Se leggete il Fioretto n° 13 di San Francesco capirete come, ancora negli anni in cui è vissuto San Francesco, il Piceno, per tradizione, veniva chiamato "Francia"
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lunedì 16 gennaio 2023
lunedì 12 febbraio 2018
Chiedetevi perchè San Francesco canta in francese.
Il Cantico delle creature è probabilmente il primo testo poetico in volgare italiano giunto sino a noi. Non è certo che il testo fosse accompagnato dalla musica.E' curiosi ed interessante che Francesco canti in "francese" dei suoi componimenti scritti in volgare italiano.
Dai "Fioretti": nel N° 13 risulta che San Francesco, mentre cammina in Francia con frate Masseo, decide di recarsi a Roma a pregare sulla tomba di San Pietro.
Dal filmato, tratto dalla rubrica del TG1 di sabato 10 febbraio 2018, apprendiamo da Padre Enzo Fortunato, Direttore sala stampa Sacro Convento di Assisi, che San Francesco era solito cantare in francese.
E' sempre più evidente l'esistenza della Francia delle Origini nel Piceno.
Dai "Fioretti": nel N° 13 risulta che San Francesco, mentre cammina in Francia con frate Masseo, decide di recarsi a Roma a pregare sulla tomba di San Pietro.
Dal filmato, tratto dalla rubrica del TG1 di sabato 10 febbraio 2018, apprendiamo da Padre Enzo Fortunato, Direttore sala stampa Sacro Convento di Assisi, che San Francesco era solito cantare in francese.
E' sempre più evidente l'esistenza della Francia delle Origini nel Piceno.
lunedì 22 febbraio 2016
"La nascita della lingua italiana e la questione francescana" del Dott. Enzo Mancini
La nascita della lingua
italiana e la questione francescana
L’impulso a buttare giù
queste due righe mi è venuto dall’essere casualmente incappato in un blog in
cui un siciliano riportava gongolando l’ipotesi di uno studioso che diceva che l’italiano come lingua è nato in
Sicilia, dalla scuola siciliana fiorita alla corte di Federico II. Non sono
d’accordo. Quando è troppo è troppo!
Perché la scoperta di
Aquisgrana in val di Chienti getta nuova luce anche sulla nascita del nostro
idioma nazionale.
Quando la storia ufficiale
accetterà la tesi di Giovanni Carnevale ed ammetterà che il binomio “ ROMA ET
FRANCIA” nell’alto Medioevo era situato nell’attuale Piceno, sarà più chiaro
per tutti anche come ha avuto inizio la nostra lingua italiana.
La dicitura “Roma et Francia”
compare nel famoso, ( si fa per dire), astrolabio carolingio, conservato nel museo
de” l’Istitut du monde Arabe” a Parigi, a un tiro di schioppo da Notre-Dame,
sulla “rive gauche “ della Senna.
Questo astrolabio, scoperto
da Marcel Destombes, rappresenta un rompicapo irrisolto per i medievisti, che chiudono
la questione, come succede spesso in questi casi, dichiarando l’oggetto un
falso. Ma, se ha senso falsificare un documento, che senso ha falsificare un
oggetto, io mi domando.
Questo astrolabio attesta che
quando fu costruito, verso la fine del X secolo, perché i caratteri utilizzati
sono di quel periodo, la Francia era un po’ più a Sud e Roma un po’ più a Nord
rispetto alla collocazione attuale.
Ma ora il discorso che mi
interessa sviluppare è la questione della nascita della lingua italiana, sulla
quale circolano anche da parte degli esperti ipotesi discutibili. Ne esiste una
sbilanciata verso Nord, che attribuisce gli albori della lingua all’incontro
fra il Latino parlato e le “chansons” dei trovatori provenzali; un’altra,
sbilanciata a Sud, vuol dare il merito alla scuola siciliana, quel gruppo di
poeti che animavano la vita di corte di Federico II.
Io non sono uno studioso
della lingua né un esperto di glosse e di fonemi, ma mi son fatto un’idea su
come è nata la lingua italiana e cercherò di esporla, appoggiandomi al noto
proverbio: “in medio stat veritas”. E’ vero, ho sbagliato, “ in medio stat
virtus” “et veritas stat in vino”, ma è un errore che ormai fanno in molti: non
facciamone una questione di lana caprina, semmai ne riparliamo in un’altra
occasione.
Nel “ De vulgari eloquentia”
Dante, o chi per lui, ( non è matematico che l’autore della Divina Commedia
abbia scritto anche questo trattato), attesta che ai suoi tempi nella nostra penisola
si potevano distinguere 14 dialetti. Quale fra questi può assurgere alla
nobiltà di lingua? Vengono scartati
tutti ma, prima di concludere, il discorso si interrompe. Sembra che
nelle intenzioni dell’autore il trattato scritto in latino doveva essere di
quattro libri, ma si ferma al secondo, senza una precisa presa di posizione.
Siccome per ultimo si parla del dialetto toscano, si direbbe che sarebbe questo
quello più titolato ad essere elevato al rango di lingua per il sommo poeta.
Posso immaginare che se Dante
avesse completato il “De vulgari eloquentia” alla fine avrebbe scritto:
“L’Italiano l’ho inventato io!”
Credo che Dante, nella sua
boria, fosse cosciente che la sua opera potesse essere considerata come l’alba
della lingua italiana, e sono molti gli italiani che sono di questo avviso. Non
è possibile negare che la lingua volgare con lui diventa “illustre”. Però, pur
riconoscendo l’enorme importanza del sommo poeta nell’inaugurare la letteratura
italiana, ho in testa un pensiero diverso: che la lingua italiana era già nata
prima di Dante, dal dialetto che si parlava nel ducato di Spoleto, dislocato fra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo.
(Per qualcuno il termine ducato di Spoleto sarebbe da sostituire con “regno dei
Franchi”, ma per ora non la posso tirare per le lunghe.)
Questo dialetto nel trattato
di cui parliamo viene scartato per terzo, senza nemmeno una spiegazione, un
motivo più o meno plausibile, come si fa per tutti gli altri, come se fosse il
meno indicato fra i quattordici presi in considerazione.
Ma il ducato di Spoleto
intorno al XII secolo era una entità politica importante, di cui rimane traccia
evidente nei dialetti attuali.
Quando da ragazzo giravo per
il centro Italia per praticare lo sport della bicicletta rimanevo meravigliato
che a Spoleto, a Foligno, a Spello i contadini parlavano come me, che venivo
dalla campagna della valle del Chienti. Mi sorprendeva constatare che c’era più
differenza linguistica fra me e un pescatore di Civitanova, distante circa
dieci chilometri da casa mia, che fra me
e un abitante di Trevi, a cento
chilometri e dalla parte opposta dei Sibillini.
Nel ducato di Spoleto si
poteva muovere senza problemi Pietro di Bernardone dei Moriconi per i suoi
commerci, senza dover pagare gabelle e senza incontrare briganti, che invece
pullulavano al di fuori dei confini del ducato.
Sor Pietro, come fu cresciuto
abbastanza, si portava appresso il figlio per insegnarli il mestiere e le
strade. E veniva qui, in provincia di Macerata e di Fermo, nella Francia da cui
veniva suo padre, che ad Assisi chiamavano “il francese”, cioè Francesco.
Quando Bernardone morì per
sor Pietro fu naturale, come mi ha fatto
notare Gianfranco Baleani, chiamare il suo primogenito con lo stesso
soprannome, anche se lo avevano battezzato come Giovanni.
La lingua madre di san
Francesco era quindi lo stesso dialetto che parlava mio padre, contadino della
Mensa arcivescovile di Fermo, conosciuto come “lu fermà”.
E san Francesco scrisse il
Cantico delle Creature, che è il primo componimento poetico completo della
letteratura italiana, per il quale contribuì quasi sicuramente frà Pacifico, di
San Severino, che prima di entrare nell’ordine dei frati minori era stato “re
dei versi”.
Dalle Marche, o meglio dalla
Francia, veniva la maggior parte dei frati minori. Diceva Carlo Bo: “ San
Francesco è nato ad Assisi, ma il francescanesimo nasce nelle Marche”.
Questi frati che nei capitoli
“delle stuoie”ascoltavano “il Poverello” poi andavano a predicare in tutta la
penisola, e la maggior parte parlava la lingua del ducato di Spoleto. Per
predicare e confessare la gente bisogna capirla e farsi capire.
Questo dialetto per tale
motivo è stato quindi “cardinale”.
Il fenomeno del
francescanesimo come incipit della lingua italiana non può essere ignorato,
come non si può dimenticare che contribuì notevolmente alla vittoria del papato
su Federico II.
Quest’ultimo infatti non
sottovalutò per niente il fenomeno dei frati minori e tramite frate Elia da
Cortona cercò in tutti i modi di portarli dalla sua parte. E frate Elia, che
era nato ad Assisi, detto da Cortona perché ci morì, anche lui era di lingua madre del dialetto di
Spoleto. Ma il papa aveva un’arma che a quei tempi era molto efficace: l’arma
della scomunica. E a quei tempi la misericordia non andava ancora di moda.
