avvenuta nel giugno/luglio del 980 ed inoltre descrivono quanto segue: 

I genitori di Ottone III erano l'imperatore Ottone II e sua moglie bizantina Teofano. Nacque nel 980 durante il viaggio da Aquisgrana a Nimega nella Reichswald di Kessel (Ketil). Assieme a lui, nacque una gemella, che però non sopravvisse al parto.

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 Ottone II scese poi in Italia allo scopo di scacciare dal Mezzogiorno gli Arabi e possibilmente anche i Bizantini (980); ma, dopo una serie di operazioni di scarso rilievo, fu sconfitto dagli Arabi dell’emiro di Sicilia ?Abd al-Kassem a Capo Colonne (982) e costretto a interrompere l’impresa. Recatosi a Verona, vi presiedette una solenne Dieta, che deliberò la ripresa della guerra nel Mezzogiorno ed elesse nel 983 re di Germania il bambino Ottone III, figlio suo e della bizantina Teofano.



 Ritengo che, considerato che Ottone II  nell'980 aveva iniziato la sua marcia verso Taranto per scacciare i Saraceni, sia più propriamente da tradurre Numana invece di Nimega.

martedì 19 marzo 2024

Da "La Rucola" riflessioni sul Convegno di Montecosaro

 

Ancora polemiche dopo il convegno di Montecosaro: domande, dubbi, casualità storiche

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Il 19 novembre 2022 il Centro Studi Storici Maceratesi ha affrontato il tema di Aquisgrana a San Claudio, così da poter irridere questa teoria. Di ben altro spessore, anche se sullo stesso argomento, è stato il convegno del 18-19 novembre 2023 tenuto a Montecosaro, in collaborazione con il Centro Studi Montecosaresi: lì sono scesi in campo pezzi da novanta della cultura accademica italiana e tedesca.

Dopo la presentazione del sindaco Reano Malaisi, ha svolto la relazione introduttiva il conosciutissimo e preparatissimo professor Tommaso di Carpegna Falconieri sulla metodologia storica. La sua è stata una lezione perfetta, peccato che, come si è visto nel corso del convegno, lui non l’abbia applicata. Predica bene ma “razzola” male.

Un docente della Sapienza di Roma, ha riferito che un professore tedesco, Heribert Hillig, non avendo trovato in Germania reperti del periodo carolingio, è arrivato a dire che Carlo Magno non è esistito. Un programma televisivo di quel paese ha organizzato una serie di dibattiti tra Hillig e un luminare che difendeva la storia riportata nei manuali scolastici. Incredibilmente la maggioranza dei tedeschi che ha seguito queste trasmissioni concordava con Hillig, generando nel professore della Sapienza grandissima ilarità. Lo studioso della Sapienza dovrebbe invece riflettere su questa vicenda: se è vero, come è vero, che le più strampalate teorie antiscientifiche hanno un seguito più o meno ampio, nessuna però aveva mai superato il 50% dei consensi. Come mai Hillig invece è riuscito a persuadere tante persone? Forse perché i manuali scolastici non sono convincenti? O forse perché gli spettatori, facendo un ragionamento elementare, quindi semplice, dato che conoscono bene il freddo che fa in Germania, (nonostante il riscaldamento globale di oggi!), si chiedono: un regnante sceglierebbe di passare l’inverno nel luogo più caldo del suo regno oppure nelle terme d’acqua calda di Aachen? E poi non c’è acqua calda che sgorga dal terreno anche nelle terre lambite dal Mediterraneo?

Russell Chamberlin nel suo “Carlo Magno imperatore d’Europa” (Newton Compton 2006; Mondadori 2010) inserisce alla p.128 una “Ricostruzione dopo gli scavi di un villaggio vicino Gladbach, nella zona del Reno del VII-VIII secolo”: è evidentissimo che si tratta di manufatti primitivi! Possibile che in Germania, in quel periodo, ad est del Reno, non siano state repertate città, ma solo piccoli villaggi, né strade? La mia maestra delle elementari mi ha insegnato che Ludovico Antonio Muratori, (considerato ‘il più importante storico italiano di tutti i tempi), avrebbe detto che la storia del nostro paese andava scritta dagli italiani. Certamente la mia insegnante, formatasi culturalmente durante il fascismo, esagerava con la sua mentalità nazionalistica. Il Centro Studi Storici Maceratetesi d’altra parte ha forse esagerato nella sua esterofilia invitando due studiosi tedeschi, Florian Hartmann e Hildegard Sahler, ma soprattutto non permettendo il contradditorio durante il convegno.

