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I profughi provenienti dall'Aquitania nell'715, in fuga dalle incursioni dei Saraceni provenienti dalla penisola iberica (indicata storicamente come la Spagnola o Spagna), si sono stabiliti nelle regioni del Piceno e della Sabina, nell'Italia centrale, grazie alla donazione di vasti territori da parte del Duca di Spoleto Faroaldo II. [1]
Secondo le fonti e gli studi storiografici di Illdefonso Schuster l'accoglienza di queste popolazioni franche ed ispaniche ebbe una forte valenza geopolitica ed economica: [1]
- Il ruolo dell'Abbazia di Farfa: I profughi furono accolti e smistati dall'importante monastero imperiale di Farfa. [1, 2]
- La distribuzione strategica: Vennero insediati a piccoli gruppi nella Sabina (lungo la via Salaria consolare) e nel Piceno (lungo la via Salaria gallica). [1]
- Il ripopolamento: Questa dislocazione permise un rapido ripopolamento delle valli dei fiumi marchigiani, in particolare quelle del Potenza, Chienti, Tenna, Ete e Aso, territori strategici situati ai confini tra il Ducato longobardo di Spoleto, i domini bizantini di Ravenna e lo Stato della Chiesa
Gli insediamenti dei profughi ispano-aquitani dell’715 nella valle del Chienti costituiscono un tassello fondamentale per comprendere la nascita del tessuto storico, agricolo e architettonico dell'Alto Medioevo marchigiano.
La scelta geografica e il modello curtense
I Franchi in fuga dai Saraceni non vennero lasciati vagare, ma furono dislocati secondo un preciso disegno di colonizzazione pianificata gestito dall'Abbazia di Farfa: [1]
- La media e bassa valle: I profughi vennero stanziati principalmente lungo l'asse fluviale del Chienti, nei territori compresi tra le odierne località di Tolentino, Corridonia (all'epoca zona di San Claudio), Montecosaro e Civitanova Marche. [1, 2]
- Il sistema dei "Casali" e delle "Curtes": Le famiglie dei coloni ricevettero in concessione quote di terra (fondi e boschi) precedentemente incolte o abbandonate. Furono organizzate in piccole comunità rurali (denominate casalia o curtes), con l'obbligo di bonificare le paludi fluviali e riavviare le coltivazioni di cereali e la viticoltura.
L'arrivo di questa massa di immigrati dall'Aquitania portò nella valle del Chienti maestranze, stili e modelli costruttivi che si fusero con le preesistenze romane. Le massime espressioni architettoniche che seguirono negli anni successivi sono visibili in due monumenti simbolo della valle: [1]
- San Claudio al Chienti (Corridonia): Questa splendida chiesa, con la sua caratteristica struttura a pianta quadrata, due livelli sovrapposti e due torri cilindriche in facciata, che ha il suo prototipo architettonico nel frigidarium di Khirbat al Mafjar, che sarà il sito dell'importantissimo centro religioso di epoca carolingia. [1]
- Santa Maria a Piè di Chienti (Montecosaro): Situata più a valle, questa abbazia presenta un impianto con deambulatorio e cappelle radiali absidali, una tipologia architettonica tipica delle abbazie cluniacensi.
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