Ma questo dialetto è stato
anche “aulico”. Perché era la lingua madre di Federico II , nato a Jesi,
battezzato ad Assisi, allevato a Foligno nei primi tre anni di vita.
Questo grande uomo, “stupor
mundi”, da adulto parlava diverse lingue, ma non dimentichiamoci che la sua
lingua madre era quella del ducato di Spoleto.
Perciò i poeti, che furono
denominati come “scuola siciliana” dallo stesso Dante, alla corte di Federico II dovevano adeguarsi
alla lingua dell’imperatore, non il contrario. Ultimo argomento, (- last but
not least - direbbero oltre Manica), riguarda la curia papale. Se la sua sede
era dalle parti di Urbisaglia, anche i cardinali e il papa, che fra di loro e
nelle funzioni usavano il Latino, per farsi capire dal popolo o dalla perpetua
dovevano usare il dialetto del ducato di Spoleto. Poi dovettero scappare dalla
val di Chienti: erano quasi tutti Ghibellini. Dovette andare a Perugia,
Orvieto, Viterbo, forse anche nella Roma del Lazio, dove erano di più i Guelfi.
Per concludere, il dialetto
del ducato di Spoleto grazie a san Francesco, a Federico II e alla Curia papale
può essere considerato “ cardinale, aulico e curiale”.
Dante arrivò poco meno di un
secolo dopo ed ebbe modo, nel suo esilio, di frequentare anche la Francia
Picena, dove poteva spostarsi senza problemi, anche se le biografie ufficiali
parlano di un fantomatico viaggio del sommo poeta a Parigi.
Oggi il nostro dialetto, che
si parla ad Est e ad Ovest dei Sibillini, viene preso in giro nella Capitale,
nei film, nei teatri, considerato un “parlar burino”.
Ma i burini sono loro, perché
l’Italiano non è nato a Roma e nemmeno a Firenze, ma qui, fra Marche e Umbria. Non
solo perché questo territorio è il baricentro geografico della penisola
italiana, ma anche perché San Francesco quando andava in Francia veniva da noi.
Nelle biografie ufficiali del
Santo viene appena ammessa la sua
presenza ad Ancona, per imbarcarsi per la Terra Santa , ma per la
tradizione dei francescani da noi era di
casa.
La scorsa estate ho ascoltato
a Gubbio una conferenza di uno dei massimi conoscitori viventi della vita e
della spiritualità di san Francesco, il medievista Jacques Dalarun, un francese
che avrebbe voluto essere nato qui, nella terra dei Fioretti.
Avendo scoperto un
manoscritto nuovo, un intermedio fra la vita prima e la vita seconda di Tommaso
da Celano, riteneva di essere vicino alla soluzione della questione francescana,
che qualcuno ha definito “un ginepraio inestricabile”.
Con tutto il rispetto, signor
Dalarun, il ginepraio resterà tale, fino a quando i medievisti continueranno a
scrivere che Pietro di Bernardone si era arricchito commerciando con le regioni
che si trovano nella Francia odierna.
Prima di tutto perché il
tempo è denaro, dicono i commercianti; di tempo ne avrebbe dovuto spendere
parecchio in viaggio. Poi doveva farsi accompagnare da un piccolo esercito ben
armato per non farsi depredare dai numerosi briganti. Poi doveva godere di
chissà quanti lasciapassare per superare indenne le numerose fermate per pagare
le pesanti gabelle. Quando li faceva i
soldi?
San Francesco poteva sì
viaggiare tranquillo: si portava dietro solo gli stracci di cui era vestito! Eppure
anche così subì l’attacco dei predoni.
Come poteva evitarli sor
Pietro di Bernardone dei Moriconi, carico di merce e di monete sonanti?
Spero di non offendere
nessuno, ma trovo che i medievisti spesso
“filtrano il moscerino e
ingoiano il cammello”.
Altra cosa che mi sembra
strana è come non trapeli il minimo incontro del “Poverello“ con i Catari, che
della crociata contro gli Albigesi non ci sia traccia nelle varie biografie del
santo. Sono sicuro che se san Francesco ne fosse stato al corrente
non si sarebbe risparmiato di
ricordare al papa la misericordia di Dio.
Concludendo il discorso
principale, il proto – italiano, nato principalmente dal dialetto del ducato di
Spoleto, nel centro Italia, è diventato cardinale
grazie a san Francesco e ai suoi frati minori, la corte di Federico II lo
ha reso aulico, la curia papale lo ha fatto curiale, infine grazie a Dante è diventato anche illustre.
Se qualcuno pensa che ho
scritto queste righe per l’effetto dei fumi dell’alcool etilico non si
trattenga dall’esternarlo, ma si ricordi che “ in vino veritas”.
Fra questi ci sarà
sicuramente don Carnevale, che non mi ha nascosto per niente la sua
riprovazione, anzi, quando gli ho letto la bozza di questo articolo ho temuto
che mi arrivasse uno sganassone, nonostante fosse seduto nella sua sedia a
rotelle.
La giusta critica di don
Giovanni è principalmente che un discorso del genere uno storico serio non lo
può fare senza citare le fonti. Ma io faccio lo storico solo per hobby, lo
facciano gli storici professionisti. Io non mi posso addentrare nella selva
oscura della bibliografia col rischio di non poterne più uscire, meglio sorvolarla
con un piccolo drone; e inoltre chi è senza peccato scagli la prima pietra, a
cominciare da quelli di Capracotta. Ma soprattutto in Germania, dove da più di
cento anni sono a conoscenza del fatto che Aachen non può essere l’Aquisgrana
carolingia, non possono continuare a dire: “ Le ossa che abbiamo qui nel
sarcofago di Proserpina sono veramente di Carlo Magno ( perché… perché lo
diciamo noi! )”
Nessuno dei giornali italiani
che hanno riportato la cosiddetta notizia, circa un anno fa, ha rilevato il “
non senso”.
Macerata 19 febbraio 2016
Mancini Enzo
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mercoledì 1 aprile 2015
BREVE APPENDICE STORICA SULLA VAL DI CHIENTI NELL'ALTO MEDIOEVO - Parte terza
BREVE APPENDICE STORICA
SULLA VAL DI CHIENTI NELL’ALTO MEDIOEVO
(con articoli apparsi sulla stampa locale)
Ad utilità dei lettori riproduciamo quattro articoli apparsi sul periodico “Montolmo e Dintorni”, edito a Corridonia, redatti dal Prof. Giovanni Carnevale con la collaborazione dell’Arch. Riccardo Garbuglia.
DALLA NASCITA DI AQUISGRANA ALLA SUA DISTRUZIONE AD OPERA DEGLI ARABI
(L’articolo è stato ripreso dal periodico “Montolmo e Dintorni” di Corridonia. N°6 aprile 2011)
Oggi i giornali e i mezzi di comunicazione di tutto il mondo hanno all’ordine del giorno i rapporti, delicati e spesso conflittuali, che si sono instaurati tra l’occidente e le sponde meridionale e orientale del mediterraneo. Trecento anni dopo la caduta dell’impero romano di occidente, il primo a stabilire rapporti con i paesi di oltremare fu Carlo Magno, e furono rapporti di buon vicinato.