Questa studiosa è ben conosciuta dai cultori dell’architettura di San Claudio al Chienti e di lei ho scritto, confutandola, sui numeri 227, 272, 274, 276, 277, 297, 299 de “La Rucola”. Sono convinto di aver dimostrato che la Sahler è una brava studiosa, ma di parte. Il primo invece è uno storico emergente dell’università di Aachen (Aquisgrana): non lo conosco e mi riprometto di approfondire i suoi scritti. Il professor Alberto Meriggi, citandolo, così parla di Aquisgrana: “Una località descritta come vicina a un luogo detto Iulo, in questo modo soprannominato in onore del suo fondatore Giulio Cesare” (Cronache Maceratesi 21/11/23). Il professor Hartmann ha parlato dell’esistenza di un posto in Germania che si chiama Iulo: si riferiva forse all’unico territorio conquistato da Roma a est del fiume Reno tra il 10 a.C. e il 5 d.C., cioè 34 anni dopo la morte di Giulio Cesare? È sicuro Hartmann che Cesare abbia fondato una località che sarebbe stata conquistata dai suoi successori 34 anni dopo la sua morte?

Widukind scriveva: “Il palazzo di Aquisgrana era vicinissimo a Julo, centro così chiamato dal fondatore Giulio Cesare” (Widukind, “Rerum Gestarum Saxonicarum libri tres”, ed. P.Hirsch, Hannover 1977). Nel comune di Pievetorina (MC) invece c’è una località che si chiama Giulo. E se Vincenzo Galiè nega l’esistenza di questo posto (Galiè V., “L’Antica Aquisgrana”, Litografica Com. Fermo, dicembre 2011 p.35), forse è solo perché non ha avuto tempo per andarlo a vedere personalmente? La fotografia del cartello stradale inserito nell’articolo è sufficiente per fugare ogni dubbio sulla sua esistenza.

Albino Gobbi e il cartello “Giulo”

Hildegard Sahler ha svolto la sua relazione attingendo giustamente dal suo saggio del 1998, tradotto in italiano nel 2006; con la solita furbizia, non ha mostrato al pubblico presente la pianta della chiesa di Germigny-des-Prés perché non assomiglia, come invece dovrebbe, alla chiesa di Aachen, ma solo il vecchio alzato, cioè una pittura della chiesa precedente. Al momento del dibattito ho domandato alla studiosa: “Perché a p.65 (edizione italiana del 2006) scrive che è molto probabile che San Claudio è stata costruita intorno al 1030, ma poi nel sommario in lingua inglese di p. 235 scrive ‘probably around’ 1030 mentre nel sommario di p. 237 in italiano dà per certa la costruzione verso il 1030?  Perché ha fatto la stessa operazione nell’edizione tedesca del 1998 quando a p. 45, in tedesco e a p.242 in inglese dice che ‘probabilmente San Claudio è stata costruita verso il 1030’ mentre nel sommario in italiano scompare il probabilmente?” La Sahler ha dovuto ammettere che la data di costruzione di San Claudio è frutto di un suo parere, aggiungendo che non bisogna guardare singole pagine ma tutto il libro. Tuttavia, come avrei potuto parlare di tutto il resto del saggio della Sahler con un’unica domanda? Dato che, seppure nel programma del convegno era previsto il dibattito, il presidente dell’assemblea invece ha permesso solo domande!

La belga Elisabeth de Moreau d’Andoy ha chiesto per quale motivo la chiesa di Aachen non assomigli a quella di Germigny-des-Près, come invece dovrebbe, dato che il Vescovo Teodulfo, che l’ha edificata, ha scritto a Carlo Magno dicendogli di averla “costruita sulla base del modello della cappella palatina di Aquisgrana”? Hildegard Sahler, non sapendo rispondere, ha incominciato a balbettare, ma è corso in suo aiuto il professor Tommaso di Carpegna Falconieri, che presiedeva il convegno, dimostrando molta abilità: ho il sospetto che da giovane si sia dilettato a fare il prestigiatore-ipnotista, dato che ha cambiato le carte in tavola dicendo che il vescovo Teodulfo non ha dichiarato che la sua chiesa è quadrata, quindi, essendo Germigy-des-Près costruita dopo quella di Aquisgrana, poteva assomigliare a quella di Aachen. Per cui un quadrato (di Germigy-des-Près) assomiglia a un ottagono (di Aachen) e tutti, potrebbe dire Trilussa, “se sò messi a pecorone”.