Le prime civiltà sono nate lungo i fiumi d’oriente. L’oriente è sempre stato terra di contrasti e di guerre tra i popoli che lo hanno abitato, e lo testimonia la stessa Bibbia, il più antico libro della storia. Nell’alto medioevo ci fu grande conflitto tra i califfi di Damasco e quelli di Bagdad, città che sono di strettissima attualità - la storia si ripete! - Gli Abbassidi di Bagdad risultarono vincitori e i loro avversari Ommayadi emigrarono in Spagna, che fu conquistata all’Islam. Si era alla metà del secolo VIII. Tra la vincitrice Bagdad e la Val di Chienti si stabilì, via mare, un fitto interscambio commerciale: mercanti, soprattutto ebrei, facevano la spola tra Aquisgrana in Val di Chienti e l’oriente. Se Bagdad era divenuta la capitale più importante d’oriente, Aquisgrana stava diventando, con Carlo Magno, la capitale dell’occidente. Le guerre condotte dai Carolingi (Carlo Martello, Pipino, Carlo Magno) avevano concentrato nelle mani dei sovrani Franchi un bottino di guerra costituito da una grande massa d’oro e preziosi. Carlo Magno impiegò questo tesoro per ridare all’occidente, essenzialmente all’Italia centro-settentrionale e all’attuale Francia, una sua capitale che potesse quasi rivaleggiare con Bagdad. L’occidente, dopo la caduta dell’impero romano nel 476 e le successive invasioni barbariche, era precipitato in una situazione disastrosa da tutti i punti di vista: sociale, economico e organizzativo in genere. Quanto al Piceno, era ancora fitto di rovine, a testimonianza dell’antica civiltà classica, ma non c’erano più maestranze che potessero ripristinare le gloriose tradizioni artistiche dell’antica Roma. Queste tradizioni erano sopravvissute più a lungo proprio nell’oriente bizantino e quando l’islam conquistò la provincia di Siria, come i Romano-Bizantini chiamavano i paesi del medio oriente, si giovò delle locali maestranze per iniziare la nuova arte islamica, innestandovi anche il patrimonio culturale dell’antica Persia, oggi Iran, caduta anch’essa in loro potere. Carlo Magno ottenne da Arun Al Rashid, califfo di Bagdad, di poter assoldare maestranze del vecchio califfato di Damasco per impegnarle nella costruzione di Aquisgrana. Se il padre di Carlo Magno aveva creato il suo nido d’aquila sulle colline del preappennino (Sant’Angelo in Pontano – San Ginesio), Carlo Magno, animato da idee più grandiose, preferì scendere a valle e popolare la pianura del Chienti nella zona ove sorge San Claudio. Venne così sorgendo Aquisgrana, una città senza mura, perché Carlo Magno non temeva nemici che potessero irrompere nel Piceno, ben difeso dalla catena dei Sibillini, coperti da selve pressoché impenetrabili, né poteva temere un’invasione dal mare, dati gli ottimi rapporti che lo legavano a Bisanzio. Era una città immersa nel verde, con gli edifici che si distanziavano tra loro di qualche centinaio di metri. Il palatium, residenza di Carlo Magno, distava otto miglia dall’urbs (oggi la zona di Urbisaglia) e cinque miglia dall’attuale Santa Croce all’Ete. Anche la cappella palatina, oggi pieve di san Claudio, distava certamente qualche centinaio di metri dal palatium. Sappiamo che Carlo Magno amava andare in quella chiesa, anche di notte, percorrendo un porticato terrazzato che metteva appunto direttamente in comunicazione la sua residenza con la cappella di corte. Per capire la struttura di San Claudio bisogna studiare le coeve architetture islamiche al di là del mare. Alle spalle di San Claudio sorgono ancora i resti della scuola palatina, importantissima per la rinascita culturale d’Europa, perché lì furono realizzati i preziosi volumi in pergamene miniate che oggi formano l’orgoglio delle principali biblioteche dell’occidente. Lì rinacque in Europa lo studio della Bibbia e dei capolavori dell’antica Roma. Di lì Carlo Magno inviò in Italia e al di là delle Alpi i dignitari dell’impero col compito di ricivilizzare l’Europa, dopo essersi formati essi stessi, in Aquisgrana, alla scuola dell’inglese Alcuino e del longobardo Paolo Diacono.
Da questi pochi cenni ci si rende conto che nella Val di Chienti, e in particolare nel territorio dell’attuale Corridonia, la storia ha scritto pagine di una importanza eccezionale: senza Carlo Magno nel Piceno, l’Italia sarebbe stata travolta dalla conquista degli arabi come già era stata travolta la Spagna. Aquisgrana non rappresentò semplicemente la rinascita del culto per Roma e per la sua storia, ma il baluardo contro possibili nuove invasioni provenienti da sud . Nell’840 gli Arabi avevano completato la conquista della Sicilia e avevano fatto di Taranto e Bari sede di emiri, ossia di capi religiosi e militari, avamposti per la conquista dell’Italia. Nell’881 gli Arabi giunsero effettivamente nel Piceno e distrussero Aquisgrana (ne ha raccolto la tradizione, nel 1500, il Bacci di Sant’Elpidio). Gli invasori vi restarono solo pochi mesi perché il mondo cristiano riuscì a riorganizzarsi e respingerli fuori del Piceno. Solo nel 915 gli arabi poterono definitivamente essere eliminati dalla penisola dagli eserciti collegati del Papa e di Alberico (battaglia del Garigliano). In questo periodo i Papi abbandonarono Roma e vennero a fissare la sede pontificia sul territorio della distrutta Aquisgrana nel palazzo del Laterano, come allora veniva chiamata San Claudio, unico edificio che si era salvato dalla distruzione degli arabi perché trasformato in stalla per i loro cavalli. I Papi restarono nel Laterano Piceno almeno per duecento anni. Di questo nessuno ha saputo più nulla per secoli, rendendo inestricabile la lettura di come erano andate le cose nell’alto medioevo. Anche i monaci farfensi nell’898 abbandonarono Farfa e la Sabina e costruirono un loro monastero-fortezza a Santa Vittoria in Matenano. Queste notizie oggi vanno ricomponendosi tra loro, dopo gli studi da me iniziati venti anni fa. Sono le sparse tracce di un disastroso naufragio. Mi auguro che le mie fatiche, trascritte in una serie di otto volumi, siano meglio valutate e che una sempre più numerosa schiera di ricercatori locali faccia ulteriore luce sull’alto medioevo piceno che, per importanza storica, non ha uguali in Europa.
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domenica 15 marzo 2015
BREVE APPENDICE STORICA SULLA VAL DI CHIENTI NELL’ALTO MEDIOEVO - Parte prima
BREVE APPENDICE STORICA
SULLA VAL DI CHIENTI NELL’ALTO MEDIOEVO
(con articoli apparsi sulla stampa locale)
Riproduciamo quattro articoli apparsi sul periodico “Montolmo e Dintorni”, edito a Corridonia, redatti dal Prof. Giovanni Carnevale con la collaborazione dell’Arch. Riccardo Garbuglia.
L’INCREDIBILE ASCESA DELLA DINASTIA CAROLINGIA
(L’articolo è stato ripreso dal periodico “Montolmo e Dintorni” di Corridonia: N°9 dicembre 2012)
Carlo Martello, il nonno di Carlo Magno, non era un re, ma, stabilitosi in Italia dal 716, messosi a capo dei locali Franchi, profughi dall’Aquitania, per tutto il resto della vita fece la spola tra l’Italia e la Gallia per impedire che gli arabi se ne impadronissero. Moriva nel 742. In quello stesso anno al figlio Pipino il Breve, che succedeva al padre a capo dell’esercito franco, nasceva il figlio Carlo a cui la storia avrebbe aggiunto il soprannome glorioso di Magno. Se Carlo Martello era sostanzialmente un Franco nato e cresciuto al di là delle Alpi, suo figlio Pipino era cresciuto in Italia, in Val di Chienti. Dopo le lunghe ricerche storiche in proposito, si è potuto anche stabilire che sia Carlo Martello che suo figlio Pipino furono sepolti dove oggi c’è la collegiata di San Ginesio e dove, più di 1.200 anni fà, era sorta l’Abbazia di Saint Denis, retta, per volere di Carlo Martello, da monaci Parisi, ossia della stessa etnia della popolazione che aveva dato il nome a Parigi (Augusta Parisiorum al tempo dei Romani). Per sé Carlo Martello aveva scelto come sede la sommità di quella roccia che oggi conserva resti di un antico castello nel punto più alto di Sant’Angelo in Pontano. Pontano è nome carolingio che in latino era detto Pons Ugonis e in volgare Ponticone, divenuto Pontone nel medioevo (lo stesso stemma del Comune raffigura un ponte). Indicava un territorio che aveva il suo centro nella odierna località di Macchie.
Fra l’abbazia e la sede dei Carolingi si estende oggi Pian di Pieca, ove scorre il Fiastra. La strada che ancora oggi fiancheggia il fiume era chiamata Salaria Gallica, perché sotto il monte Vettore andava a congiungersi con la Salaria consolare che scendeva a Roma, mentre a Fano raggiungeva il territorio abitato dai Galli Senoni. Sia Pipino, sia suo figlio Carlo Magno, erano cresciuti qui, in un paesaggio che non è molto cambiato nell’aspetto che aveva allora, ma ha naturalmente subito tutte le variazioni storiche in linguaggio, centri abitati, usi e costumi per i milleduecento anni che sono seguiti fino ad oggi. Sia il padre Pipino sia il figlio Carlo Magno conoscevano naturalmente la paterna lingua franca, ma capivano e un po’ parlavano il greco, parlato già a Osimo, che era una città della Decapoli bizantina; capivano e parlavano anche il latino, che ormai si andava evolvendo verso un dialetto di tipo italiano, e anche la lingua dei Longobardi, che abitavano il Ducato di Spoleto e, in piccoli gruppi, vivevano anche al di qua dei Sibillini. Si può immaginare che sia Pipino che suo figlio Carlo ebbero un’educazione molto diversa da quella di Carlo Martello. Erano in ottimi rapporti col Papa di Roma, che era ancora, politicamente, un dipendente dell’imperatore di Costantinopoli, ma in pratica era autonomo anche nella gestione politica, per il fatto che era a capo della cristianità.
Papa Stefano II, entrato in contrasto coi Longobardi, nel 753 raggiunse Pipino a Ponticone e convinse i Franchi dell’opportunità che Pipino, già di fatto re dopo la deposizione del merovingio Childerico, fosse consacrato re dei Franchi dalle mani stesse del Papa. Si ebbero così in Italia due re in contrasto, quello dei Longobardi che risiedeva a Pavia e quello dei Franchi che risiedeva nell’odierna Sant’Angelo in Pontano. Berta, consorte di Pipino e madre di Carlo Magno, fu anch’essa consacrata regina, come fu consacrato re, insieme ai genitori, il piccolo Carlo, appena undicenne. La guerra fra i due popoli fu inevitabile e si protrasse fra Pipino e i re longobardi (Liutprando, Rachis e Astolfo) fino agli anni ’70 e poi fra Carlo Magno e Desiderio, ultimo re dei Longobardi. Pipino morì nel 768; fu sepolto in Saint Denis, oggi San Ginesio. Le esplorazioni col georadar hanno rivelato che la sua tomba esiste ancora intatta, insieme a quella di sua moglie Berta, nel sottosuolo del primitivo ingresso, oggi chiuso, dell’antica chiesa carolingia.
Quando nel 768, morto il padre, Carlo Magno salì al trono, non aveva alcuna esperienza di come si esercita il potere regale. Due anni dopo accettò passivamente che sua madre Berta gli facesse sposare una longobarda, Ermengarda, figlia del re Desiderio. Si accorse ben presto dell’errore politico che aveva fatto: i Franchi, che avevano già sopportato malvolentieri come regina la bizantina Berta, si ribellarono all’idea che la loro nuova regina fosse una longobarda; così Carlo Magno, un anno dopo, non trovò di meglio che ripudiarla. Seguì la guerra con Desiderio, che fu privato del trono, e Carlo Magno si proclamò “Re dei Franchi, dei Longobardi e Patrizio dei Romani”.
Cessate le guerre coi Longobardi, Carlo Magno si dedicò a dare a tutta la Val di Chienti un assetto di territorio regale. Nel luogo dove oggi sorge Corridonia Pipino aveva già costruito una splendida chiesa dedicata a San Pietro, della quale i documenti ci dicono che aveva porte d’argento. Carlo Magno continuò quest’opera di trasferimento della sede regale da Ponticone alla bassa valle del Chienti, ove, in una zona chiamata Palatium Aquis Grani, fece costruire la splendida cappella palatina, di cui resta l’attuale chiesa di San Claudio, oggi profondamente alterata nel suo interno. Le ricchezze accumulate dai Carolingi come bottino delle varie guerre e l’aver favorito il formarsi di una nuova unità politica in occidente, indussero il Papa di Roma, che ormai era un Franco, Leone III, nella notte di Natale dell’800, a consacrare Carlo imperatore del rinato Romano Impero. Nel corso di sole tre generazioni i carolingi avevano visto un’incredibile ascesa della loro famiglia: Pipino il Breve, figlio del maiordomus Carlo Martello, era divenuto re e suo figlio Carlo Magno era divenuto imperatore, dando così una unità politica alle parti che ancora oggi sono le più significative dell’Europa continentale: l’Italia, la Francia e la Germania. Carlo Magno morì nel gennaio dell’814: tra un anno ricorreranno milleduecento anni dalla sua morte.
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lunedì 19 gennaio 2015
Per ricordare i 1300 anni dalla nascita della "Prima sedes Franciae" nel 715, pubblichiamo stralci di un libro del prof. Carnevale
La Val di Chienti
nell'Alto Medioevo carolingio
fu la "Francia" delle origini
e la culla dell'Europa.
Pubblicato nel 2003
Esule ad aquas Grani, Carlo Martello si appropriò delle terre della diocesi di Pausulae e le distribuì in feudo ai Franchi profughi dall'Aquitania.
Fu l'arrivo dell'esule Carlo Martello ad aquas salvias o ad aquas Grani a causare la definitiva eclissi della diocesi di Pausulae e di altre contigue diocesi picene. Inconsciamente Plectrude era incorsa in un grave errore politico inviando Carlo Martello in esilio nel Piceno. Truppe islamiche erano da poco penetrate dalla Spagna nel sud della Gallia, e quando Carlo Martello giunse nel 714 ad aquas Grani, vi stavano già affluendo in massa Franchi in fuga dall'Aquitania, nella speranza che i franchi della Pentapoli, il conterraneo abate di Farfa e il farfense Marciano, divenuto vescovo di Fermo, potessero alleggerire ai profughi le sofferenze dell'esilio.
Carlo Martello si fece carico del disagio e del rancore dei profughi aquitani e stabilì rapporti di amicizia con Liutprando, re dei Longobardi dal 712. Per aiutare i profughi espropriò la Chiesa picena di terre da lei possedute, con un procedimento già largamente attuato dai suoi avi alla corte dei Merovingi, e le distribuì come feudi (NOTA 1) ai nuovi venuti. A soffrire di queste espropriazioni fu in particolare la diocesi di Pausulae che, già rarefatta in popolazione per gli eventi del passato, cessò di esistere. Assunto il controllo militare del territorio col favore di Liutprando e col supporto armato dei profughi, dopo un solo anno di esilio Carlo Martello rientrò in Gallia alla testa dei suoi fideles, per muovere guerra a Plectrude e riappropriarsi del potere che già era stato del padre Pipino di Héristal. I mariti in guerra lasciarono in Val di Chienti le proprie famiglie. Liutprando prese sotto la sua protezione come figlio adottivo Pipino il Breve, secondogenito di Carlo Martello e di Rotrude sua consorte, nato nel 715, e dunque ad aquas Grani. Il padre, in guerra in Gallia contro Plectrude, fu così liberato da ogni preoccupazione familiare e nel 717 costrinse Plectrude a consegnargli il tesoro reale.
L'entente cordiale di Liutprando con Carlo Martello rientrava nei suoi piani di strategia politica. Il duca di Spoleto era restio ad accettare la supremazia di Pavia e ricercava l'alleanza col ducato bizantino di Roma, ove era papa Gregorio II (715-731). I Franchi nuovi arrivati indebolivano il potere dei bizantini e costituivano una spina nel fianco per il duca di Spoleto.
Negli anni 737-738 Liutprando portò il suo esercito in Provenza per schierarsi a fianco dei Franchi contro i Saraceni, che già Carlo Martello aveva fermato a Poitiers nel 732. La gestione unitaria dei due eserciti contro i Saraceni, si rivelò difficile. In Gallia Carlo Martello si riteneva indipendente dall'autorità di Liutprando. Il re longobardo a sua volta si allarmò nel constatare che in Gallia Carlo Martello e i suoi fideles costituivano ormai un esercito nazionale, unitario, disciplinato, di pronto impiego e di eccezionale potenza. Una così formidabile macchina di guerra avrebbe potuto prendere ordini, nel futuro, da Aquisgrana, annidatasi nel cuore stesso dell'Italia longobarda, i cui re erano alla mercé dei duchi, dislocati in periferia.
NOTA
1. La prova che già Carlo Martello concesse in Aquisgrana villae in feudo ai propri fideles è data dal seguente passo di Thegan in cui si dice che ad Aquisgrana l'imperatore Ludovico il Pio cedette in possesso ereditario ai suoi fideles feudi pervenutigli in eredità dal bisnonno Carlo Martello, dal nonno Pipino e dal padre Carlo Magno: Inde revertens domnus imperator (Ludovico il Pio), venit Aquisgrani palatium ad sedem suam. In tantum largus, ut antea nec in antiquis libris nec modernis temporibus auditum est, ut villas regias, quae erant patris sui (Carlo Magno) et avi (Pipino) et tritavi (Carlo Martello), fidelibus suis tradidit eas in possessionem sempiternam. Thegan, Vita Hludovici imperatoris, ed G.H. Pertz, in: MGH, SS. II. Hannover 1829; rist. Stuttgart 1976, cap.19, pag. 594.
La Val di Chienti divenne "prima sedes Franciae"
Con la riorganizzazione del territorio attuata dai Franchi, la Val di Chienti si andò ripopolando e divenne Francia, terra dei Franchi, per l'afflusso e il proliferare dei profughi franchi, per il suo articolarsi in feudi franchi attuato da Carlo Martello, per l'impiantarsi di abbazie franche fondate nel Piceno dall'abate di Farfa. L'ampia piana della Val di Chienti si apriva sul mare amena, solatia, irrigua, fertile, con clima mite sia in inverno che in estate. Risalendo dalle spiagge dell'Adriatico alle alte vette dell'Appennino, il paesaggio si arricchiva del profilo scenografico di dolci colline. Tutto ciò contribuì a radicare nelle famiglie di Carlo e dei profughi un profondo rapporto affettivo col territorio, che giustifica l'appellativo di douce France -dolce Francia- della Chanson de Roland.