Giustamente il presidente del Centro Studi Storici Maceratesi si è congratulato, alla fine del convegno, con il suo collega dell’Università di Urbino per l’abilità con la quale ha evitato contestazioni ai relatori. Nel convegno dell’anno precedente ecco la domanda che avevo posto a Furio Cappelli: “Quale documento ha esibito la Sahler per far scrivere a lei, Cappelli, che San Claudio fu realizzata nell’XI secolo? Per quale motivo Hildegard Sahler invece scrive a p. 237 ‘verso il 1030’ ma a p. 235, in inglese, ‘probably around 1030’? Non avendo comprovato ma solo ipotizzato che San Claudio fu realizzata nell’XI e non essendoci documenti che attestino il periodo della costruzione di San Claudio, per quale motivo lei ha scritto che la Sahler “ha comprovato” che San Claudio fu realizzata nel secolo XI?” …sto ancora aspettando la risposta.

La professoressa Simonetta Torresi, a sua volta, ha domandato al professor Tommaso di Carpegna Falconieri quali territori venivano intesi come Italia nell’VIII secolo, avendo come risposta che erano i territori del Regno Longobardo di Pavia, che arrivava fino alla Tuscia (Toscana) e non comprendeva la Romagna e il ducato longobardo di Spoleto. Quindi tutte le attuali Marche, Umbria e Lazio, in quel periodo, non facevano parte del territorio chiamato “Italia”. Quando Carlo Magno è diventato anche Re dei Longobardi continuava ad essere chiamato “Italia” il territorio tra la Toscana e le Alpi ma non Marche, Umbria, Lazio e parte dell’Abruzzo, che pure sono parte dell’Impero carolingio. Prima del 774 molti abati dell’abazia di Farfa (RI) risultano essere franchi (I. Schuster, “L’imperiale abbazia di Farfa”. Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1987).

Agli inizi degli anni 70 del ‘900 il professor Febo Allevi ha tenuto una serie di seminari all’università di Macerata sulla numerosa presenza di Franchi nelle province di Macerata e Fermo (Allevi F., “Tra storia leggende e poesia – scritti editi e inediti di Febo Allevi” a cura di C. Castignani; R. Cicconi, “I Franchi e le tradizioni epico cavalleresche nella Marca”, Comune di San Ginesio 2005). Il professor Tommaso di Carpegna Falconieri ha ricordato lo scontro culturale tra storici francesi e tedeschi del 1800 che ha causato 3 guerre: 1870; 1914-18; 1939-45. Sono d’accordo: per evitare altre guerre, meglio fingere di credere che la rinascenza carolingia sia avvenuta tra le foreste e le capanne primordiali teutoniche.

I dubbi della redazione: ma… se l’Italia arrivava solo fino alla Toscana… nelle Marche che c’era… il nulla? oppure qui c’era la Francia Antiqua? Ora che ci pensiamo… il Giglio di Francia stava effigiato solo nelle Marche quindi… (chiediamo per un amico) non è che pure i Franchi stavano qui?! Riguardo Giulo (non lo Julo tedesco… bensì quello marchigiano)… lo sapete che il luogotenente di Cesare, Tito Labieno, era di Cingoli (che sta pochi chilometri distante da Giulo)? Un caso… o no?

Albino Gobbi

9 marzo 2024

mercoledì 6 marzo 2024

Post scriptum del Prof. Carnevale verso Hildegard Sahler

 

Dal libro del Prof.

G I O V A N N I  CARNEVALE

La scoperta di

AQUISGRANA

in VAL DI CHIENTI

 

POST SCRIPTUM

Quando questo mio lavoro era già pronto per la stampa è pervenuto in Macerata il

volume di Hildegard Sahler “San Claudio al Chienti”, Ed. Rhema, Münster 1998.

Il volume, di notevole impegno editoriale, con ricco e adeguato repertorio di

profili grafici e documentazione fotografica, è redatto in lingua tedesca ma presenta

in chiusura un breve sommario in lingua italiana.

Lo studio della Sahler non tiene conto della mia tesi su San Claudio, ma fa il

punto in modo accurato ed esauriente in merito agli studi a tutt’oggi effettuati

sulla cosiddetta Abbazia di San Claudio al Chienti e sugli altri similari edifici,

prima cioè che in tale ambito irrompesse, sconvolgente, la mia teoria sull’origine

carolingia degli edifici.

Mi permetto solo qualche rilievo su come la Sahler delinea le origini di San

Claudio.

A pag. 54 del testo tedesco si afferma che la chiesa di San Claudio è documentata

solo a partire dal 1092, e poiché per ragioni stilistiche la chiesa è anteriore a

tale data, per collocarla correttamente nel tempo occorre valutare attentamente le

circostanze in cui San Claudio e gli altri edifici similari furono costruiti. Al che

non posso non dare il mio totale assenso.

A pag. 45 l’autrice si esprime in questi termini: “Nei pressi di Pausulae, antica

città e già sede episcopale, il vescovo di Fermo fondò con molta probabilità la

Pieve di San Claudio, come decisa affermazione dei suoi diritti sulla diocesi”

(paleocristiana scomparsa, n.d.a.). Il “con molta probabilità” dà alla affermazione

della Sahler il valore non di un effettivo dato di fatto, ma di un suo personale

orientamento storiografico, che io rispetto e potrei anche condividere purché all’espressione

“fondò la Pieve di San Claudio” non si dia il senso di “costruì la Pieve

di San Claudio”. Negli anni immediatamente posteriori al 1000, cioè dopo la

morte di Ottone III, resse le sorti dell’Impero Enrico II, di cui è nota la politica

ecclesiastica volta a potenziare il potere delle diocesi sul territorio dell’Impero. È

una tesi perfettamente sostenibile che con lui la Cappella palatina di Aquisgrana

sia divenuta Pieve e quindi parte integrante del Patrimonio di S. Claudio, cioè

della Chiesa di Fermo. Basti pensare che in quegli anni - lo si è spesso richiamato

- anche gli antichi “Ministeria” carolingi della Val di Chienti divennero

“Privilegia” dipendenti dalla Chiesa Fermana.

A pag. 243 del Sommario l’autrice afferma però: “Il vescovo Uberto di Fermo

si fece costruire in un posto strategicamente importante, verso il 1030, la chiesa a

due piani di San Claudio al Chienti come chiesa privata rappresentativa insieme

alla sua residenza, riservandosi personalmente la chiesa superiore, mentre quella

inferiore continuava nella sua funzione la tradizione della pieve paleocristiana”.

Ammesso e non concesso che la funzione di San Claudio dopo il 1000 fosse quel

la adombrata dalla Sahler, è comunque inaccettabile il perentorio “si fece costruire”.

Qui non si può più parlare di particolare orientamento storiografico perché si

afferma, senza mezzi termini, che San Claudio fu costruita verso il 1030 dal

vescovo Uberto; l’autrice non adduce prove documentarie né potrebbe addurle

perché già a pag. 54 aveva affermato che le prime notizie di un “Ministerium” di

San Claudio datano dal 1089 e quelle di una chiesa di San Claudio dal 1092.

Nella redazione italiana del Sommario la Sahler insomma calca la mano e induce

l’incauto lettore italiano a credere che sia la data, sia il vescovo costruttore siano

dati di fatto e non sue illazioni o congetture.

Il lettore che vorrà farsi un’idea approfondita delle origini di San Claudio non

ha che da confrontare tali congetture con la corposa ricostruzione storico-archeologica

da me fornita sull’ascendenza carolingia del discusso edificio.

Comunque, poiché le mie ricerche si fermano pressappoco all’anno 1000 e

quelle della Sahler partono da tale data, le nostre due pubblicazioni si presentano,

per profilo cronologico, complementari. Peccato che della mia produzione la studiosa

tedesca non sembra conoscere le pubblicazioni del 1994 e 1996, ma solo

quella del 1993, come risulta dalla nota 14 di pag. 21, in verità troppo sbrigativa.