Nell‘Alto Medioevo, l‘attuale Francia era ancora Gallia, ma sui documenti ci si imbatte spesso anche nel termine „Francia“. L‘equivoco di Aachen ha fatto interpretare tale termine come sinonimo di Gallia, ma poiché una tale interpretazione è a volte improponibile, si è in genere sostenuto che gli scrittori dell’epoca adoperassero il termine in modo non univoco (NOTA 2) . Questo può anche valere dal trattato di Verdun (843) in poi, quando l‘Impero creato da Carlo Magno fu scisso in tre regni franchi dai figli di Ludovico il Pio: ad est la Germania, ad ovest la Gallia e intermedia fra le due la Lotaringia, che partendo da Roma e Aquisgrana, conglobava l‘Italia longobarda, e si incuneava al di là delle Alpi tra gli altri due regni (NOTA 3) .
Agnello, nato in Ravenna verso l‘805, scrive che nel 801 (NOTA 4) Carlo Magno fece trasportare da Ravenna ad Aquisgrana, in Francia, la statua equestre in bronzo di Teodorico. Dal contesto risulta implicitamente che sia Aquisgrana che la Francia erano lungo l‘Adriatico. Riferisce infatti la seguente curiosità: nella pancia del cavallo nidificavano uccelli che uscivano dalle narici bucate e dalla bocca, qui non credit, sumat Franciae iter, eum aspiciat! Chi non ci crede, imbocchi la strada di Francia e vada a vederlo!(NOTA 5) . La Francia era contigua alla Pentapoli bizantina e per raggiungerla da Ravenna bastava imboccare a Rimini la via Flaminia. È anche inverosimile che il cavallo fosse stato trasportato ad Aachen. Vi erano le Alpi di mezzo, la Germania era ancora priva di vere strade, e le difficoltà per il trasporto sarebbero state gigantesche. Non altrettanto, con un trasporto via mare da Ravenna ad Aquisgrana, in Francia.
Sappiamo da Notker che Carlo Magno, nel ricevere a corte un’ambasceria bizantina, si lasciò sfuggire che se non ci fosse stato “quello stagno” a separarlo da Bisanzio, avrebbe potuto mettere le mani sulle ricchezze dell’Oriente: O ! utinam non esset ille gurgitulus inter nos; forsitan divitias orientales aut partiremur, aut pariter participando communiter haberemus (NOTA 6). La frase avrebbe senso solo se pronunciata da Aquisgrana col braccio teso a indicare l’Adriatico.
Notker riferisce anche che Carlo Magno rifornì di frumento, vino e olio ambasciatori venuti dalla Libia a chiedere soccorsi alimentari, per fronteggiare l‘endemica carestia di cui il paese soffriva, e continuò per il resto della vita a inviare loro questi prodotti alimentari, ricevendone in cambio tributi (NOTA7) . A me pare assurdo che si mandino navi dalla Libia a caricare olio, vino e frumento in un porto sul mare del nord, e il regolare invio in Libia di prodotti agricoli mediterranei è concepibile solo se attuato all‘interno del Mediterraneo.
Nitardo, nato sul finire del sec.VIII, morto nel 844, l'anno dopo il trattato di Verdun (843), scrive che Aquisgrana era stata sedes prima Franciae (NOTA 8) , e Notker, riconoscendo che si era ormai generalizzato un uso non più univoco del termine "Francia", precisa, nella sua biografia di Carlo Magno, che col termine Francia egli fa riferimento ai soli Franchi d‘Italia, Franciam vero interdum cum nominavero, omnes cisalpinas provincias significo (NOTA 9) e chiarisce le ragioni di questa sua scelta: ai tempi di Carlo Magno, Galli et Aquitani, Aedui et Hispani, Alamanni et Baioarii si sentivano gratificati se solo potevano fregiarsi del titolo di servi dei Franchi! È lo sfogo amaro di chi aveva conosciuto gli splendori di Aquisgrana nella Francia delle origini e non riusciva a „digerire“ le conseguenze del trattato di Verdun.
Ancora dopo il Mille la tradizione popolare italiana continuava a chiamare Francia il Piceno: la madre di San Francesco (1181-1226) veniva dalla Francia, Bernardone andava spesso da Assisi in Francia per vendervi stoffe, per ragioni di commercio vi inviava spesso il figlio Francesco(NOTA 10) il quale era in grado di esprimersi in "francese" senza avere mai attraversato le Alpi. Particolarmente significativo a questo proposito è il contenuto di un episodio dei Fioretti, il XIII, in cui si narra che San Francesco si recò con Frate Masseo a Roma, in Francia, e andò a pregare nella chiesa di San Pietro. Ne cito i brani più significativi: Francesco con frate Masseo per compagno, prese il cammino verso la provincia di Francia. E pervenendo un dì a una villa assai affamati, andarono, secondo la Regola, mendicando del pane per l' amor di Dio…Fatta orazione e presa la refezione corporale di questi pezzi di pane e di quella acqua, si levarono per camminare in Francia…Giunsono a Roma ed entrarono nella chiesa di santo Pietro, e santo Francesco si puose in orazione. Il Fioretto si conclude raccontando che san Francesco in Francia, in San Pietro (NOTA 11) , fu assicurato dagli apostoli Pietro e Paolo che Dio concedeva a lui e ai suoi seguaci il tesoro della santissima povertà. Dopo di che pieni di letizia determinarono di tornare nella valle di Spulito, lasciando l'andare in Francia" (NOTA 12) . È evidente che si tratta della Francia e della Roma (NOTA 13) picene, testimoni, con i loro recenti, eloquenti ruderi, che tutto è vanitas vanitatum. Dall'implicito confronto tra la povertà evangelica e 'Roma' in Francia, già Urbs aurea in comitatu Camerino(NOTA 14) , ora in rovina, derivava che tesoro indistruttibile era la povertà francescana (NOTA 15).
NOTE
2- Va anche messo in conto che dopo il sec. XII gli amanuensi, nel copiare antichi codici, li alterarono in buona fede con interpolazioni e correzioni, pensando che ciò che riguardava Aquisgrana fosse da ambientare al di là delle Alpi. (Vedine un probabile esempio al cap. VIII).
3- Si chiamò Lotaringia perché riservata a Lotario, primogenito di Ludovico il Pio e imperatore. Con Carlo Magno e fino ai primi trent'anni di regno di Ludovico il Pio, la gestione dell‘impero carolingio era stata unitaria e suo unico centro amministrativo e politico era stato il Palatium ad aquas Grani. Il territorio era anche idoneo e attrezzato a farvi svernare truppe franche. In Francia, ad ogni primavera l'esercito si concentrava nel Campo Maggio, prima di recarsi in Sassonia per affrontarvi le usuali campagne estive, o per altre spedizioni di guerra. Ancor oggi, nella bassa Val di Chienti, una vasta pianura è chiamata 'Campo Maggio'.
4- A Natale del 800 Carlo Magno era stato incoronato imperatore a Roma. Nel 801, a febbraio, rilasciò in Aquisgrana un documento alll’abate di Farfa. Avrebbe quindi varcato le Alpi nel cuore dell'inverno e, sempre in inverno, le avrebbe rivarcate a marce forzate, perché negli Annales Regni Francorum a Pasqua è documentata la sua presenza a Roma, nell’aprile a Spoleto e subito dopo a Ravenna e Pavia.. Evidentemente non era uscito dall’Italia. Vedi: Giorgi e .Balzani , Il Regesto di Farfa compilato da Gregorio di Catino. Vol. II, nota 1, pag. 225.5-
5- Agnelli Liber pontificalis ecclesiae Ravennatis, MGH, Scriptores rerum langobardicarum et italicarum (saec. VI-IX), ed.Societas aperiendis fontibus rerum germanicarum Medii Aevi, Hannover 1878, rist.1964, cap.94, p. 338.
6- Notker Balbulus, Gesta Karoli Magni Imperatoris, I, 26, p. 743.
7- Liberalissimus Karolus Libicos iugi penuria confectos, Europae divitiis, frumento videlicet, vino et oleo, non solum tunc, sed et omni tempore vitae suae remunerans, et larga manu sustentans, subiectos sibi atque fideles in perpetuum retentavit, et ab eis non vilia tributa suscepit. Notker Balbulus II, 9, p.752.
8- Nithardi historiarum libri IV, MGH, SS. IV,1. Ed. Philippe Lauer, p. 668.
9- Notker, Gesta Karoli Magni Imperatoris, ed. Hans Haefele, Berlin 1959. Rist. 1962 MGH SS. I, 10, p.735.
10- Fonti Francescane. Editrici Francescane, Padova-Assisi 1980, p.1956.
11- A Corridonia (già Mons Ulmi, Montolmo) c'è una chiesa dedicata a S.Pietro, di antichissime origini, ma demolita e ricostruita nel 1750. Una tradizione assicura che vi pregò san Francesco e vi si conservano due mattoni su cui si sarebbe inginocchiato il santo. È probabilmente quella che Pipino, verso il 750, aveva fatto costruire da monaci di Stablo, dedicata a San Pietro. In essa, nel 754 papa Stefano II lo aveva unto di sua mano re dei Franchi, insieme alla consorte Berta e ai figli.