L’autore

lunedì 4 marzo 2024

Ponthion - Parigi distano solo qualche centinaio di metri per il Liber Pontificalis

Da Ponthion a Parigi ci sono 194 Km. 
Il documento "Liber Pontificalis" descrive che i due luoghi distano solo tre miglia cioè cinque chilometri. 
Eventi che incongruenza risulterebbe da Carassai a Ponthion 

Riporto in traduzione uno stralcio relativo al Papa Stefano II:

Ed egli stesso, nel suo palazzo, in un luogo chiamato Ponticone, distante circa tre miglia, smontato da cavallo, prostrato a terra con grande umiltà, insieme con la moglie, i figli e i nobili, ricevette la stessa santissima papa;  al quale, a sua volta, si affrettò verso un certo posto accanto al suo sellaio.  Allora il suddetto uomo onnipotente, con tutta la sua voce estesa, dando gloria e lode incessante a Dio onnipotente, con inni e canti spirituali, si recò al suddetto palazzo insieme al suddetto re.  E ivi seduti insieme nell'oratorio, subito ivi il beatissimo papa pregò con lacrime il suddetto re cristianissimo, che regolasse con trattati di pace la causa del beato Pietro e della repubblica romana.  Il quale, prestando il presente giuramento, convinse lo stesso beatissimo papa ad obbedire a tutti i suoi comandi ed ammonimenti senza eccezione, e a restaurare con ogni mezzo l'esarca di Ravenna e la repubblica, come gli piacque.
 Ma poiché si avvicinava il tempo dell'inverno, pregò lo stesso santissimo papa di recarsi con tutti i suoi seguaci al venerabile monastero del beato Dionigi a Parigi per farsi presentare.  Fatto ciò, e in quello stesso venerabile monastero, unendosi col diletto cristiano Pipino, annuendo al Signore, dopo alcuni giorni il cristianissimo re Pipino fu unto re dei Franchi dallo stesso santissimo papa, per la grazia di Cristo , con i suoi due figli.  Ed il beatissimo papa fu molto indebolito dall'eccessiva fatica del viaggio e dalla disuguaglianza dei tempi, tanto che tutto il suo popolo, come anche quello dei francesi che si trovava lì, si disperò.  Ma l'indicibile misericordia di nostro Signore Dio, che non abbandonò neppure coloro che speravano in lui, desiderando salvare un uomo cristianissimo, mentre si aspettavano di trovarlo morto al mattino, fu improvvisamente ritrovato sano un altro giorno.
 Ma il re Pepino, compiaciuto dell'ammonizione, ed essendo stato assolto dalla grazia e dalla preghiera del venerabile pontefice, si recò in un luogo chiamato Carisiaco, e lì radunò tutti i nobili del suo potere reale, e infondeva loro il potere santo ammonimento del suo grande padre, determinato con loro che un tempo aveva deciso di compiere, in favore di Cristo, insieme allo stesso beato papa












 

sabato 2 marzo 2024

Pausola

 L'Antica sede arcivescovile di Pausola ha un nuovo vescovo: il vastese Lalli che il Papa ha nominato Nunzio Apostolico della Papua Nuova Guinea. 

La chiesa paleocristiana, i cui resti furono ritrovati a San Claudio, potrebbe essere stata la sede arcivescovile del vescovo Claudio, che partecipò al sinodo romano indetto da papa Ilario

Il vastese Lalli nunzio apostolico della Papua Nuova Guinea

giovedì 29 febbraio 2024

Interessante analisi del Prof Enzo Mancini sullo studio scientifico della tesi del Prof Giovanni Carnevale a cura di eminenti storiche