12- Fonti Francescane. Editrici Francescane, Padova-Assisi 1980, cap. XIII dei Fioretti, a pag. 892.
13- Per la nuova Roma carolingia vedi Vedi in Archeopiceno, 31/32, numero doppio, anno VIII, l'articolo alle pp. 7-9: G.Carnevale, Carlo Magno fece sorgere in Val di Chienti una "nuova Roma". Ed. Fotochrom, Fermo, Luglio-settembre 2000.
14- D.Pacini, I Ministeria nel territorio di Fermo, Centro di studi storici maceratesi, Macerata 1976, pag. 134.
15- Fu un marchigiano di Montegiorgio, Ugolino, a stendere in latino la prima redazione dei Fioretti, col titolo di Actus beati Francisci et sociorum eius, in Fontes Franciscani, a cura di E.Menestò et alii, ed. Porziuncola, Assisi, 1995. Anche Dante ricavò dalle rovine di 'Roma' un messaggio, non di natura religioso: perché meravigliarsi se nel recente passato grandi famiglie fiorentine si erano dissolte nel nulla? Se tu riguardi Luni ed Urbisaglia come son ite…non ti parrà cosa nova né forte, poscia che le cittadi fine hanno. (Par. XVI). Come se dicesse:" Nella Lunigiana e nel Piceno si sono addirittura dissolte nel nulla due intere città". Dante non allude a Urbs Salvia romana. L‘abbinamento di Urbisaglia è fatto con Luni, una città che aveva avuto recentemente un identico tragico destino di ascesa e di morte, lo stesso che „di retro ad esse“ si stava abbattendo su Chiusi e Senigallia. La chiama „Urbisaglia“ perché il termine 'Roma' era ormai geograficamente equivoco, politicamente compromettente. Il guelfismo aveva ormai sostituito l‘antico nome 'Roma' con Urbs Salvia, né Dante aveva obiezioni da fare. Non era mai stato un „ghibellin fuggiasco“, come lo definì il Foscolo nei Sepolcri, ma un guelfo bianco di Firenze, quindi alieno dal favorire rivendicazioni territoriali dell‘Impero in Italia.
nell'Alto Medioevo carolingio
fu la "Francia" delle origini
e la culla dell'Europa.
Pubblicato nel 2003
Esule ad aquas Grani, Carlo Martello si appropriò delle terre della diocesi di Pausulae e le distribuì in feudo ai Franchi profughi dall'Aquitania.
Fu l'arrivo dell'esule Carlo Martello ad aquas salvias o ad aquas Grani a causare la definitiva eclissi della diocesi di Pausulae e di altre contigue diocesi picene. Inconsciamente Plectrude era incorsa in un grave errore politico inviando Carlo Martello in esilio nel Piceno. Truppe islamiche erano da poco penetrate dalla Spagna nel sud della Gallia, e quando Carlo Martello giunse nel 714 ad aquas Grani, vi stavano già affluendo in massa Franchi in fuga dall'Aquitania, nella speranza che i franchi della Pentapoli, il conterraneo abate di Farfa e il farfense Marciano, divenuto vescovo di Fermo, potessero alleggerire ai profughi le sofferenze dell'esilio.
Carlo Martello si fece carico del disagio e del rancore dei profughi aquitani e stabilì rapporti di amicizia con Liutprando, re dei Longobardi dal 712. Per aiutare i profughi espropriò la Chiesa picena di terre da lei possedute, con un procedimento già largamente attuato dai suoi avi alla corte dei Merovingi, e le distribuì come feudi (NOTA 1) ai nuovi venuti. A soffrire di queste espropriazioni fu in particolare la diocesi di Pausulae che, già rarefatta in popolazione per gli eventi del passato, cessò di esistere. Assunto il controllo militare del territorio col favore di Liutprando e col supporto armato dei profughi, dopo un solo anno di esilio Carlo Martello rientrò in Gallia alla testa dei suoi fideles, per muovere guerra a Plectrude e riappropriarsi del potere che già era stato del padre Pipino di Héristal. I mariti in guerra lasciarono in Val di Chienti le proprie famiglie. Liutprando prese sotto la sua protezione come figlio adottivo Pipino il Breve, secondogenito di Carlo Martello e di Rotrude sua consorte, nato nel 715, e dunque ad aquas Grani. Il padre, in guerra in Gallia contro Plectrude, fu così liberato da ogni preoccupazione familiare e nel 717 costrinse Plectrude a consegnargli il tesoro reale.
L'entente cordiale di Liutprando con Carlo Martello rientrava nei suoi piani di strategia politica. Il duca di Spoleto era restio ad accettare la supremazia di Pavia e ricercava l'alleanza col ducato bizantino di Roma, ove era papa Gregorio II (715-731). I Franchi nuovi arrivati indebolivano il potere dei bizantini e costituivano una spina nel fianco per il duca di Spoleto.
Negli anni 737-738 Liutprando portò il suo esercito in Provenza per schierarsi a fianco dei Franchi contro i Saraceni, che già Carlo Martello aveva fermato a Poitiers nel 732. La gestione unitaria dei due eserciti contro i Saraceni, si rivelò difficile. In Gallia Carlo Martello si riteneva indipendente dall'autorità di Liutprando. Il re longobardo a sua volta si allarmò nel constatare che in Gallia Carlo Martello e i suoi fideles costituivano ormai un esercito nazionale, unitario, disciplinato, di pronto impiego e di eccezionale potenza. Una così formidabile macchina di guerra avrebbe potuto prendere ordini, nel futuro, da Aquisgrana, annidatasi nel cuore stesso dell'Italia longobarda, i cui re erano alla mercé dei duchi, dislocati in periferia.
NOTA
1. La prova che già Carlo Martello concesse in Aquisgrana villae in feudo ai propri fideles è data dal seguente passo di Thegan in cui si dice che ad Aquisgrana l'imperatore Ludovico il Pio cedette in possesso ereditario ai suoi fideles feudi pervenutigli in eredità dal bisnonno Carlo Martello, dal nonno Pipino e dal padre Carlo Magno: Inde revertens domnus imperator (Ludovico il Pio), venit Aquisgrani palatium ad sedem suam. In tantum largus, ut antea nec in antiquis libris nec modernis temporibus auditum est, ut villas regias, quae erant patris sui (Carlo Magno) et avi (Pipino) et tritavi (Carlo Martello), fidelibus suis tradidit eas in possessionem sempiternam. Thegan, Vita Hludovici imperatoris, ed G.H. Pertz, in: MGH, SS. II. Hannover 1829; rist. Stuttgart 1976, cap.19, pag. 594.
La Val di Chienti divenne "prima sedes Franciae"
Con la riorganizzazione del territorio attuata dai Franchi, la Val di Chienti si andò ripopolando e divenne Francia, terra dei Franchi, per l'afflusso e il proliferare dei profughi franchi, per il suo articolarsi in feudi franchi attuato da Carlo Martello, per l'impiantarsi di abbazie franche fondate nel Piceno dall'abate di Farfa. L'ampia piana della Val di Chienti si apriva sul mare amena, solatia, irrigua, fertile, con clima mite sia in inverno che in estate. Risalendo dalle spiagge dell'Adriatico alle alte vette dell'Appennino, il paesaggio si arricchiva del profilo scenografico di dolci colline. Tutto ciò contribuì a radicare nelle famiglie di Carlo e dei profughi un profondo rapporto affettivo col territorio, che giustifica l'appellativo di douce France -dolce Francia- della Chanson de Roland.
Nell‘Alto Medioevo, l‘attuale Francia era ancora Gallia, ma sui documenti ci si imbatte spesso anche nel termine „Francia“. L‘equivoco di Aachen ha fatto interpretare tale termine come sinonimo di Gallia, ma poiché una tale interpretazione è a volte improponibile, si è in genere sostenuto che gli scrittori dell’epoca adoperassero il termine in modo non univoco (NOTA 2) . Questo può anche valere dal trattato di Verdun (843) in poi, quando l‘Impero creato da Carlo Magno fu scisso in tre regni franchi dai figli di Ludovico il Pio: ad est la Germania, ad ovest la Gallia e intermedia fra le due la Lotaringia, che partendo da Roma e Aquisgrana, conglobava l‘Italia longobarda, e si incuneava al di là delle Alpi tra gli altri due regni (NOTA 3) .
Agnello, nato in Ravenna verso l‘805, scrive che nel 801 (NOTA 4) Carlo Magno fece trasportare da Ravenna ad Aquisgrana, in Francia, la statua equestre in bronzo di Teodorico. Dal contesto risulta implicitamente che sia Aquisgrana che la Francia erano lungo l‘Adriatico. Riferisce infatti la seguente curiosità: nella pancia del cavallo nidificavano uccelli che uscivano dalle narici bucate e dalla bocca, qui non credit, sumat Franciae iter, eum aspiciat! Chi non ci crede, imbocchi la strada di Francia e vada a vederlo!(NOTA 5) . La Francia era contigua alla Pentapoli bizantina e per raggiungerla da Ravenna bastava imboccare a Rimini la via Flaminia. È anche inverosimile che il cavallo fosse stato trasportato ad Aachen. Vi erano le Alpi di mezzo, la Germania era ancora priva di vere strade, e le difficoltà per il trasporto sarebbero state gigantesche. Non altrettanto, con un trasporto via mare da Ravenna ad Aquisgrana, in Francia.
Sappiamo da Notker che Carlo Magno, nel ricevere a corte un’ambasceria bizantina, si lasciò sfuggire che se non ci fosse stato “quello stagno” a separarlo da Bisanzio, avrebbe potuto mettere le mani sulle ricchezze dell’Oriente: O ! utinam non esset ille gurgitulus inter nos; forsitan divitias orientales aut partiremur, aut pariter participando communiter haberemus (NOTA 6). La frase avrebbe senso solo se pronunciata da Aquisgrana col braccio teso a indicare l’Adriatico.
Notker riferisce anche che Carlo Magno rifornì di frumento, vino e olio ambasciatori venuti dalla Libia a chiedere soccorsi alimentari, per fronteggiare l‘endemica carestia di cui il paese soffriva, e continuò per il resto della vita a inviare loro questi prodotti alimentari, ricevendone in cambio tributi (NOTA7) . A me pare assurdo che si mandino navi dalla Libia a caricare olio, vino e frumento in un porto sul mare del nord, e il regolare invio in Libia di prodotti agricoli mediterranei è concepibile solo se attuato all‘interno del Mediterraneo.
Nitardo, nato sul finire del sec.VIII, morto nel 844, l'anno dopo il trattato di Verdun (843), scrive che Aquisgrana era stata sedes prima Franciae (NOTA 8) , e Notker, riconoscendo che si era ormai generalizzato un uso non più univoco del termine "Francia", precisa, nella sua biografia di Carlo Magno, che col termine Francia egli fa riferimento ai soli Franchi d‘Italia, Franciam vero interdum cum nominavero, omnes cisalpinas provincias significo (NOTA 9) e chiarisce le ragioni di questa sua scelta: ai tempi di Carlo Magno, Galli et Aquitani, Aedui et Hispani, Alamanni et Baioarii si sentivano gratificati se solo potevano fregiarsi del titolo di servi dei Franchi! È lo sfogo amaro di chi aveva conosciuto gli splendori di Aquisgrana nella Francia delle origini e non riusciva a „digerire“ le conseguenze del trattato di Verdun.
Ancora dopo il Mille la tradizione popolare italiana continuava a chiamare Francia il Piceno: la madre di San Francesco (1181-1226) veniva dalla Francia, Bernardone andava spesso da Assisi in Francia per vendervi stoffe, per ragioni di commercio vi inviava spesso il figlio Francesco(NOTA 10) il quale era in grado di esprimersi in "francese" senza avere mai attraversato le Alpi. Particolarmente significativo a questo proposito è il contenuto di un episodio dei Fioretti, il XIII, in cui si narra che San Francesco si recò con Frate Masseo a Roma, in Francia, e andò a pregare nella chiesa di San Pietro. Ne cito i brani più significativi: Francesco con frate Masseo per compagno, prese il cammino verso la provincia di Francia. E pervenendo un dì a una villa assai affamati, andarono, secondo la Regola, mendicando del pane per l' amor di Dio…Fatta orazione e presa la refezione corporale di questi pezzi di pane e di quella acqua, si levarono per camminare in Francia…Giunsono a Roma ed entrarono nella chiesa di santo Pietro, e santo Francesco si puose in orazione. Il Fioretto si conclude raccontando che san Francesco in Francia, in San Pietro (NOTA 11) , fu assicurato dagli apostoli Pietro e Paolo che Dio concedeva a lui e ai suoi seguaci il tesoro della santissima povertà. Dopo di che pieni di letizia determinarono di tornare nella valle di Spulito, lasciando l'andare in Francia" (NOTA 12) . È evidente che si tratta della Francia e della Roma (NOTA 13) picene, testimoni, con i loro recenti, eloquenti ruderi, che tutto è vanitas vanitatum. Dall'implicito confronto tra la povertà evangelica e 'Roma' in Francia, già Urbs aurea in comitatu Camerino(NOTA 14) , ora in rovina, derivava che tesoro indistruttibile era la povertà francescana (NOTA 15).
NOTE
2- Va anche messo in conto che dopo il sec. XII gli amanuensi, nel copiare antichi codici, li alterarono in buona fede con interpolazioni e correzioni, pensando che ciò che riguardava Aquisgrana fosse da ambientare al di là delle Alpi. (Vedine un probabile esempio al cap. VIII).
3- Si chiamò Lotaringia perché riservata a Lotario, primogenito di Ludovico il Pio e imperatore. Con Carlo Magno e fino ai primi trent'anni di regno di Ludovico il Pio, la gestione dell‘impero carolingio era stata unitaria e suo unico centro amministrativo e politico era stato il Palatium ad aquas Grani. Il territorio era anche idoneo e attrezzato a farvi svernare truppe franche. In Francia, ad ogni primavera l'esercito si concentrava nel Campo Maggio, prima di recarsi in Sassonia per affrontarvi le usuali campagne estive, o per altre spedizioni di guerra. Ancor oggi, nella bassa Val di Chienti, una vasta pianura è chiamata 'Campo Maggio'.
4- A Natale del 800 Carlo Magno era stato incoronato imperatore a Roma. Nel 801, a febbraio, rilasciò in Aquisgrana un documento alll’abate di Farfa. Avrebbe quindi varcato le Alpi nel cuore dell'inverno e, sempre in inverno, le avrebbe rivarcate a marce forzate, perché negli Annales Regni Francorum a Pasqua è documentata la sua presenza a Roma, nell’aprile a Spoleto e subito dopo a Ravenna e Pavia.. Evidentemente non era uscito dall’Italia. Vedi: Giorgi e .Balzani , Il Regesto di Farfa compilato da Gregorio di Catino. Vol. II, nota 1, pag. 225.5-
5- Agnelli Liber pontificalis ecclesiae Ravennatis, MGH, Scriptores rerum langobardicarum et italicarum (saec. VI-IX), ed.Societas aperiendis fontibus rerum germanicarum Medii Aevi, Hannover 1878, rist.1964, cap.94, p. 338.
6- Notker Balbulus, Gesta Karoli Magni Imperatoris, I, 26, p. 743.
7- Liberalissimus Karolus Libicos iugi penuria confectos, Europae divitiis, frumento videlicet, vino et oleo, non solum tunc, sed et omni tempore vitae suae remunerans, et larga manu sustentans, subiectos sibi atque fideles in perpetuum retentavit, et ab eis non vilia tributa suscepit. Notker Balbulus II, 9, p.752.
8- Nithardi historiarum libri IV, MGH, SS. IV,1. Ed. Philippe Lauer, p. 668.
9- Notker, Gesta Karoli Magni Imperatoris, ed. Hans Haefele, Berlin 1959. Rist. 1962 MGH SS. I, 10, p.735.
10- Fonti Francescane. Editrici Francescane, Padova-Assisi 1980, p.1956.
11- A Corridonia (già Mons Ulmi, Montolmo) c'è una chiesa dedicata a S.Pietro, di antichissime origini, ma demolita e ricostruita nel 1750. Una tradizione assicura che vi pregò san Francesco e vi si conservano due mattoni su cui si sarebbe inginocchiato il santo. È probabilmente quella che Pipino, verso il 750, aveva fatto costruire da monaci di Stablo, dedicata a San Pietro. In essa, nel 754 papa Stefano II lo aveva unto di sua mano re dei Franchi, insieme alla consorte Berta e ai figli.
12- Fonti Francescane. Editrici Francescane, Padova-Assisi 1980, cap. XIII dei Fioretti, a pag. 892.
13- Per la nuova Roma carolingia vedi Vedi in Archeopiceno, 31/32, numero doppio, anno VIII, l'articolo alle pp. 7-9: G.Carnevale, Carlo Magno fece sorgere in Val di Chienti una "nuova Roma". Ed. Fotochrom, Fermo, Luglio-settembre 2000.
14- D.Pacini, I Ministeria nel territorio di Fermo, Centro di studi storici maceratesi, Macerata 1976, pag. 134.