Le donne  di Piltdown
 
Sono stato informato da Giorgio Rapanelli che due signore docenti di UNICAM, anzi no, di UNIMC, hanno accostato la teoria di Giovanni Carnevale  alle “fake news “ tipo quella dell’uomo di Piltdown”.  Rapanelli Giorgio è un noto demolitore, noto almeno nel comune di Corridonia, di quei contenitori a forma di parallelepipedo, il più delle volte in materiale cartaceo,  tecnicamente denominati “cuboidi”, che il popolo minuto chiama più semplicemente  “Scatole”.                                                                                                                         Al caro Giorgio vorrei ricordare un antico proverbio, dicono sia cinese: “Se il tuo nemico te lo sta mettendo dove non arrivano i raggi del sole, stai calmo, non agitarti, potresti fare il suo gioco.”                                       Quanto alle signore UNIMC  sarei curioso di sapere perché  dal 1992 al 2021, sono quasi trent’anni,  nessuno di questo Istituto ha osato contestare in questo modo sguaiato il professore salesiano.  La signora Hildegard  Sahler , come le signore UNIMC,  rivendicano dalla loro di usare un metodo scientifico asserendo che Aachen è l’Aquisgrana di Carlo Magno.  Perché ignorano che Alfons Dopsch già in una pubblicazione del 1913  ha già  dimostrato che  Aachen non può essere l’Aquisgrana carolingia per via della flora mediterranea  citata nel “Capitulare de Villis”?  Se queste signore usano un metodo scientifico mi devono dimostrare come facevano  quasi la metà delle piante elencate in questo documento, con in più la “Vitis vinifera aeuropaea “, a crescere e fruttificare nell’Aachen dell’VIII secolo.  Ci sono carote di ghiaccio, di torba, analisi dendrologiche e altro che dimostrano che l’VIII secolo fu un periodo freddo, quasi tre gradi sotto le temperature medie attuali.   Le piante non possono mentire, come mi hanno insegnato a UNICAM.     A queste signore che mettono sullo stesso piano Giovanni Carnevale e “l’uomo di Piltdown” dico che la vera “Fake news” è considerare Aachen la capitale di Carlo Magno. Basta un poco di onestà per rendersene conto.  Basta un comportamento diverso da quello dimostrato  nel caso “Diesel Gate”,  dove è stato dimostrato che gli spergiuri erano tutti ingegneri laureati ad Aachen.
 
Casualmente leggo oggi in cronaca: Bimba italiana di sette anni morta travolta da una statua in Germania: la magistratura tedesca archivia l’indagine.                                                                                                                Dopo due anni di inchiesta i magistrati tedeschi sono arrivati alla conclusione che il decesso della bambina napoletana sia da attribuire ad una fatalità.  I genitori della bambina: “In questi due anni non c’è mai arrivato un messaggio né dall’albergo né dalle autorità tedesche”.  Il padre Michele Trematerra:” Parliamo della Germania come un paese perfetto, dove tutto funziona al meglio… invece è un paese assai imperfetto.”
 
Macerata 29 febbraio 2024     Mancini Enzo                                                                            

venerdì 9 febbraio 2024

Poiché la Intelligenza Artificiale si basa su quanto nel mondo è scritto su un determinato argomento....

 

Ho posto ad AI la seguente domanda:

Descrivimi la situazione antropica nel territorio della Germania, compreso tra la valle della Mosa e la valle del Reno dalla caduta dell'impero romano al VIII secolo  

 AI risponde:

Nel periodo che va dalla caduta dell'Impero Romano al VIII secolo, il territorio della Germania compreso tra la valle della Mosa e la valle del Reno sperimentò notevoli cambiamenti antropici. Le vie di comunicazione, un tempo vitali durante l'Impero Romano, subirono un declino significativo a causa delle invasioni barbariche e della frammentazione politica della regione. Molte strade romane furono trascurate e andarono in rovina, riducendo l'efficienza del trasporto.

 

Gli insediamenti urbani, che precedentemente riflettevano la prosperità economica romana, subirono una decadenza notevole. Le città furono spesso abbandonate o ridimensionate, e molte strutture romane caddero in rovina. L'instabilità politica e le incursioni da parte delle tribù germaniche contribuirono a questa trasformazione.

 

Sul versante agricolo, l'organizzazione della produzione subì cambiamenti sostanziali. Le terre coltivabili furono spesso abbandonate o ridotte, poiché le popolazioni rurali erano costrette a concentrarsi sulla sopravvivenza in un contesto più instabile. L'agricoltura divenne più localizzata e meno specializzata, con molte comunità che dipendevano da pratiche agricole di sussistenza.

 

In sintesi, il territorio tra la valle della Mosa e la valle del Reno attraversò un periodo di significativa trasformazione antropica tra la caduta dell'Impero Romano e l'VIII secolo. Le vie di comunicazione, gli insediamenti urbani e le produzioni agricole subirono un declino notevole a causa delle incursioni barbariche, della frammentazione politica e dell'instabilità generale della regione.

TUTTE LE FONTI SONO CONCORDI NELL'AFFERMARE CHE NELL'VIII SECOLO LE STRADE, GLI INSEDIAMENTI URBANI E LO STATO DELL' AGRICOLTURA ERANO IN ESTREMO DEGRADO.

QUINDI E' EVIDENTE CHE INDICARE  CHE NELL'VIII SECOLO AQUISGRANA = AACHEN E' UNA PURA INVENZIONE ED UNA FALSITA'.