15- Fu un marchigiano di Montegiorgio, Ugolino, a stendere in latino la prima redazione dei Fioretti, col titolo di Actus beati Francisci et sociorum eius, in Fontes Franciscani, a cura di E.Menestò et alii, ed. Porziuncola, Assisi, 1995. Anche Dante ricavò dalle rovine di 'Roma' un messaggio, non di natura religioso: perché meravigliarsi se nel recente passato grandi famiglie fiorentine si erano dissolte nel nulla? Se tu riguardi Luni ed Urbisaglia come son ite…non ti parrà cosa nova né forte, poscia che le cittadi fine hanno. (Par. XVI). Come se dicesse:" Nella Lunigiana e nel Piceno si sono addirittura dissolte nel nulla due intere città". Dante non allude a Urbs Salvia romana. L‘abbinamento di Urbisaglia è fatto con Luni, una città che aveva avuto recentemente un identico tragico destino di ascesa e di morte, lo stesso che „di retro ad esse“ si stava abbattendo su Chiusi e Senigallia. La chiama „Urbisaglia“ perché il termine 'Roma' era ormai geograficamente equivoco, politicamente compromettente. Il guelfismo aveva ormai sostituito l‘antico nome 'Roma' con Urbs Salvia, né Dante aveva obiezioni da fare. Non era mai stato un „ghibellin fuggiasco“, come lo definì il Foscolo nei Sepolcri, ma un guelfo bianco di Firenze, quindi alieno dal favorire rivendicazioni territoriali dell‘Impero in Italia.
mercoledì 16 aprile 2014
Dalla rivista KORAZYM - Marche: nell’Abbazia di San Claudio la tomba di Carlo Magno. Simone Baroncia
Link:
http://www.korazym.org/14089/marche-nellabbazia-san-claudio-tomba-carlo-magno/
12 aprile 2014 ____ Cultura _____
di Simone Baroncia ____________________
“A poca distanza da qui, in luogo ancora non identificato, 1200 anni fa moriva Carlo Magno. Subito ne lavarono il corpo e lo mummificarono. Poi lo rivestirono da imperatore con una corona d’oro sulla fronte e venne un corteo che su di un trono lo portò fino alla Cappella Palatina dove lo seppellirono. I muratori intanto avevano lavorato in tutta fretta per realizzare il casotto dove fu fatto entrare il trono con il corpo dell’imperatore”: in questo modo, a 1200 anni dalla morte di Carlo Magno avvenuta secondo le fonti il 28 gennaio dell’814, lo storico salesiano don Giovanni Carnevale ha ricostruito ciò che sarebbe successo nei dintorni di San Claudio dodici secoli fa, ritenendo, insieme all’ingegner Alberto Morresi, che la bellissima abbazia di San Claudio, in provincia di Macerata (Marche), sarebbe la vera Cappella Palatina di Aquisgrana, ipotesi che dal luglio scorso sarebbe suffragata dal rinvenimento, grazie al georadar, del punto preciso dove si trova una mummia che sarebbe quella di Ottone III.
I due studiosi hanno concentrato la loro attenzione sull’arcata centrale d’ingresso dell’abbazia dove ipotizzano possa essere stato tumulato Carlo Magno. Le rilevazioni hanno evidenziato un’area dalle dimensioni di un tuguriolum, proprio come nel Chronicom Novaliciense dal conte di Palazzo Ottone di Lomello (presente alla riapertura della tomba voluta da Ottone III). Questi appunto raccontò che Carlo Magno era seduto in trono con una corona d’oro in testa e dal riflesso più bianco delle analisi si nota come il parallelepipedo sia sviluppato in altezza con una base distante circa mezzo metro dal fondo, appunto come se qualcuno vi sia seduto.
L’ipotesi si è tradotta in un volume, scritto dai due studiosi, intitolato ‘Il ritrovamento della tomba e del corpo di Carlo Magno a San Claudio’, nel quale don Carnevale precisa: ”Io stesso, da insegnante di storia, ho sempre riportato la storia nella sua versione ufficiale, ma sono troppe le contraddizioni. Anzitutto qui nella nostra zona abbiamo varie chiese quadrate simili a quella d’Orleans che è documentata come carolingia.
Sostenere ancora Aachen come Aquisgrana Carolingia è solo un comprensibile atteggiamento nazionalistico tedesco e non una realtà sostenuta da prove archeologiche o storiche. Ci hanno assicurato il loro patrocinio l’Università Pontificia Lateranense di Roma e il Comitato di Scienze Storiche della Santa Sede. E’ importante che si capisca che la nostra tesi è quella giusta perché la ricerca di fonti combacia con le rilevazioni”.
In un colloquio avuto a Macerata lo studioso salesiano mi ha spiegato il legame tra Carlo Magno e la valle del Chienti: “Il legame nasce dal 715, quando arrivano i franchi profughi dall’Aquitania, perché era assediata dai saraceni. Essi, in base ad un accordo tra l’abate di Farfa, Tommaso di Morienna, e il duca di Spoleto Faroaldo, furono dislocati in Sabina, lungo la Salaria, e nel Piceno, lungo il diverticolo che dalla Salaria percorreva per tutta la lunghezza il Piceno con il nome di Salaria Gallica. Quest’area fu denominata ‘Francia’, quando ancora quella comunemente conosciuta con quel nome era ancora chiamata Gallia”.
Poi mi ha spiegato che la Cappella Palatina di Carlo Magno ha le caratteristiche della chiesa di San Claudio al Chienti: “Il DNA architettonico di San Claudio è identico a quello di San Vittore alle Chiuse nel Piceno, a Germigny des Prés nei pressi di Orleans e alla struttura del Frigidario omaiade di Khirbat al Mafjar, presso Gerico. Tutti questi edifici hanno in comune una pianta di base quadrata, suddivisa in nove campate. La campata centrale è sormontata da una cupola.
Le otto periferiche restanti hanno per copertura una terrazza sorretta da otto crociere sottostanti. Gli edifici dell’oriente e di Germigny sono perfettamente databili: quello della Palestina fu eretto da un califfo omaiade di Damasco e quello di Germigny da Theodulf, un dignitario ecclesiastico della corte di Carlo Magno. Per i due del Piceno non c’è documentazione. La chiesa di Germigny fu costruita ‘instar eius quae in Aquis est’, cioè simile alla Cappella Palatina di Aquisgrana, ma non rassomiglia affatto alla Cappella Palatina di Aachen: non è quadrata ma ottagonale, non ha crociere a sostegno di una terrazza di copertura ma una cupola copre tutto il vano sottostante.
Germigny rassomiglia invece in tutto agli edifici piceni e San Claudio ha in più un matroneo per le matrone della corte. Altri matronei esistevano solo a Costantinopoli e a Ravenna. La conclusione che San Claudio è la Cappella Palatina di Carlo Magno si pone con tutta evidenza”.
E a prova di questa ricerca mi ha ribadito che anche Pipino il Breve, padre di Carlo Magno, è sepolto nella Collegiata di San Ginesio, documentato in un’apposita pubblicazione edita nel 2010 dal titolo ‘Il rinvenimento delle sepolture di Pipino il Breve e di sua moglie Berta nell’attuale Collegiata di San Ginesio’: “Precisiamo che nelle fonti carolingie e sassoni il termine Aquis Grani non fa mai riferimento ad un agglomerato urbano ma ad un territorio irriguo.
Ancor oggi per i francesi Aquisgrana è Aix la Chapelle, cioè le acque termali presso cui sorgeva la Cappella palatina. Le guerre condotte dai suoi predecessori e da lui stesso avevano concentrato nelle sue mani un bottino di guerra costituito da una grande massa d’oro. Egli impiegò parte di quest’oro per ridare all’occidente una nuova capitale”.
Inoltre l’identificazione d’Aquisgrana in Val di Chienti permette di localizzare nel Piceno anche la ‘Nuova Roma’ costruita da Carlo Magno, come riferiscono le fonti dell’epoca: “Ad Aachen il solo edificio che sia ritenuto carolingio è la cosiddetta Cappella Palatina, Duomo dal 1931, ma abbiamo già detto che l’edificio risale al Barbarossa. Invece, ciò che le fonti dicono sulla ‘Nuova Roma’ carolingia trova riscontro nell’ambiente geografico e nei vistosi resti urbani antichi della Val di Chienti.
Troviamo le rovine d’una città antica con le caratteristiche della ‘Nuova Roma’ descritta da Angilberto: un’arx sulla sommità del colle, un teatro, terme, balnea o piscine, un anfiteatro, resti d’altri edifici. Le rovine coprono un’ampia zona e mostrano caratteri propri dello stile bizantino–orientale. La cultura ufficiale, fuorviata da Aachen, le ritiene rovine dell’antica città romana di Urbs Salvia e le fa risalire al sec. I dell’era cristiana, benché la popolazione locale mantenga vivo il tradizionale, antico nome di Roma…
Oggi le imponenti rovine della Nuova Roma carolingia coprono nelle Marche la più estesa zona archeologica pervenuta dall’antichità. Abbiamo sicuri indizi che ancora dopo il Mille le rovine della città erano praticamente ancora in piedi: a partire dal 1140 i Cistercensi vi attinsero i materiali per costruire la loro abbazia ‘ad Aquas Salvias’, oggi abbazia di Fiastra”.
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