 

mercoledì 31 gennaio 2024

Il santo di oggi è San Giovanni Bosco. Il Prof. Enzo Mancini coglie l'occasione per ricordare un grande salesiano: il Prof. Don Giovanni Carnevale.

 

Sanremo si Sanremo no.

In questi strani giorni della merla, col sole che c'è, sembra cha la preoccupazione principale degli Italiani sia sapere se Jannik Sinner andrà o non andrà a Sanremo, non per cantare ma per essere applaudito.

Io, da ex praticante del tennis e da tifoso della prima ora di questo fenomenale ragazzo, spero che non ci vada. Mi spiego. Per l'italiano medio andare a Sanremo significa essere arrivato, aver raggiunto il successo, potersi accomodare sul divano e alzarsi solo per riscuotere le banconote che fioccano come la neve che non vediamo più.

Se Sinner non va a Sanremo significa che non si sente arrivato, che considera l'aver vinto un torneo dello Slam un punto di partenza, non un punto di arrivo. Il fatto di non sentirsi arrivato è uno dei motivi per cui "il peccatore," (questo significa Sinner), è simpatico un po' a tutti.

Ma è un'altra considerazione che mi ha spinto a buttar giù queste due righe. Tutti gli Italiani conoscono Sinner, che vogliano o meno: il bombardamento mediatico non risparmia nessuno. Giusto così, ha conseguito una vittoria importante. Ma c'è un italiano di nome Giovanni Carnevale che ha fatto, studiando, non giocando, una scoperta importante. Ha scoperto che è stata rubata una grossa fetta di Storia non solo ai Maceratesi ma a tutti gli Italiani. Ma dopo trenta anni dalla scoperta lo sappiamo in pochi, perché non solo non gli viene fatta pubblicità ma è soggetta ad una inconcepibile "damnatio memoriae". Come si è visto chiaramente ad un recente convegno organizzato "ad hoc", tenutosi "fra li matti de Montecò".

Macerata 30 gennaio 2024                   Mancini Enzo

mercoledì 10 gennaio 2024

Poiché la Intelligenza Artificiale si base su quanto nel mondo è scritto su un determinato argomento....

Ho posto ad AI la seguente domanda:

Descrivimi la situazione antropica nel territorio della Germania, compreso tra la valle della Mosa e la valle del Reno dalla caduta dell'impero romano al VIII secolo  

 AI risponde:

Nel periodo che va dalla caduta dell'Impero Romano al VIII secolo, il territorio della Germania compreso tra la valle della Mosa e la valle del Reno sperimentò notevoli cambiamenti antropici. Le vie di comunicazione, un tempo vitali durante l'Impero Romano, subirono un declino significativo a causa delle invasioni barbariche e della frammentazione politica della regione. Molte strade romane furono trascurate e andarono in rovina, riducendo l'efficienza del trasporto.


Gli insediamenti urbani, che precedentemente riflettevano la prosperità economica romana, subirono una decadenza notevole. Le città furono spesso abbandonate o ridimensionate, e molte strutture romane caddero in rovina. L'instabilità politica e le incursioni da parte delle tribù germaniche contribuirono a questa trasformazione.


Sul versante agricolo, l'organizzazione della produzione subì cambiamenti sostanziali. Le terre coltivabili furono spesso abbandonate o ridotte, poiché le popolazioni rurali erano costrette a concentrarsi sulla sopravvivenza in un contesto più instabile. L'agricoltura divenne più localizzata e meno specializzata, con molte comunità che dipendevano da pratiche agricole di sussistenza.


In sintesi, il territorio tra la valle della Mosa e la valle del Reno attraversò un periodo di significativa trasformazione antropica tra la caduta dell'Impero Romano e l'VIII secolo. Le vie di comunicazione, gli insediamenti urbani e le produzioni agricole subirono un declino notevole a causa delle incursioni barbariche, della frammentazione politica e dell'instabilità generale della regione.

TUTTE LE FONTI SONO CONCORDI NELL'AFFERMARE CHE NELL'VIII SECOLO LE STRADE, GLI INSEDIAMENTI URBANI E LO STATO DELL' AGRICOLTURA ERANO IN ESTREMO DEGRADO.

QUINDI E' EVIDENTE CHE INDICARE  CHE NELL'VIII SECOLO AQUISGRANA = AACHEN E' UNA PURA INVENZIONE ED UNA FALSITA'.